Cercasi Susy disperatamente (MDURP)

La sigla MDURP sta per la rubrica Memorie di una ragazza per bene [n.d.A.]

 

I ricordi la maggior parte delle volte affiorano in me dalla musica. Proust aveva le madeleine, io ho lo stereo, o meglio la radio perché ha quella cifra di inatteso e di non programmato che scatena l’irruzione del tempo ritrovato. Così, ieri hanno passato per radio Into the groove di Madonna, un brano che alle feste delle medie mi faceva impazzire e che scappavo in pista ovunque mi trovassi, mi cancellava la timidezza (si, una volta ero timida, poi mi è scoppiata la sfacciataggine).

Questa pseudo-ossessione danzereccia è proseguita anche al liceo ed era condivisa con una mia compagna che di nome faceva Susy ed era una madonnara impenitente. Per chi fosse troppo giovane – e soprattutto non provasse vergogna per questo stato – le madonnare degli anni ’80 vestivano con crocifissi, guanti in pizzo, orecchini improbabile e calzamaglie colorate. Insomma non si capiva come eri vestita, era una sorta di stratificazione di abiti e fermagli, che però ti qualificava come amante di Lady Ciccone. Susy era fantastica. Lei, come Madonna, era una tappa – mi scuso per il mancato uso di eufemismi, ma ho premura – e non era neppure particolarmente magra. Come Madonna, insomma, non era propriamente una modella, ma come Madonna riusciva a convincere tutti di essere meravigliosa. E ciò per me già di per sé vale mille bellezze. Perché Susy era una potenza di simpatia, quando irrompono i miei ricordi di lei, inizio a ridere. Diceva sempre cose che non ti aspettavi, era spontanea e buffa. Ma condivideva un’altra cosa con il suo idolo: era fermamente convinta che le ragazze dovessero prendersi i ragazzi che gli piacevano, così, senza tanti giri di parole. Questo era un problema nella nostra amicizia, perché io invece sono sempre stata convinta del contrario e ciò rendeva la nostra frequentazione assolutamente esilarante. Dopo qualche cattiva figura, capii subito che non dovevo mai dire a Susy: «Mi piace quello», perché tempo due secondi lei lo fermava nei corridoi, oppure lo invitava a uscire. La cosa peggiore che fece fu scrivere su uno specchietto del motorino di un ragazzo, che mi piaceva parecchio, il mio nome.

Quella mattina litigammo. Che cavolo vuol dire trovarsi lo specchietto sporco.  A me non sembrava affatto una buona idea.

Per difendermi da queste sue continue avances nei confronti di sconosciuti, in cui venivo coinvolta senza esitazione, arrivata in primo liceo sviluppai una tecnica difensiva. Ero acida e dicevo cose fuori luogo a tutti, rovinandole i corteggiamenti. Susy minacciava di non portarmi a nessuna festa o di fare finta di non conoscermi, per; alla fine se la spassava troppo. Ricordo che, dopo averle fatto la solenne promessa di non rovinarle il corteggiamento  di un certo Massimo, quando questo venne ad una festa con un cravattino nero e tutto in ghingheri dandy, io esordii chiedendogli «Ma imiti David Bowie o sei solo vestito da deficiente». Susy avrebbe voluto fulminarmi, ma poi si arrese, anche quando un tipo si presento come Dino ed io gli chiesi se era il diminuitivo di bigodino. era rassegnata.

La cosa comica fu quando dopo circa tre anni dalla fine del liceo, passati senza vedere Susy, mi arriva  a casa una telefonata di un certo Antonio, che mi dice di essere il fidanzato di Susy e la cerca. Io cado dalle nuvole e lui mi spiega che lei gli aveva detto che era venuta a studiare da me. Io con disinvolutura gli dico che era appena andata via.

La sera mi arriva una telefonata di Susy, che rideva come una pazza. Lei era andata da un-altra Deborah a studiare e il mio numero era stata sua madre a darlo ad Antonio. «Comunque, sei una amica, anche se il mo ragazzo mi ha detto che frequento delle stronze».

Si, probabile.

 

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