Il cappotto

 

«Nel dipartimento di… ma è meglio non specificare in quale dipartimento. Non c’è niente di più irritabile di ogni sorta di dipartimenti, reggimenti, cancellerie e, in una parola, di ogni sorta di ordine burocratico. Ora, ormai, ogni privato cittadino ritiene che nella sua persona venga offesa tutta la società. Dicono che non da molto sia pervenuta la supplica di un capitano ispravnik, non ricordo di quale città, nella quale egli espone chiaramente che le istituzioni statali vanno in rovina e che il loro sacro nome viene pronunciato decisamente a vanvera».

 

Nel giorno della risoluzione – finalmente! – della situazione kafkiana che mi ha tenuto impegnata nell’ultima settimana, festeggio con l’incipit de Il cappotto di Gogol. Dostoevskij diceva che tutta la letteratura russa è nata da quel cappotto, probabile, ed è eccezionale che una cinquantina di pagine contengano una Bibbia di stile. Il modo in cui Gogol si rivolge al lettore, le pennellate rapide e incisive per descrivere Akakij Akakievič Bašmačkin e poi il finale, che ribalta il crudo realismo- o sur-realismo – delle pagine precedenti.

 

Ho temuto anche io di diventare fantasma e apparire davanti la Gelmini, la Giannini e la Carrozza a strappare loro incartamenti e chissà…magari anche cappotti.

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