In caso di insonnia…ancora un gioco per scrittori

È noto che Marcel Proust dovette pubblicare a sue spese il primo volume della Recherche. Nel 1912 aveva ricevuto un primo rifiuto da un certo (l’aggettivo “certo” è un mio atto di sadismo, per vendicare Marcel) Fasquelle, che trovava il romanzo “senza trama, dalle frasi ingarbugliate”. Molto più celebre il rifiuto di un certo (vedi sopra) Ollendorff, che motivò il suo rifiuto con queste parole: “posso essere duro di comprendonio, ma non capisco che un signore possa impiegare trenta pagine per descrivere come si gira e si rigira nel letto prima di riuscire ad addormentarsi”.

A posteriori è facile accanirsi con Ollendorff, che, peraltro, al pari di Celestino V, è passato alla storia in virtù di un rifiuto.

“Per molto tempo, mi sono coricato molto presto la sera”.

Qui un plauso va a Natalia Ginzburg, che tradusse in modo sublime l’indeterminazione temporale del Longtemps proustiano. Io la preferisco di molto alla traduzione “A lungo” di Giovanni Raboni, per i Meridiani Mondadori (quella della Ginzburg era per Einaudi).

Ma lasciamo queste beghe, per giocare alla faccia di Ollendorff : mi descrivete la vostra insonnia e come vi girate e rigirate nel letto?

(Non in 30 pagine! In 3 righe).

P. S. Buona notte

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«Per molto tempo, mi sono coricato presto la sera. A volte, non appena spenta la candela, mi si chiudevan gli occhi cosí subito che neppure potevo dire a me stesso: “M’addormento”. E, una mezz’ora dopo, il pensiero che dovevo ormai cercar sonno mi ridestava; volevo posare il libro, sembrandomi averlo ancora fra le mani, e soffiare sul lume; dormendo avevo seguitato le mie riflessioni su quel che avevo appena letto, ma queste riflessioni avevan preso una forma un po’ speciale; mi sembrava d’essere io stesso l’argomento del libro: una chiesa, un quartetto, la rivalità tra Francesco primo e Carlo quinto. La convinzione sopravviveva per qualche attimo al mio risveglio, e non offendeva la mia ragione, ma mi pesava sugli occhi come scaglie, ed impediva loro di rendersi conto che la candela non era piú accesa. Poi cominciava a farmisi inintelligibile, come i ricordi di un’esistenza anteriore dopo la metempsicosi; il contenuto dei libro si staccava da me, ero libero di pensarci o non pensarci; subito ricuperavo la vista ed ero assai stupito di trovare intorno a me un’oscurità dolce e riposante per i miei occhi, ma forse piú ancora per l’animo mio, al quale essa appariva come una cosa senza causa, incomprensibile, come una cosa veramente oscura. Mi domandavo che ora potesse essere; sentivo il fischio dei treni, che, piú o meno lontano, come il canto di un uccello in una foresta, segnando le distanze, mi descriveva la distesa della campagna deserta, dove il viaggiatore s’affretta verso la stazione vicina; e il viottolo ch’egli percorre gli resterà impresso nel ricordo dall’eccitazione che gli dànno dei luoghi nuovi, degli atti insoliti, i recenti discorsi e l’addio sotto una lampada estranea che lo seguono ancora nel silenzio della notte, la prossima dolcezza del ritorno. Appoggiavo teneramente le gote alle belle gote del guanciale, piene e fresche come quelli della nostra infanzia. Accendevo un fiammifero per guardar l’orologio. Mezzanotte fra poco. E’ il momento in cui il malato che abbia dovuto mettersi in viaggio e dormire in un albergo sconosciuto svegliato da una crisi, si rallegra al vedere sotto la porta una riga di sole. Che gioia, è già mattina! Tra un minuto i servi si alzano, potrà suonare il campanello, verranno a dargli aiuto. La speranza del conforto gli dà coraggio nella sofferenza. Ecco, proprio gli è parso di sentire un rumore di passi: i passi s’avvicinano, poi s’allontanano. E la riga di sole sotto la sua porta è scomparsa. E’ mezzanotte; hanno appena spento il gas; l’ultimo cameriere se n’è andato e bisognerà passare la notte a soffrire senza rimedio. […] La mia sola consolazione, quando salivo per coricarmi, era che la mamma venisse a darmi un bacio non appena fossi stato a letto. Ma quella buonanotte era di cosí breve durata, ella ridiscendeva cosí presto, che il momento in cui la sentivo salire, poi quando passava nel corridoio a doppia porta il rumore leggero della sua veste da giardino di mussola azzurra, dalla quale pendevano cordoncini di paglia intrecciata, era un momento per me doloroso. Annunciava quello che l’avrebbe seguito, in cui mi avrebbe lasciato, e lei sarebbe ridiscesa. Di modo che quella buonanotte che mi era cosí cara, giungevo a desiderare che venisse il piú tardi possibile, perché si prolungasse l’intervallo in cui la mamma non era ancora venuta. Qualche volta, quando, dopo avermi baciato, ella apriva la porta per andarsene, volevo chiamarla indietro, dirle: “Dammi ancora un bacio” ma sapevo che subito ella avrebbe fatto il viso scuro, giacché la concessione che faceva alla mia tristezza e alla mia agitazione salendo ad abbracciarmi, portandomi quel bacio di pace, irritava mio padre, che riteneva assurdi quei riti, ed ella avrebbe voluto procurare di farmene perdere la necessità, l’abitudine, ben lungi dunque dal lasciarmi prendere quella di domandarle, quando già fosse sulla soglia della porta, un bacio di piú. Ora, vederla adirata distruggeva tutta la calma che ella m’aveva portato un attimo prima, quando aveva chinato sul mio letto il suo volto amoroso, e me l’aveva teso come un’ostia per una comunione di pace a cui le mie labbra attingessero la sua presenza reale e il potere di addormentarmi. […] Cosí è per il passato nostro. E’ inutile cercare di rievocarlo, tutti gli sforzi della nostra intelligenza sono vani. Esso si nasconde all’infuori dei suo campo e del raggio d’azione in qualche oggetto materiale (nella sensazione che ci verrebbe data da quest’oggetto materiale) che noi non supponiamo. Quest’oggetto, vuole il caso che lo incontriamo prima di morire, o che non lo incontriamo. Erano già molti anni che di Combray tutto ciò che non era il teatro e il dramma del coricarmi non esisteva piú per me, quando in una giornata d’inverno, rientrando a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi propose di prendere, contrariamente alla mia abitudine, un po’ di tè. Rifiutai dapprima, e poi, non so perché, mutai d’avviso. Ella mandò a prendere una di quelle focacce pienotte e corte chiamate “maddalenine”, che paiono aver avuto per stampo la valva scanalata d’una conchiglia di san Giacomo».

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34 Comments

  1. Apro gli occhi alle 5 del mattino, rifletto sui brevi fantasmi che mi han disturbata e, ignorandoli, ascolto un classico interpretato con passione da un attore/attrice. Mi abbandono alle immagini evocate dalla lettura e proseguo con un sogno di vera libertà.
    Ah, dormo da sola 😉

      1. 😀
        ma grazie! “brevi” perché cerco di stroncarne la vita sul nascere e li voglio con le gambe corte così da non portarmi troppo in giro con loro 😉
        Buona notte a te e che sia priva di fantasmi 🙂

  2. ho piccole ossessioni che mi accompagnano nell’addormentamento (rapido) e che ritrovo nel risveglio (precoce): sono trame di racconti lasciati in sospeso, percorsi ciclistici ancora in fase di progetto, vicende previste per i giorni a venire, insomma tutto ciò che deve ancora accadere, che non sia una sorpresa eccessiva.
    ml

  3. Ore 02,45, la notte si fa profonda, mi sono addormentata sul Kindle, la luce dell’ abat-jour accesa. Mi pareva di sentire il rantolo soffocato della cisterna dell’acqua che turbava la notte di Giovanni Drogo, sepolto nel suo deserto di fantasmi. Ma è solo il cicaleccio del lavandino che sgocciola appiccicato tra sogno e cascami di lettura. Bella lettura che riprendo.

    Massimo, a volte le idee migliori per i racconti si ruminano proprio nelle ore insonni

    Deborah, le tue idee per coinvolgerci nella scrittura sono sempre smaglianti

  4. Pingback: boo! | NINJALASPIA
  5. Neanche a farlo apposta, stamattina mi son svegliata alle 05.30. E il lavoro, il lavoro, mi ha messo un angoscia terribile. Ogni minuto era un minuto in meno di libertà, sta diventando un’angoscia sempre più insopportabile. Poi, alle 07.00 decido finalmente di alzarmi e passo qui; e ora devo andare. E ho mille altri fantasmi che probabilmente continuo a ignorare.

      1. Lavoro in ufficio. Ho fatto anche l’aiuto cuoco, ti giuro, preferisco.

  6. Ogni mio vagare, a cuor perduto, tra le lenzuola è come il seguito di una storia troppo concentrata per poterne raccontare anche solo l’inizio. E’ un’ispirazione che si prende beffe di me e che mi porta ad ergermi, nel cuore della notte.

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