a proposito di Glenn Gould

“L’arte nella sua forma più elevata è poco umana”. C’è tutto Glenn Gould in questa frase e credo ci sia anche la risposta al perché si sia sempre rifiutato di aderire all’immagine romantica di artista (escludendo del tutto  pagine memorabile della musica per pianoforte quali quelle di Chopin, Schubert o Tchajcovskij). In un’epoca in cui l’arte è interpretata da tutti in modo soggettivistico, Gould mi è sempre apparso un interprete sovversivo e non per la sedia, i guanti o le sue trovate eccentriche (sebbene lui dicesse «No, non sono un eccentrico»).

Credo che in quella sua frase ci sia il segreto per cui nessuno sia riuscito a rendere Bach su pianoforte meglio di lui; gli hanno chiesto una volta se credeva in Dio e lui ha risposto: «In quello di Bach, si». Una risposta che dischiude un mondo e che io ho senza remore plagiato nel descrivere il pianista del mio romanzo. Non ne ho fatto un alter ego di Gould, però ho preso tanto e alla fine mi sono anche presa il gusto di farlo apparire fra le pagine, in una sorta di sogno-visione:

Era ridicolo, in tight e con un borsone in mano, alla ricerca di un gusto che gli ricordasse la sua patria. Passò poi all’osservazione dei tabelloni delle partenze e il suo sguardo si posò su un nome: Toronto, 4h e 16m di percorrenza. Il treno sarebbe partito fra meno di mezz’ora.  Toronto per lui non era una città, ma era il simbolo di un mito, che si era ritirato in un esilio volontario fuggendo la celebrità e gli applausi del pubblico. Fissò per svariati minuti i binari. Non aveva mai pensato di incontrare Glenn Gould, non lo aveva neanche mai vagheggiata quella possibilità, ma in quel momento sentiva con ardore infantile che era l’unica persona che avrebbe potuto dirgli qualcosa di utile. Rimproverò a se stesso quel pensiero da sognatore: arrivare a notte fonda a Toronto e ricercare Gould, che amava essere introvabile. Era di certo chiuso in uno studio di registrazione, anche a notte fonda, si disse Tiziano. Era anche lui soggetto ad una mitologia, si rimproverò ancora, nonostante le sue idee sull’impersonalità dell’Arte. Ma queste considerazioni estetiche non impedirono ai suoi piedi di salire i tre gradini che lo portarono su un grande treno bianco, direzione Canada.  Mentre case e alberi venivano celermente inghiottiti dalla velocità  e dal buio, Tiziano immaginò il grande Nord, quel luogo utopico a cui Gould aveva dedicato riflessioni e trasmissioni. Il luogo bianco e silenzioso, un deserto nitido di neve, in cui nulla sfuggiva alla vista. Nessuna oscurità, come un’anima perfettamente trasparente. Erano immagini presenti nelle copertine dei dischi di Gould e in foto che lo ritraevano, ed era l’immagine impalpabile della sua interpretazione bachiana. Aveva letto che si stava cimentando ancora una volta con le Variazioni Goldberg, a più di vent’anni di distanza, per ricercare un’esattezza maggiore, lontana dal brio giovanile, da quella follia creativa con cui aveva letto il classico bachiano e che lo aveva consacrato alla leggenda. Era necessario del coraggio per sfidare anche se stessi, in quello che unanimemente era considerato un insuperabile capolavoro di interpretazione. Aveva convinto tutti, ma non se stesso, evidentemente. Tiziano si domandò dove trovare l’entusiasmo e il coraggio per rinnegare anche la cosa più preziosa che si era stati, in nome di un’idea di perfezione che non lascia requie. Lui non riusciva a rinnegare Virginia o il proprio piccolo mondo fatto dei concorsi vinti e delle registrazioni ben riuscite, non era riuscito a risuonare più i valzer di Chopin perché credeva di avere detto tutto. Aveva freddo ed era solo su quel treno, era meno che mai Tiziano De Monticelli; si domandò perché gli fosse stato dato quel talento che lo aveva reso estraneo al mondo e che in quel momento sentiva solo come un peso. Non era un problema di successo, alla fine si sarebbe rassegnato a quella vita insulsa e di certo fortunata rispetto a tante altre. Il punto che voleva capire era se nella sua vita agisse un destino, una missione, il senso dell’Arte, oppure se fosse solo un ragazzo molto bello che eccitava la fantasia delle ragazzine e l’entusiasmo dei direttori d’orchestra. Lui credeva nella Bellezza, perché essa era un riflesso divino che illuminava di senso il tempo della storia; la Bellezza era l’Ordine e l’Ordine era Bellezza, e aveva pensato a se stesso come uno strumento che doveva riflettere queste cose, solo a patto di rinunciare al resto: la passione  e la paura, le emozioni e i desideri sciocchi che aveva. Aveva cercato con tutto se stesso di riuscirvi, ma aveva poi odiato Virginia e picchiato Mauro, aveva pianto con disperazione la morte di sua madre e in questi momenti aveva avuto l’impressione che l’Ordine gli avesse voltato le spalle. Ma il mondo aveva forse bisogno di quel sacrificio e di quella abnegazione? Non esisteva un pubblico che potesse recepire la Bellezza, le persone cercavano nell’arte le emozioni e nell’artista  gli eccessi. Forse aveva ragione Gould e Bach poteva essere suonato solo nel Grande Nord, in quel deserto di ghiaccio e di biancore, vergine di passi e voci umane, oppure in uno studio di registrazione, dove l’artista era solo con una macchina, che fedelmente registrava impersonalmente un suono impersonale, cioè divino.

Il mondo di Virginia e Mauro non meritava Mozart o Bach, si disse, mentre i pensieri diventavano pian piano sonno e le immagini fuggevoli che scorrevano davanti al finestrino venivano sostituite dallo scorrere dell’inconscio. Mentre era immerso in un dormiveglia estatico, Tiziano ascoltava Bach e si domandava perché non fosse tutto sempre così silenzioso. Il suo corpo percepiva il dondolio del treno e il tempo passava, Toronto doveva essere ormai vicina.

Fu risvegliato dall’ingresso nel suo scompartimento di un signore, a cui Tiziano invidiò il cappotto e il cappello, perché durante il viaggio aveva continuato a sentire freddo. Si sedette di fronte a lui, e Tiziano notò che teneva sottobraccio il Fedone di Platone. Stropicciandosi gli occhi, mise a fuoco il viaggiatore che aveva di fronte e restò imbambolato a guardarlo. Si disse che non era possibile e si accertò di essere realmente sveglio.

«Dovresti coprirti di più – gli disse indicando il suo strano abbigliamento – qui il freddo si fa sentire e noi dobbiamo proteggere le mani, lo sai» Tiziano notò infatti che indossava come sempre dei guanti.

«Ma Lei sa chi sono?» gli disse incredulo.

Gould rise, con quell’armoniosa gioia che Tiziano gli aveva sempre attribuito:

«Dicono che credi di essere me».

«Ah no – rispose Tiziano indispettito – l’unica cosa che so è che non sono Lei, però non so affatto chi sono, per il momento. Ma Lei dove sta andando?».

«Sto tornando a casa».

«Forse anche io dovrei tornare a casa» disse Tiziano, guardandolo con attenzione.

«Ma allora hai sbagliato treno, ragazzo!» disse con quel brio ironico che emergeva dalle sue mani in molte interpretazioni.

Tiziano rise e gli disse che in quel periodo sbagliava molte cose, il treno non era neanche la più grave in fondo, e che temeva di essere molto instabile.

«Tutti gli artisti sono instabili, altrimenti non sarebbero artisti» gli disse Gould con convincimento.

«Ma allora io preferisco essere un uomo stabile e felice» Tiziano era stanco di farsi tormentare dalla musica.

«Si? – gli chiese con occhi interrogativi e severi – e cosa sarebbe per te la felicità?».

Tiziano lo guardò, rispecchiandosi nel verde azzurro di quegli occhi intelligenti e che gli parvero inaspettatamente saggi. Però era una domanda difficile.

«Non lo so cos’è la felicità».

«No?».

«Finora era suonare, adesso non capisco. A volte sento quasi di avere bisogno di una vita normale».

«Se non sei disposto a rinunciare a nessuna delle tue comodità personali, in nome…».

«In nome di che cosa?» lo interruppe Tiziano, con animosità.

«In nome di una tradizione che devi perpetuare, per ricordare la perfettibilità umana».

«Lei è un idealista – Tiziano sentiva di duellare con una parte di se stesso – io non posso accettare di vivere per qualcosa che sta fuori di me».

«Allora suona per te. È quello che hai fatto in questi mesi».

Tiziano lo osservò, aveva un’espressione improvvisamente più matura, come se il soffio di adolescenza che si era manifestato nel suo riso iniziale, si fosse dissolto.

«Che intende dire?».

«Hai suonato per te, per gli applausi, per le recensioni sui giornali, per capire fin dove poteva arrivare la tua bravura».

«È stato Ciardi».

«No, sei stato tu a scegliere Ciardi».

«Ero un bambino».

«Un bambino presuntuoso. Perché non hai ascoltato tua madre o il tuo maestro?».

A Tiziano facevano male quelle parole, aveva solo voglia di piangere. «Io credevo nella Musica, credevo di poter trasmettere l’Idea di un mondo perfetto e bello, ma non pensavo fosse così difficile. Non so se ne ho la forza, ci sono tante cose che mi chiamano. So che il resto è tutta illusione, ma a volte è così bella, che ti incanta – Tiziano guardò fuori dal finestrino ed ebbe l’impressione che stesse per albeggiare – Ho suonato molto male in questi ultimi mesi, ho tradito quella Idea e, alla fine quella Idea non ha bisogno di me».

«Allora Bach dovrà trovarsi qualcun altro – gli disse Gould sorridendo – tu che farai?».

Tiziano lo guardò con ammirazione, era tutto più semplice in quel vagone, sembrava capire verità che di solito gli sfuggivano. «Non lo so, non mi sono mai chiesto cosa fare: mi sembrava di saperlo da sempre. Senza la musica io non posso essere io».

Gould sorrise e gli disse che qualcosa allora la sapeva:

«Si, non potrei vivere senza Bach – gli rispose deciso – devo solo capire cosa come vivere questo richiamo».

«Però ridi anche; lo sai fare, vero?».

«Si» Tiziano rise, gli era passato il senso di oppressione.

«Ne sei sicuro?».

«Si, ora mi sembra tutto più chiaro».

«È l’alba ed io devo proprio andare» gli disse Gould, indossando il cappello.

«No, La prego, ci sono ancora tante cose che devo decidere».

Gould si alzò e il suo volto apparve trasfigurato, ringiovanito, come se in quel vagone viaggiassero due coetanei. Gli sorrise e gli fece una smorfia divertita: «Devo andare, il mio viaggio è finito».

«Non voglio tornare sul palcoscenico e non voglio incidere quello che vuole Ciardi, io non sono quello, io non voglio suonare….» Tiziano si agitò e si alzò di soprassalto. Il treno era arrivato a Toronto. Uscì di corsa dal vagone, cercando Gould e iniziò a correre fra la gente, scorgendo da lontano un signore con il cappotto e il cappello in testa. Poi, lo perse di vista. Era ancora in tight, in un binario affollato di pendolari, che lo guardavano incuriositi. Tra l’altro, si trovava in quella città solo per incontrare chi aveva già incontrato, quindi non sapeva quale direzione prendere. Decise di concedersi un caffelatte, o qualcosa di analogo che potesse trovarsi in Canada. Comunque, qualcosa di caldo. Entrò in un locale attraente, con una tenda a strisce bianche e rosse e prese posto in un ampio bancone. Chiese del caffelatte e un bicchiere d’acqua. Pensò che era necessario cercare una cartina della città. Il suo sguardo venne attratto dal quotidiano che un uomo di mezza età, seduto di fronte a lui, stava leggendo. C’era una foto di Gould in copertina. Che strane coincidenze, pensò Tiziano. Bè, del resto, Glenn Gould era la celebrità di quella città, era normale che il quotidiano locale ne parlasse. Cercò di leggere la notizia, ma proprio in quel momento l’uomo cambiò pagina. Tiziano bevve il caffelatte e chiese alla ragazza che lo aveva servito dove fosse possibile acquistare trovare una cartina di Toronto. La ragazza, sorridendogli amichevolmente, gli indicò l’ufficio turistico, poco lontano dalla caffetteria, ma gli disse che doveva attendere ancora due ore per l’apertura. Tiziano cercò di spiegare con quella lingua che, dopo mesi trascorsi  negli Stati Uniti, gli era diventata quasi familiare, il motivo del suo arrivo a Toronto. Sapeva che Gould viveva in un attico in centro, in una delle vie principali. La ragazza gli disse che purtroppo non poteva aiutarlo, e scusandosi passò a servire un altro cliente.

«Purtroppo è arrivato tardi» Tiziano si rese conto che l’uomo col giornale si stava rivolgendo a lui, ma non capì cosa volesse dire.

«Lei per caso sa dove posso andare?» gli chiese speranzoso.

L’uomo gli mise davanti il giornale, che nella prima pagina riportava la notizia della morte cerebrale di Glenn Gould, dopo una decina di giorni di coma; solo in quel giorno la famiglia aveva dato notizia delle condizioni del musicista, che sarebbe rimasto attaccato ad una macchina fino all’indomani, secondo il volere del padre. A Tiziano salirono le lacrime agli occhi. Lui lo aveva visto, gli aveva parlato, e soprattutto, gli aveva voluto bene. L’uomo gli diede una pacca sulle spalle e gli chiese se voleva tenersi il giornale Tiziano lo ringraziò e andò a pagare. Uscito fuori dalla caffetteria, si rese conto che quel viaggio era stato comunque risolutivo. Prese un taxi per farsi portare in aeroporto, voleva solo ritornare a casa. Ora sapeva quello che voleva e pensò, con una sorta di romanticismo velato dalla commozione, che adesso che era morto Gould, Bach aveva davvero bisogno di lui, non si poteva lasciare l’Armonia del mondo inascoltata, non si poteva soccombere dinnanzi all’avidità di Ciardi o all’arroganza di Mauro. Se per affermare la Bellezza, era necessario essere eroi, vuol dire che lo sarebbe stato. Si impose di non chiedersi cosa fosse veramente successo in quel vagone, perché lui aveva trovato le sue risposte e questo, per il momento,  gli bastava».

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