Guido, i’ vorrei

Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento,
e messi in un vasel ch’ad ogni vento
per mare andasse al voler vostro e mio,

sì che fortuna od altro tempo rio
non ci potesse dare impedimento,
anzi, vivendo sempre in un talento,
di stare insieme crescesse ‘l disio.

E monna Vanna e monna Lagia poi
Con quella ch’è sul numer de le trenta
con noi ponesse il buono incantatore:

e quivi ragionar sempre d’amore,
e ciascuno di lor fosse contenta,
sì come i’ credo che saremmo noi.

È un sonetto che da sempre – cioè da quando lo incontrai in primo liceo – mi mette allegria, una strana ebrezza data da termini quali “incantamento”, “disio”, oltre che dal verso “e quivi ragionar sempre d’amore”, che mi sembra riassumere il senso meraviglioso del Dolce stil novo.

Nel XXIV canto del Purgatorio, quando Dante incontra Bonagiunta Orbicciani dichiara così il senso del suo poetare: « I’ mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando» (vv. 52-54) L?idea che l’Amore “ditta” cioè che senza intermediazione il poeta abbia un rapporto con Amore, unico vero artefice della sua poesia, era già stato espresso dai poeti della scuola siciliana. Dante però si fa chiedere dall’Orbicciani se per caso lui non è  il poeta che«trasse le nove rime, cominciando / ‛ Donne ch’avete intelletto d’amore ‘» (vv. 49-51). Testimonia cioè la sua volontà di porre se stesso, il Guinizelli, i Cavalcanti e gli amici a cui rivolge il sonetto sopra citato, nel solco di una nuova poesia. I caratteri di novità   rispetto a quella provenzale e a quella siciliana – sono costituiti dal non essere una poesia cortigiana, a comunale, borghese; lo stile è dolce, aereo, leggiadro (eccezione fatta per il Cavalcanti e per le Rime Petrose dell’Alighieri stesso). Questa interpretazione è avvalorata dal passo del Purgatorio XXVI 97-99, quando Dante incontra Guido Guinizzelli e riconosce in lui, «il padre / mio e de li altri miei miglior che mai / rime d’amor usar dolci e leggiadre». Occorre soffermarsi sulla parola “dolci” e sulla locuzione “de li altri miei miglior”, che insdia la consapevolezza nell’Alighieri, di appartenere ad un gruppo che ha nel Guinizelli il capostipite e che condivide una comunità di interessi e una poetica precisa.

La novità è, quindi, anche rappresentata dall’idea di amicizia che lega coloro che ragionano d’amore, una nobiltà d’animo che non è data dall’appartenenza ad una corte, ma dall’esser presi dallo stesso incantamento.

Il sonetto ha per tema il desiderio di una vita differente da quella reale, fatata; non a caso le parole chiave ineriscono la sfera del sogno. Spazio e tempo sono indeterminati, anzi l’avverbio sempre ripetuto due volte, sembra indicare una ideo di eterno. L’amicizia tra Dante, Guido Cavalcanti e Cino da Pistoia è la trasformazione di un sogno individuale (l’Amore, la poesia, la nobiltà d’animo, la gentilezza) in un desiderio collettivo.

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