A che serve la poesia?

 

Pur nella varietà di posizioni, nel Novecento possiamo rintracciare quale atteggiamento comune la reazione ala poesia oratoria e civile di Carducci e a quella del poeta-vate incarnato da Gabriele D’Annunzio. Le prime stizzite reazioni al superomismo dannunziano e al suo stile aulico e aristocratico, furono quelle dei crepuscolari. In un celebre articolo apparso sul quotidiano romano “La Tribuna”, D’Annunzio aveva affermato: «Non vogliamo più la verità. Dateci il sogno. Riposo non avremo se non nelle ombre dell’ignoto». La poesia era quindi culto della parola, in grado di cogliere le corrispondenze paniche nella realtà, che non veniva descritta secondo un principio realistico, ma trasfigurata dall’esperienza del poeta, umanizzata. Il recupero della realtà, nei suoi aspetti più dimessi e utili è invece il compito che i crepuscolari affidano alla poesia. Guido Gozzano intitola significativamente  la propria opera più importante Colloqui, termine che si pone in antitesi con il tono declamatorio e ideologico di D’Annunzio. La dimensione colloquiale della poesia vuole ricercare uno stile umile, intessuto di parole usuali. Il poeta non è un vate o un trascinatore di folle; non assume atteggiamenti ieratici, né si pone su un alt podio a rivelare profonde verità. Egli, dice Gozzano, è colui che vive fra il Tutto e il Niente, ma che tuttavia ringrazia Dio per averlo fatto «Gozzano e non gabrieledannunziano». Analogamente, Sergio Corazzini scrive: «Perché mi chiami poeta? Io sono solo un bambino che piange nel buio». Lo stile dimesso, l’ironia nei confronti dell’estetica decadente non mira a ricostruire un nuovo contatto con il reale e un nuovo ruolo positivo per il poeta, ma denota la scepsi ne confronti del reale e, ancor di più, della possibilità per la parola di rimandare a un referente simbolico. Gli oggetti quotidiani e i paesaggi campestri non rimandano – come nell’universo pascoliano – ad un significato indefinito, ma sono e rimangono solo oggetti, quindi nudi nella loro banalità . Il crepuscolo è quindi quello della poesia classica, quella polimisemica dantesca e quella immaginifica ed eroica dell’Ariosto, nonché di quella dell’impegno romantico. È il crepuscolo della parola piena «che squarcia da ogni lato l’animo nostro informe». Questo ripiegamento intimistico e anti-retorico ritornerà difatti nel Montale di Ossi di seppia. L’accordo panico tra Umo e Natura, che D’annunzio aveva celebrato in poesie quali La pioggia nel pineto e La sera fiesolana, è del tutto smarrito: il cuore dell’uomo è uno «scordato strumento» (Oboe sommerso) che il vento non sa più suonare. Montale canta la crisi del simbolismo, l’impossibilità di accordarsi in unico suono con l’Universo, la lontananza dell’uomo dal Tutto. Il poeta diviene l’emblema di questa lontananza, assume su di sé il ruolo dell’escluso, relitto come gli ossi di seppia. La poesia deve «torcere il collo all’eloquenza», abbandonare «la formula che mondi possa aprirti» e ripiegare in un simbolismo negativo, che denota solo «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo». La poesia Non chiederci la parola è quindi un manifesto che accomuna Montale ai poeti della sua generazione (da qui l’uso del plurale). La crisi del simbolo e la scissione dell’uomo non adagiano, tuttavia, Montale in un passivo nichilismo. Anche nelle fasi più pessimiste della sua produzione (La bufera e altro) non mancano mai in Montale simboli che alludono alla funzione positiva e necessaria della poesia. Ne Le Occasioni alla poesia è accordata una funzione salvifica, ascrivibile al ripensamento di Dante e della figura di Beatrice. La Beatrice monta liana è Clizia, la donna girasole che volge sempre lo sguardo al Sole-Apollo, quindi Dio della conoscenza, protettore delle Muse.   Clizia è la poesia, cioè la possibilità per l’uomo di superare il non-senso della realtà visibile e attingere ad un mondo di valori, ad una comunità di “eletti”. La poesia dischiude temporaneamente orizzonti veritativi, che sono delle epifanie, che differenziano i poeti dagli «uomini che non si voltano». Sono queste le occasioni, momenti in cui la poesia dona la rivelazione del Valore. Le esperienze drammatiche della seconda guerra mondiale e dei totalitarismi porterà Montale a denunciare l’abbandono della terra da parte di Clizia. La poesia abbandona, ferita a morte, come nella poesia Gallo cedrone, dalla barbarie della Storia. Tuttavia, proprio nel simbolo del Gallo cedrone, troviamo ancora una volta un messaggio di speranza: come l’urogallo che seppellisce le proprie uova sotto la sabbia ed esse  si schiuderanno in futuro, la poesia-bene, ferita a morte dal Nulla dilagante, ha deposto le proprie uova, i propri semi di civiltà, che potranno essere compresi in un mondo diverso.

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