Complessità e linguaggio

Foto: Non è poi lontana

 

 

La riflessione novecentesca sul linguaggio segue un percorso che potremmo definire “dal semplice al complesso”. Conscia del carattere schematico e parziale della parabola che andrò a tracciare, intendo tuttavia sottolineare che il Novecento si è mosso lunga una traiettoria che lo ha condotto da una posizione atomistica ad una olistica del linguaggio; dal miraggio di una characteristica universalis all’ammissione dell’intrascendibile ambiguità e polimorfismo del linguaggio, destinato non solo alla Babele delle lingue ma minacciato, in ultima analisi, da una potenziale intraducibilità delle medesime (Quine). Tale percorso non è perfettamente lineare, cronologicamente parlando, perché vi sono filosofi che hanno riconosciuto il carattere ambiguo del linguaggio, la sua vitalità che sfugge ad ogni maldestro tentativo di fissarlo in rigide formule fin dall’inizio del Novecento: Charles Sanders Peirce e Benedetto Croce. Tuttavia è innegabile che, nonostante questi preziosi precursori, il Novecento filosofico si sia aperto sotto il segno di Leibniz e, direi, nel sogno di Leibniz. A cavallo tra la fine dell’Ottocento e la prima decade del Novecento, la logica calcolatoria e la lingua ideografica di Leibniz conoscono una sorprendente fortuna e riattualizzazione per opera di Boole, Schröder, Peano, Russell, Frege, Couturat. Il formalismo, che agli inizi del XIX secolo era stato considerato il limite della logica leibniziana, sancì la sua riscoperta da parte dei logicisti.

«Le lingue ordinarie, sebbene servano al ragionamento, tuttavia sono soggette a innumerevoli equivoci, né possono essere impiegate per il calcolo, in maniera cioè che si possano scoprire gli errori di ragionamento risalendo alla formazione e alla costruzione delle parole, come se si trattasse di solecismi o barbarismi. Questo mirabilissimo vantaggio sinora danno soltanto i segni impiegati dagli aritmetici e dagli albegristi, nei quali ogni ragionamento consiste nell’uso di caratteri, e ogni errore mentale è lo stesso che un errore di calcolo. Meditando profondamente su questo argomento mi apparve subito chiaro che tutti i pensieri umani potevano risolversi del tutto in pochi pensieri da considerarsi come primitivi. Se poi si assegnano a questi ultimi dei caratteri, di qui si possono formare i caratteri delle nozioni derivate, da cui sia sempre possibile trarre i loro requisiti e le nozioni primitive che vi entrano, le definizioni e i valori, e perciò anche le loro modificazioni derivabili dalle definizioni. Una volta fatto questo, chi si servisse dei caratteri così descritti nel ragionare e nello scrivere, o non commetterebbe mai errori, oppure li riconoscerebbe sempre da sé, siano suoi o degli altri, mediante esami facilissimi»[1]. Queste parole di Leibniz potrebbero benissimo essere utilizzate come manifesto programmatico del logicismo del Novecento; non è affatto casuale, del resto, che lo studio di Leibniz sia stato una tappa fondamentale nella formazione di Bertrand Russell, che scrisse nel 1900 lo studio A Critical Exposition of the Philosophy of Leibniz[2], di Couturat, è del 1901 il suo volume La logique de Leibniz d’aprés des documentd inédits e del 1903 Opuscules et fragments inédits de Leibniz[3], di Vailati, che nel 1905 nella «Rivista di filosofia e scienze affini» si interrogava Sul carattere del contributo apportato dal Leibniz allo sviluppo della logica formale[4]. In una interpretazione non in linea con i logicisti, Leibniz è tuttavia presente anche nella riflessione di quegli anni di Ernst Cassirer che nel 1902 pubblicò Leibniz’ System[5]. Frege e Husserl, sebbene non abbiano dedicato un’opera storiografica a Leibniz, fanno riferimento a lui rispettivamente nella memoria presentata all’Accademia Reale delle Scienze di Lipsia nel 1896, L’ideografia del signor Peano e la mia[6] e nel  § 60 delle Ricerche Logiche[7], del 1900. Le date riportate danno la chiara percezione del fatto che nei primissimi anni del ‘900, l’opera di Leibniz era letta non con un interesse meramente storiografico, ma con l’intento di riconoscere in essa le medesime esigenze della filosofia contemporanea. Tali esigenze erano l’individuazione di un sistema di primitivi, ossia di elementi atomici del linguaggio che servissero da fondamento per l’edificazione di una lingua artificiale; l’elaborazione di una lingua ideale, avente una grammatica semplificata, ridotta all’osso (Leibniz aveva progettato una lingua molto simile al latino sine flezione di Peano); l’invenzione di caratteri speciali sui quali potesse esercitarsi un calcolo che universalmente doveva condurre tutti i parlanti a conclusioni vere[8].

Questo sogno di inizio novecento, fortemente contrastato da Benedetto Croce nella sua polemica con Peano e alla sua ricerca di una lingua universale, inizia a scricchiolare nella ricerca dei semplici nel Tractatus logico-philosophicus, proprio per opera di Wittgenstein che era stato considerato da Russell quale erede e possibile autore di una svolta definitiva nel cammino di identificazione fra logica e filosofia. L’opera di Wittgenstein, al pari di quella di Husserl e Cassirer anche loro logici in un primo momento e assertori di un mondo della vita e del linguaggio come forma simbolica in un secondo tempo,  è invece indicativa della presa di coscienza che il Novecento ebbe dell’impossibilità di ridurre il linguaggio a univoca rappresentazione del reale. La ricerca dei semplici nel Tractatus, infatti, era un’esigenza per salvaguardare la determinatezza del senso delle proposizioni. Nei Quaderni preparatori alla stesura del Tractatus logico-philosophicus, Wittgenstein scriveva: «L’esigenza delle cose semplici è l’esigenza della determinatezza del senso […]. Se v’è un senso finito ed una proposizione che esprime completamente questo senso, vi sono anche nomi per oggetti semplici»[9]. Gli oggetti semplici sono i custodi del significato, in quanto se il linguaggio e la realtà non avessero struttura atomica, il linguaggio fluttuerebbe in un’ambiguità e in una plurivocità perenne. Sempre nei Quaderni Wittgenstein scriveva: «Noi sentiamo che il MONDO deve constare di elementi» e il lavoro filosofico, date queste premesse dev’essere di tipo analitico, nella scomponibilità del complesso fino alle parti costituitive del senso. Ma il Tractatus non riesce a risolvere in maniera “scientifica” il problema dell’atomicità del linguaggio e la chiusa mistica dell’opera testimonia la non conoscibilità del semplice, che come tale rimane un postulato, un’esigenza che tuttavia rimane inesprimibile, “si mostra” senza potersi dire. Questa è l’ironica sorte di un libro che venne preso come Bibbia del logicismo dai neopositivisti ma che, invece, ha la sua grandezza filosofica proprio nell’aver sancito il naufragio irrimediabile dell’atomismo logico. Nell’ambito di una teoria semiotica, l’apporto più innovativo dato da Wittgenstein è stato lo smantellamento tanto del binomio significante/significato di matrice desaussuriana quanto il celebre triangolo di Frege (poi ripreso da Ogden e Richards) di segno, senso e denotazione. Per il secondo Wittgenstein, il significato di un nome non risiede in una identità univoca e rigida né in un rapporto triadico, bensì dal sovrapporsi di significati, dall’intrecciarsi di contenuti e di rimandi. Il significato di un nome, dagli anni’30 in poi, per Wittgenstein diviene non l’oggetto che tale nome denota, ma l’uso. La categoria dell’uso riporta il linguaggio alla dimensione della praxis, al «terreno scabro» come dice Wittgenstein nelle Ricerche filosofiche, estromettendo qualsiasi vocazione mentalista o privatista del linguaggio. Parlare diviene un’attività naturale dell’uomo come camminare, mangiare e il linguaggio diviene una forma di vita, strettamente connessa alla cultura di un popolo, alla sua Weltbild. Scompare, nella seconda produzione wittgensteiniana, il problema della ricerca dei semplici, in quanto il nome da elementare, semplice diviene forma architettonica, struttura complessa; ogni nome ha un’atmosfera, ossia è in grado di evocare non un significato ma una famiglia di significati.

È interessante osservare che la svolta wittgensteiniana, lungi dall’essere una mero cambio personale di prospettiva, è chiaro segno del mutato Zeitgeist del Novecento, che ha registrato tanto in area anglosassone che in area germanica e francese, il netto abbandono della ricerca di una clavis universalis, di un linguaggio unico e univoco e la declinazione del fenomeno linguistico in chiave storico-culturale. In ambito tedesco, il riconoscimento operato da Cassirer dell’uomo come animale simbolico poggia sulla distinzione fra segno che ha una «specie di realtà fisica o sostanziale» e il simbolo che, invece, «ha soltanto valore funzionale»[10]. Il segno si connette alla cosa a cui si riferisce in modo fisso e univoco, mentre il simbolo è caratterizzato dalla variabilità e dalla non uniformità. Contro il sogno riduzionista, Cassirer afferma la necessità di leggere il linguaggio «in termini di energeia e non di ergon. Non è qualcosa di bello e fatto bensì un processo continuo»[11]. Da funzione riproduttiva del reale, il linguaggio assume funzione produttiva di realtà. In tal modo, anche nella riflessione heideggeriana e gadameriana, il linguaggio non rispecchia il mondo ma “crea” un mondo: «Il linguaggio non è solo una delle doti di cui dispone l’uomo che vive nel mondo; su di esso si fonda, e in esso si rappresenta, il fatto stesso che gli uomini abbiano un mondo. Peer l’uomo, il mondo esiste come mondo in un modo diverso da come esiste per ogni altro essere vivente nel mondo. Questo mondo si costituisce nel linguaggio»[12] scrive Gadamer in Verità e metodo.

Parallelamente anche la cultura francese si allontana dall’ideale semplificatore ancora operante nell’indagine strutturalista del linguaggio e attraverso due filosofi contemporanei fra loro molto diversi, quali Derrida e Morin,  espone l’irriducibilità del significato ad una unità semplice dai confini semantici definiti.  Il segno come presenza differita, nel primo, e l’antiriduzionismo, nel secondo, portano – per strade differenti – alla disintegrazione del linguaggio unidimensionale.

L’ultimo baluardo di una concezione netta del significato e di un linguaggio formalizzato e analizzabile era rimasta la filosofia anglo-americana, erede di Russell, Moore, Wittgenstein. Tuttavia anche in questa tradizione, si sono fatti strada “eretici” quali Goodman, Sellars, Rorty e da ultimo Quine, che mi sembra colui che ha portato al capolinea il sogno del significato e del riferimento, tanto che oggi si parla di filosofia post-analitica. Se il Novecento si è aperto con il sogno di una clavis universalis, di una lingua capace di superare le particolarità degli idiomi, con Quine si arriva alla massima enfatizzazione delle differenze fra gli idiomi, fino ad approdare all’idea di intraducibilità di ogni lingua. Quine polemizza con veemenza, e anche con spirito caustico, contro l’idea «di una identità o di una comunità di senso sotto il segno, o di una teoria del significato che ne farebbe una sorta di astrazione sopralinguistica, di cui le forme del linguaggio sarebbero il corrispondente o l’espressione». Contro Frege e la sua teoria di significato, Quine fa propria la lezione wittgensteiniana che il significato è il risultato di operazioni linguistico-concettuali che rimandano a comportamenti sociali. Anche la tradizione analitica, attraverso il suo figlio più sovversivo, è infine giunta ad una “relatività ontologica” e ad un olismo che considera impossibile analizzare il fenomeno linguistico mediante la riduzione ad elementi atomici.

 

 

DEBORAH DONATO

[1] G. W. Leibniz, De scientia universali seu calculo philosophico, in Scritti di logica, a cura di F. Barone, Zanichelli, Bologna 1968, p. 240.

[2] La traduzione italiana è del 1971; B. Russell, Esposizione critica della filosofia di Leibniz, Milano 1971.

[3] L. Couturat, La logique de Leibniz d’aprés des documentd inédits, P.U.F. Paris 1901; Opuscules et fragments inédits de Leibniz, alcan, Paris 1903.

[4] G. Vailati, Sul carattere del contributo apportato dal Leibniz allo sviluppo della logica formale, in «Rivista di filosofia e scienze affini», 1905, pp. 338 e segg.

[5] E. Cassirer, Leibniz’ System, Marburg 1902.

[6] Ora in G. Frege, Senso, funzione e concetto. Scritti filosofici, a cura di C. Penco ed E. Picardi, tr. di E. Picardi, Laterza, Roma-Bari 2001, pp. 93-111.

[7] E. Husserl, Ricerche logiche, tr. di ………

[8] Sul sogno leibniziano di una lingua universale, si cfr. P. Rossi, Clavis universalis. Arti mnemoniche e logica combinatoria da Lullo a Leibniz, Il Mulino, Bologna 1983; U. Eco, La ricerca della lingua perfetta, Laterza, Roma-Bari 1993, pp. 289-313;  F. Barone, Logica formale e logica trascendentale,  Edizioni di Filosofia, Torino 1964;

[9] L. Wittgentein, Quaderni 1914-1916, in Tractatus logico-philosophicus, tr. di A. G. Conte, Einaudi, Torino 1989, p. 206.

[10] E. Cassirer, Saggio sull’uomo, tr. di C. d’Altavilla, Armando, Roma 2004, p. 91.

[11] Ivi, p. 219.

[12] H. Gadamer, Verità e metodo, tr. di G. Vattimo, Bompiani, Milano 1994, p. 507.

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