A proposito di Don Abbondio….

« …proseguiva il suo cammino, guardando a terra e buttando con un piede verso il muro i ciottoli che facevano d’inciampo nel sentiero… egli, continuò a leggere tratti del suo salmo e si fermava… dopo alcuni tratti egli si fermava e lo leggeva…
[…] Il nostro Abbondio, non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d’essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiar in compagnia di molti vasi di ferro. »

Chiacchierando su vibrissevibrisse sulla didattica de I promessi sposi, mi sono resa conto che spesso si dimentica davvero quello che Barthes chiamava “il piacere del testo”, in nome di antipatie e pregiudizi.
Questa è una pagina godibilissima e presenta quello che, a mio gusto, è il personaggio più riuscito, non fosse altro che perché fa risuonare con forza l’ironia dell’autore.

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« Sapete voi quanti siano gl’impedimenti dirimenti?
Che vuol ch’io sappia d’impedimenti?
Error, conditio, votum, cognatio, crimen,
Cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas,
Si sis affinis,….”
cominciava don Abbondio, contando sulla punta delle dita.
“Si piglia gioco di me?” interruppe il giovine. “Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?” »

Si dimentica spesso che Manzoni era anche un grande creatore di dialoghi.
Siamo poi certi che Don Abbondio sia solo la rappresentazione di una paura bonaria? Mi piace la lettura che ne dà Sciascia:
« don Abbondio è forte, è il più forte di tutti, è colui che effettualmente vince, è colui per il quale veramente il “lieto fine” del romanzo è un “lieto fine”. Il suo sistema è un sistema di servitù volontaria: non semplicemente accettato, ma scelto e perseguito da una posizione di forza, da una posizione di indipendenza, qual era quella di un prete nella Lombardia spagnola del secolo XVII. Un sistema perfetto, tetragono, inattaccabile. Tutto vi si spezza contro. L’uomo del Guicciardini, l’uomo del “particulare” contro cui tuonò il De Sanctis, perviene con don Abbondio alla sua miserevole ma duratura apoteosi. Ed è dietro questa sua apoteosi, in funzione della sua apoteosi, che Manzoni delinea – accorato, ansioso, ammonitore – un disperato ritratto delle cose d’Italia: l’Italia delle grida, l’Italia dei padri provinciali e dei conte-zio, l’Italia dei Ferrer italiani dal doppio linguaggio, l’Italia della mafia, degli azzeccagarbugli, degli sbirri che portan rispetto ai prepotenti, delle coscienze che facilmente si acquietano… »

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