Simone

 

Ero al mio secondo anno di insegnamento a scuola ed arrivo a P., liceo scientifico, mi affidano due terze e due quarte.  Sulla quarta A, vengo preparata dalla docente di lettere. Mi ferma prima di entrare in classe e mi dice che è una classe difficile: solo 4 ragazze e 24 ragazzi, varie teste calde, pessimi voti in condotta, anche se hanno intelligenza da vendere. «Proveranno subito a metterti sotto – mi dice – l’anno scorso la collega di filosofia è stata quasi sempre assente, perché l’hanno fatta esaurire».

Entro nell’arena e appuro che la presentazione della collega non è stata esagerata. Il volume delle voci è altissimo, fare l’appello è già una prova di forza. La cosa positiva è che sono curiosi. Presentazioni, «Lei da dove viene?», i primi rimproveri. Dopo mezz’ora, uno spilungone all’ultimo banco urla: «Siamo stanchi!». Ancora non lo so, ma sarà una frase che scherzosamente useremo come campanella interna per tutto l’anno. Poco dopo, vedo del fumo dal secondo banco. F.C. ha acceso una sigaretta.

Nota sul registro, senza battere ciglio.

Quando suona la campana della fine della prima ora, si apre la porta. Entra un ragazzo magro, con i jeans a vita bassa, l’elastico dei boxer visibile e alcuni piercing. Ray Ban specchiati. Mi poggia, senza dire nulla il permesso per l’entrata sulla cattedra e va a sedersi. Nella classe sento alcuni risate. Prende posto accanto al ragazzo della sigaretta e si siede a cavalcioni sulla sedia, girandomi le spalle. La classe aspetta una mia reazione.

Io non so affatto che devo fare, ma sento che non gli voglio dare la soddisfazione di rivolgergli io per prima la parola. Continuo  a parlare di Lutero e delle cose che loro hanno fatto l’anno scorso e mi chiedo quando quello si volterà. Niente.

Allora,  mi vado a mettere di fronte a lui, sedendomi su un banco e continuo a spiegare. Pian piano si girano gli altri ragazzi. Lui continua a tenere gli occhiali e l’espressione è imperturbabile.

Così il mio primo incontro con Simone.

L’indomani, ho sempre la terza ora in quella classe. Quando entro, lui non c’è. Guardo le presenze e lui risulta in classe. Guardo l’orologio, avevo già imparato a farlo, per controllare le uscite in bagno. Dopo un poco si apre la porta, Simone non bussa mai, ed entra con i soliti jeans che sembra debbano cascare da un momento all’altro e un paio di scarpe inverosimili. Colorate, senza lacci, grandissime.

«Complimenti per le scarpe» gli dico, mentre lui mi passa davanti senza salutare.

Almeno accenna un sorriso.

Mi siedo con l’idea di cominciare a parlare del Rinascimento, quando vedo che Simone prende la sua sedia e la porta acanto alla mia, alla cattedra. Si siede attaccato a me, tutta la classe ride.

«Le do fastidio?» mi dice, così sento la voce.

«Forse la mia luce ti dà fastidio, visto che stai con gli occhi da sole» gli rispondo.

«Non si può?».

«Dipende, se hai occhi brutti meglio che li tieni».

Torno a parlare di Ficino e dopo un poco, vedo che i Ray Ban si trovano sulla cattedra. Tra una cosa e l’altra, mi vedo costretta a fare un’altra nota perché all’ultimo banco uno tira un pugno a un altro. Però, nonostante tutto, la quarta A ha qualcosa di piacevole, lo sento a pelle. Ci entro con più voglia che nella quarta B, dove sono indifferenti a tutto.

La collega di lettere, nell’intervallo, mi chiede com’è andata. Mi informa che Simone fa una collezione di note sul registro, richiami a casa, l’anno scorso si è salvato per miracolo, con tre debiti, la mamma è giovanissima ed è disperata per quel figlio. Il giorno successivo ho un’ora buca e la trascorro leggendo Melville, rispondendo a monosillabi alle domande di una collega di scienze, che sfoglia una rivista. La bidella si avvicina e mi dice che c’è un alunno che mi vuole parlare. Non ho alcun dubbio. Poco dopo entra Simone:

«Professoressa, allora andiamo in laboratorio per quel lavoro?».

La collega di scienze lo saluta e ci guarda. Quale lavoro? penso, ma esco con lui.

«Simone, che c’è?».

«Le volevo parlare e non volevo che mi sentiva la prof. di chimica».

«Mi sentisse».

«Che?».

«Si dice mi sentisse».

Andiamo nel cortile della scuola, c’è un sole meraviglioso.

«Cos’hai in classe?».

«Latino, ma ho detto alla prof. che dovevo fare un lavoro con Lei, anzi, se glielo chiede non mi faccia fare cattiva figura».

Lo guardo e penso che devo decidere su due piedi la strategia da usare. Non posso essere sua complice, come mi chiede, ma non posso neanche rispedirlo in classe perché mi ha cercato.

«Lei è una tosta, sa?».

«Perché? Pensi che mi avresti messo paura con paio d’occhiali?».

«Le altre si incazzano».

Mi siedo su alcuni gradini e mi accendono una sigaretta, dopo tutto è la mia benedetto ora di riposo.

«Mi dà una sigaretta?».

«Non se ne parla affatto».

«Ma tanto io fumo».

«Fa’ quello che vuoi, ma non con le mie sigarette».

«Lei l’ha mai fumato uno spinello?».

«No».

«Tanto lo so che non me lo direbbe lo stesso».

«Infatti, quindi hai fatto una domanda idiota».

«Le sto antipatico, vero?».

Lo guardo, al di là dei piercing, della masticante perennemente in bocca, dei capelli in aria, è un passerotto spaventato.

«No, mi stai simpatico e potremmo anche andare d’accordo se vuoi».

«La chiamo Deborah, però».

«No, mi chiami professoressa».

«Suona male, lo so che lei non è così seria come sembra».

Mi viene da ridere, perché ha maledettamente ragione, ma ho capito che le maschere vanno portate, altrimenti sono guai.

«Si, poi vediamo quando ti interrogo se non sono seria».

«Va be’, torno in classe».

«Ah , Simone».

«Che c’è?».

«È inutile che ti sforzi: la nota non te la farò mai».

«E perché?».

«Per farti dispetto».

Inizia così un periodo di tregua con Simone, che lo porta a impegnarsi con risultati esigui nelle mie materie. Non ha mai studiato, quindi, non può fiorire in una volta. Però è attento, almeno in filosofia. Anche con il resto della classe, le cose vanno meglio. Ho capito che ci sono compromessi da fare, l’urlo«Siamo stanchi» l’ho programmato l’ultima mezz’ora di lezione, quando facciamo la quinta e la sesta, e dopo quel richiamo, mi sono impegnata a parlare con loro di musica. Solo se prima, per un’ora e mezza non hanno fiatato e hanno seguito bene.

Sono ragionevoli, dopotutto e iniziano a fidarsi, così la mezz’ora dedicata a Jim Morrrison o a Ligabue, diventa un momento per raccontarsi, per parlarmi dei loro sabato sera, per farmi vedere le loro foto.

Questa tregua si interrompe il giorno della festa per le vacanze natalizie. Portano torte, bibite, panettoni e tutto sembra andare bene, al di là delle difficoltà di tenerli in classe. Io entro alla quarta e manca Simone. Passano venti minuti e chiedo a Nino di andare a cercarlo e dirgli di tornare subito, altrimenti lo porto in presidenza. Passano dieci minuti e sparisce anche Nino.

Dopo un po’ arriva un ragazzo di un altra classe che mi chiede se posso fare uscire un attimo F.C., il fumatore. Capisco che c’è qualcosa che non va,  le ragazze ricevono messaggi al telefonino e parlottano. Chiamo Luana, la più matura e le chiedo di dirmi quello che sta succedendo, è preferibile sbrigarla fra di noi, la cosa. Tentenna, ma poi mi dice che Simone è svenuto in bagno, ma ora sta meglio.

Dentro me sento una parolaccia, che vorrei urlare in quell’aula incasinata. Ancora la maschera. Scopro che Simone si è ubriacato e continua a vomitare in bagno. Aveva messo della vodka dentro le bottiglie di coca cola. Mi sento un’idiota.

Vado davanti ai bagni dei maschi e chiamo a voce alta Simone.

Viene fuori Nino:

«Professoressa…».

«Professoressa un …Lasciamo perdere….c’è qualcuno oltre Simone?».

«No».

«Va bene, non fare entrare nessuno».

Entro nel bagno dei ragazzi e lo trovo seduto per terra, la faccia è uno straccio.

«Professoressa» dice biascicando.

«Mi hai tradito».

«Mi fa la nota?».

«Chiamo tua madre e ti faccio venire a prendere».

«No, mia mamma no! Mi fa uscire se no fra due mesi».

Me ne vado dal bagno e chiamo la mamma, mi dispiace darle questa notizia. Arriva prestissimo, con una bambina piccolissima in braccio.

Al ritorno a scuola, dopo le vacanze, Simone si avvicina e mi chiede scusa.

«Ho fatto una figura di schifo proprio con Lei, mi dispiace, professoressa,  che cosa pensa di me?».

Io penso che non vorrei pensare, ecco tutto. Che ci sono dei momenti in cui non ti senti le spalle così forti da tenere i loro casini. Vorresti essere più stupida di loro e invece devi fare quella razionale, quella giusta, quella che sa sempre cosa dire. Penso che Simone si droghi, questo penso. Niente di eccessivo, spero, ma l’ho capito da alcuni discorsi che mi ha fatto, dalle domande che mi pone quando si parla di immaginare un’altra realtà. L’avevo fatto per lui l’approfondimento sull’utopia, ma non pensavo mica che finiva dentro una bottiglia di coca cola, il suo sogno. Penso che è qualcosa più grande di me, che mi guarda con i suoi occhi neri e mi chiede aiuto. Il giorno dopo vado in libreria, trovo un libro di Galimberti sul nichilismo spiegato ai giovani, si chiama L’ospite inquietante. Parla della mancanza di valori e unisce molto bene la filosofia di Nietzshe ai problemi dei ragazzi: la droga, l’incapacità di vedere un senso nelle cose, il divertimento basato sull’alcool.

Decido che leggeremo in classe quel libro. I ragazzi sono entusiasti e iniziano a parlare, a raccontarsi, perfino F.C. smette di tenere in mano la sigaretta spenta e inizia a studiare.

Arrivano le pagelle e Simone trova un 3 in ogni mia materia. Deve studiare, non servono i discorsi, non serve che mi chiama Deborah a voce alta, nonostante io gli abbia detto di non farlo. Mi chiede l’Elogio della follia, «è il primo libro che leggo» mi dice.

Le cose tornano ad andare bene, lambisce più volte il sei in filosofia, in Storia è un disastro. Siamo a inizio maggio  ancora ha un 4 stabile.

«Prof. mi bocciano. Già mi lasceranno matematica, latino e chimica, se mete anche storia è finita».

«Studia, lunedì ti interrogo».

«Giusto lunedì! Sabato c’è la serata in discoteca…».

«Fai come vuoi, io ti interrogo».

Lunedì appena entro in classe vedo la sua assenza. Il solito inaffidabile, penso.

«Prof. Lo sa che  è successo a Simone?» mi chiedono.

Attacco di peritonite, sabato notte. Operato d’urgenza. Dovrà rimanere un bel po’ all’ospedale.

«Sa cosa ha chiesto quando si è svegliato?».

«No».

«Di portargli il libro di storia».

Loro me lo dicono pensando di farmi felice, io invece peso di avere sbagliato tutto. Se ho comunicato a Simone la paura di  me, la paura della mia materia, mi sento uno schifo.

Qualche giorno dopo, vado a trovarlo in ospedale, è uno scheletro con in mano gli appunti sulla Rivoluzione Francese.

«Professoressa, stavo studiando».

«Allora sei più tosto di me».

 

Alla fine, Simone è riuscito ad arrivare alla sufficienza in storia e ci è arrivato non per mia compassione, ma perché ha studiato veramente.

 

Adesso non so cosa faccia, qualche anno fa l’ho incontrato all’Università, mi ha chiamato da lontano: «Deborah!».  Non aveva più l’espressione da passerotto, era cresciuto. Ci siamo stretti forte.

Cosa mi ha insegnato? Che la severità deve essere sempre ponderata sulla fragilità di chi hai di fronte.

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