Le città invisibili: Roma

 

Ad Agosto Roma disperse il vocio di politici e impiegati e le luci giallognole della sera accompagnavano i passi di Tiziano nelle sue passeggiate meditabonde. Camilla gli diceva spesso che Roma era perfetta al tramonto perché era il tramonto, emblema stesso di dei fuggiti e rovine altere, ingiuriate dalla barbarie della modernità. Lui le diceva che la filosofia dipingeva sempre di tinte fosche le cose e lei gli faceva notare che era una frase assolutamente hegeliana. Anche lui al “far del crepuscolo” spiccava il volo, alla ricerca della città che amava, quella che dimenticava di essere da millenni centro di potere e diventava un luogo silenzioso, una scenografia per riflessioni. Però Camilla non aveva torto, sostava spesso nei pressi delle Terme di Caracalla e quei muri di mattoni, quel sole che sfiorava da secoli la maestosità scomparsa, gli induceva una certa malinconia. Allora tornando a casa chiamava Camilla e la ringraziava per avergli rovinato la passeggiata. Avrebbe dovuto farsi amiche delle ballerine, le diceva, e non un intellettuale depressa e testarda. Camilla spesso si univa a lui in questi viaggi al termine della notte, come lei li chiamava, a raccogliere impressioni e colori, spesso i silenzi di Tiziano, che erano la sua musica più soave.

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