Happy birthday, Mr King

Francesca Schipa ricorda che oggi è il compleanno di uno degli scrittori viventi più celebri e venduti.
Come tutti i più “venduti”, si porta cucito addosso molto pregiudizio,, Io per ora lo sto studiando, da sola e con un gruppo di amici, e sto capendo che in effetti il pregiudizio bisognerebbe davvero accantonarlo.
Ma su questo, tornerò e mi dilungherò nei prossimi giorni.
Intanto, HappY Birthday!

diLetti e riLetti

Oggi è il compleanno di uno degli scrittori causa della malattia grave che mi spinge a divorare il suo nuovo libro in un giorno, per poi piangere sul fatto di averlo finito così presto (e di dover aspettare un dignitoso lasso di tempo prima di rileggerlo). Non so spiegare bene, ma il problema è questo. Fame, credo. Forse cannibalismo letterario. Insomma, è grave.

Potevo non scriverne? Ovviamente no. Credo di aver iniziato a leggere Stephen King non appena ha iniziato a scrivere, giorno più, giorno meno: di sicuro posso affermare di aver letto (e spesso riletto) quasi tutto quel che ha pubblicato in Italia, e nonostante i suoi alti e bassi trovo non abbia perso nulla dello smalto e del fascino del suo primo Carrie (che risale al 1974). L’ho letto nelle vesti di Bachman, ho letto i libri scritti con Peter Straub.

Mi mancano solo, lo confesso, i romanzi della Torre Nera…

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Happy birthday, Mr King

furiosamente 500

500 candeline e io mi domando come sia possibile scrivere una roba del genere. Su Radio 3, celebrano l’anniversario con una trasmissione molto bella: Orlando immaginato.
Pochi hanno creato un immaginario talmente potente da vivere quasi indifferente al padre, autonomo e più forte della figura che l’ha generato. 

Io mi beo ogni volta che furoreggio e mi chiedo se, al di là della forma ovviamente, lo spirito del romanzo non fosse già là, nel suo germe non ancora è totalmente dispiegato.

  

furiosamente 500

L’uomo che funziona

   “O bella! Questo suddito qui che c’è ma non sa d’esserci e quel mio paladino là che sa d’esserci e invece non c’è. Fanno un bel paio, ve lo dico io!”. 
Ad Agilulfo, Calvino ne contrappone una specularmente opposta, lo scudiero Gurdulù, personaggio he è solo corporeità, sprovvisti di autocoscienza. L’esistenza e la non- esistenza 
[…] 

Agilulfo simbolo dell’uomo robotizzato e burocratizzato, che è solo regole di cavalleria, non è altro che protocollo. Lui non esiste, al pari degli attuali impiegati e operai, se schiacciati e identificati con lo Stato, le Leggi, le regole del mercato.

Dice Calvino: «Agilulfo, il guerriero che non c’è, prese i lineamenti psicologici d’un tipo umano molto diffuso in tutti gli ambienti della nostra società. Il mio lavoro con questo personaggio si presentò subito facile.»

Agilulfo è l’uomo “che funziona”, ma che non esiste: un’armatura che cammina, combatte e adempie scrupolosamente ai compiti che gli vengono assegnati, ma che non ha sentimenti.

«Dalla formula Agilulfo (inesistenza munita di volontà e coscienza) – dice lo scrittore – ricavai con un procedimento di contrapposizione logica, (cioè partendo dall’idea per arrivare all’immagine e non viceversa come faccio di solito) la formula esistenza priva di coscienza, ossia identificazione generale col mondo oggettivo: e feci lo scudiero Gurdulù. Questo personaggio non riuscì ad avere l’autonomia psicologica del primo. E ciò è comprensibile, perché di prototipi di Agilulfo se ne incontrano dappertutto mentre i prototipi di Gurdulù si incontrano solo nei libri degli etnologi”.

Quindi Gurdulù è da noi scomparso?

L’uomo che funziona

Solo immagine

«Coloro che conoscono la filosofia di Platone sanno che il mondo è solo immagine».

 

Consigli di lettura: Werner Heisenberg, Fisica e oltre. Incontri con i protagonisti. 1920-1965, Bollati Boringhieri, in cui il fisico restituisce il dialogo della sua vita con i grandi fisici a lui contemporanei (Einstein, Planck, Bohr, solo per citarne alcuni).

“La scienza la fanno gli uomini” inizia così la prefazione di Heisenberg, osservazione nient’affatto banale, perché tende a superare il divario tra la cultura umanistica e quella scientifica, rivendicando il fatto che entrambe siano fatte dagli uomini, pensate, scritte, ideate, combattute. Ed è proprio il “combattimento” , il dialogo serrato, la volontà di convincere – quindi la “persuasione”  ha a che fare con la scienza – i coleghi, restituiscono a questo libro lo status di un reportage sugli anni più intensi della fisica del Novecento, narrati come in un romanzo di formazione.

Il capitolo 5, Una conversazione con Einstein, sembra una sceneggiatura per un dialogo tragico, nel quale ci si contende l’idea di realtà, o s preferite dell’esistenza della medesima.

«Guardi che sta camminando su ghiaccio molto sottile – ammonì Einstein – Infatti ora lei sta parlando di ciò che sa sulla natura e non di ciò che fa la natura, cosa di cui deve occuparsi la scienza. Infatti, potrebbe darsi che lei e io sappiamo, sulla natura, cose molto diverse. Ma a chi potrebbe interessare questo? Forse a lei e a me soltanto: a tutti gli altri la cosa potrebbe risultare del tutto indifferente».

Tuttavia, caro Albert, i vostri pensieri ancora ci interessano.

Heisenberg risponde confidando sul carattere oggettivo della semplicità delle leggi di natura, dovuta non solo all’economia del pensiero. La natura ci porta a forme matematiche di grande semplicità e bellezza. Ma il termine “forme”, per il giovane Werner non indicava affatto una realtà che esulava dal soggetto conoscente, ma «sistemi coerenti di ipotesi, di assiomi». Le forme fanno parte della realtà e del nostro pensiero sulla realtà.

La conoscenza è immagine, il mondo stesso è immagine.

Fisica e oltre

 

 

 

 

 

Solo immagine

La politica cambia sempre. Le storie inventate mai

“Perché un racconto dovrebbe essere socio-qualcosa? La politica…la cultura…la storia…non sono forse gli ingredienti naturali di qualsiasi racconto, se ben scritto? (…) Cioè…non potreste permettere a un racconto di essere semplicemente un racconto?”.

  
Quanto di Stephen King c’è in Bill Denbrough? Trovo le riflessioni  di quest’ultimo sulla narrativa meravigliose: “Se mai narrativa e politica diventeranno intercambiabili, mi ucciderò, perché non saprò che cos’altro fare. La verità  è che la politica cambia sempre. Le storie inventate mai”.
Permettere a un racconto di essere solo un racconto. Perché questo fa tanto orrore a molti scrittori?

La politica cambia sempre. Le storie inventate mai

Il Bortolo ideale

Che ci sta a fare il narratore esterno quando parla? Stamattina ho riletto una pagina di Baldi su I promessi sposi, in cui il critico sostiene che la scelta di un narratore extradiegetico in Manzoni comporta una “unilateralità perentoria” , che non consente al lettore di essere libero di orientarsi di fronte alla materia di narrazione. L’autore onnisciente è sempre presente e commenta, giudica azioni e pensieri dei personaggi “imponendo il suo giudizio in un’unica direzione”.

L’accusa finale a questa tecnica narrativa è quella di chiudere tutta la realtà entro le maglie di un “sistema ideologico totalizzante”.  La cosa più subdola del Manzoni, secondo il Baldi, è che non dica giara mente ciò che pensa, ma che lo affido a un sostantivo, a un verbo che già veicola una interpretazione, a un nome che carichi di valutazione un fatto. Insomma: che usi la lingua come uno scrittore. Vogliamo un esempio di come esprimere una valutazione, senza esprimere una valutazione?

“Ai tempi in cui accaddero i fatti he prendiamo a raccontare, quel borgo, già considerabile, era anche un castello, e aveva perciò l’onore d’alloggiare un comandante, è il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnava la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavano di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre; e, sul finir dell’estate, non mancavano mai di spandersi nelle vigne, per diradar l’ube, e alleggerire a’ contadini le fatiche della vendemmia”.

Una critica al l’ironia manzoniana può partire da due direzioni:

– lo scrittore deve subito mettere le carte in tavola e dire come la pensa, senza nascondersi fra le parole.

– lo scrittore deve narrare oggettivamente (???) la realtà (???), lasciando il lettore libero di farsene una idea.

 La prima posizione è affine all’organetto della rivoluzione di cui parlava Vittorini, declinando l’invito di Togliatti ad usare la letteratura come braccio armato della ideologia politica; la seconda credo che poggi le basi su una epistemologia che non trova posto neppure nelle cosiddette “scienze esatte”. Provate ad andare da un fisico e parlargli di realtà, oggi, dopo Heisenberg è Schrödinger.

Quindi come risponde il povero Alessandro a tante critiche?

“Forse voi vorreste un Bortolo più ideale: non so che dire: fabbricatevelo. Quello era così”.

Il Bortolo ideale