Giulia e Bach (da L’esattezza dell’anima)

Giulia fece svolazzare il proprio sguardo sopra i tetti delle altre case, immaginandosi la vita che dentro vi scorreva; l’immensità di Roma le dava le vertigini e toglieva consistenza ai propri problemi personali. Tante vite, unite dallo stesso cielo e dagli stessi tramonti. Dal piano di sotto continuava a provenire quella matematica delle emozioni, quell’armonia che nulla aveva in comune col mondo degli uomini che le si presentava davanti. Amava Bach.

Se Mozart era la fantasia del divino e la gioia leggiadra della vita che si perpetua, Bach era il rigore della Legge che governa il Tutto, che lo rende cosmo e non caos. Si domandò perché il Novecento, in ogni sua forma, da quella artistica a quella filosofica e scientifica, avesse avuto un matto terrore dell’Ordine. Cosa c’è in quella simmetria perfetta e senza sbavature da spingere lontano e da causare un furore distruttivo? Ripensò al proprio iter filosofico: lo scetticismo non l’aveva mai visto come una scelta, ma come una necessità. Non le era mai riuscito di credere in un Dio, di provare l’intimo dialogo di una preghiera o la certezza del teologo; e così le era sembrato eroico aderire all’autosufficienza della ragione, divenire misura di se stessa e provvedere a sgomberare il mondo da qualsiasi finalità. Adesso si domandava perché mai tutta la sua epoca avesse fatto questo. Mentre Bach le sfiorava i sensi, si domandava che significato potesse mai avere un mondo in cui nulla ha senso. Lei alla fine aveva praticato un disincanto preventivo, era come il non innamorarsi. Anche questo prima le sembrava una scelta coraggiosa: sarebbe stato facile, pensava, appoggiare il peso della propria esistenza su un’altra persona, condividere la propria solitudine, invece di affrontarla. Invece, per tutta la vita aveva solo temuto che le potesse capitare ciò che adesso stava vivendo: essere scardinata dalla verità di un’altra persona, essere costantemente ridestata dal proprio torpore. Dopo il viaggio a Berlino, aveva deciso di non cercare più Tiziano. Erano passati tre mesi, nei quali lei aveva provato a inventarsi una vita, a mettersi a lavorare in banca, ad uscire con dei ragazzi. Ne aveva avuti due, con Luigi andavano anche d’accordo, gli piaceva trascorrere le domeniche a giocare a tennis con lui e poi andare a ballare insieme. Ma la fame imperiosa che aveva provato a Berlino, quando Tiziano faceva finta di spogliarsi, non l’aveva più sentita. Lei ora cercava disperatamente quell’abisso che aveva provato, come una droga inebriante.

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