Le città invisibili: Salisburgo, da L’esattezza dell’anima

Salisburgo lo accolse dolcemente, con i suoi balconi fioriti, le cioccolaterie e le insegne eleganti dei negozi. Avvezzo agli spazi di Roma e ai suoi infiniti tramonti, le prime settimane si sentiva ingabbiato nella Città Vecchia; non era possibile passeggiare per ore la sera tardi, come lui aveva preso l’abitudine di fare da un po’ di tempo, senza dover ripassare un paio di volte dagli stessi luoghi. Vi era qualcosa di stucchevole nella bellezza di quella cittadina, che ossessivamente ricordava al suo visitatore di essere stata la patria del più grande genio musicale che l’umanità abbia mai espresso. Le vetrine delle pasticcerie esponevano in bella vista il volto giovanile e incipriato di Mozart, confezionato su carta dorata per avvolgere cioccolatini. Tiziano ne aveva comprato a bizzeffe i primi tempi, tenendone sempre una scatola con sé in camera, certo dell’inutilità del tentativo di lasciar fuori dall’austerità della propria stanza il viso onnipresente di Mozart.

Provare a comprare un quaderno o una matita senza l’effigie di Mozart poteva essere un’impresa. Per spirito di contraddizione, inizialmente, gli venne voglia di suonare Bach. Solamente Bach. Ma poi si abituò alla vezzosa vita di Salisburgo, alle file di turisti sotto la casa di Mozart, ai giapponesi sorridenti, che si facevano incartare i cioccolatini insieme alla Juppiter, paghi di poter inserire nel loro bagaglio a mano un po’ di genialità a basso costo. L’osservazione dei visitatori della casa di Mozart era diventato un suo passatempo: i più composti gli apparivano i tedeschi, quasi indispettiti dal Caso che per un’irrisoria distanza aveva impedito loro di aggiungere alla lista dello spirito del proprio popolo questo genio musicale. Un giorno, mentre era assorto nello studio fisiognomico delle differenti nazionalità, si vide avvicinare da un ragazzo che usciva dalla casa di Mozart. Provò un certo disagio al pensiero che si sarebbe rivolto a lui, in una lingua di cui ancora capiva pochissimo. Del resto, il viso roseo, la barba e i capelli biondi, non lasciavano dubbi sulla sua nazionalità. Tiziano non afferrò nulla di quanto il ragazzo gli disse, ma quando vide che il suo interlocutore non aveva intenzione di separarsi da lui e che lo accompagnò fino alla casa dello studente, comprese che era un suo coinquilino. Si chiamava Johannes e suonava il violoncello. Soggiornava al suo stesso piano e finì per incontrarlo spesso in cucina o nella sala della musica. Non potendo chiacchierare, si trovavano a passare il tempo insieme mangiando, bevendo o suonando insieme. Quando Tiziano entrava nella cucina comune, lo vedeva spesso seduto su uno sgabello con una lattina in mano. La alzava come se fosse un calice e lo invitava a gesti a prenderne un’altra in frigo. Tiziano, per ringraziarlo, gli cucinava qualcosa. Un piatto di spaghetti appare sempre una prelibatezza se cucinato da un italiano e Johannes gli sorrideva beato. Tiziano lo fece partecipe delle passeggiate serali, poiché la forzata silenziosità non turbava l’atmosfera da lui ricercata; Johannes, nelle lunghe camminate, era solito fischiettare, come mai Tiziano pensava che si potesse fare. Perfino le fughe.

«Schubert!» ordinava Tiziano e quello iniziava a fischiare La morte e la fanciulla, come se avesse un quartetto d’archi in bocca. Lo applaudiva e dopo un poco, insisteva:

«Wagner» e quello, imperturbabile, faceva emergere Tristano, cancellando cioccolaterie e signore impellicciate.

L’ilarità di Tiziano lo divertiva, facendolo fischiare ancora più forte. Per quanto poteva, Tiziano faceva l’accompagnamento, creando buffe sinfonie.

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2 Comments

  1. Complimenti, racconto piacevole dall’ambientazione curata e dalla trama non scontata. Nonostante la lunghezza, a tratti, ho avuto l’impressione di una certa fretta di scrittura, non so come spiegare, immagina una voce che siccome ha tanto da raccontare si mette ogni tanto a parlare veloce.
    In ogni caso ho apprezzato.
    ml

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