“Ma io professo letteratura”

«L’onor mio e la mia coscienza mi vietano di dare un giuramento che il presente governo domanda per obbligarmi a servire nella milizia, della quale le mie occupazioni e l’età mie e i miei interessi m’hanno tolta ogni vocazione. Inoltre tradirei la nobiltà, incontaminata fino ad ora, del mio carattere col giurare cose che non potrei attenere, e con vendermi a qualunque governo. Io per me mi sono inteso di servire l’Italia, né, come scrittore, ho voluto parer partigiano di Tedeschi o Francesi, o di qualunque altra nazione: mio fratello fa il militare e dovendo professare quel mestiere ha fatto bene a giurare; ma io professo letteratura, che è arte liberalissima e indipendente, e quando è venale non val più nulla».

Foscolo,  proprio perché era stato oppositore del regime napoleonico, ricevette offerte più che allettanti dal governo austriaco. Gli venne offerta la direzione di una rivista letteraria e per lui, che era stato escluso dai giornali napoleonici, fischiato nei teatri per il suo Aiace, in cui era palese l’allusione al “tiranno” Napoleone, sarebbe stata una rivincita. Eppure, Foscolo capì che agli austriaci non interessava la sua poesia, ma un documento ufficiale che sancisse che l’uomo libero, che Napoleone non era riuscito a piegare, si era chinato ai nuovi padroni. Si voleva fare di lui un mediatore fra i patrioti e il nuovo regime. La sera del 30 marzo 1815 Foscolo si recò, come di consueto, al teatro della Scala a Milano. Qui ebbe conferma che l’indomani sarebbe stato obbligatorio indossare la divisa austriaca e prestare giuramento agli Asburgo. Quella stessa notte lasciò l’Italia e scrisse la celebre lettera alla madre  e alla sorella.Credo che queste parole finali riassumano il senso del compito civile della letteratura risorgimentale; come scrisse Carlo Cattaneo, Foscolo diede all’Italia una nuova istituzione: quella dell’esilio. Se questa scelta fu devastante per la vita dell’uomo – Foscolo perse tutte le sue fortune, finì in carcere per debiti, andò vagando vivendo sotto falsi nomi – tuttavia fu l’unica possibilità di vita per il poeta, che in nome della propria coscienza, della nobiltà e dell’onore, diviene coscientemente simbolo e testimonianza per le generazioni future. La libertà è per Foscolo «la passione perpetua» della propria vita. Non a caso, nell’Ortis, citerà le parole di Dante che aveva fatto dell’esilio la testimonianza dell’irrinunciabile libertà del poeta: «Libertà va cercando, ch’è sì cara,/come sa chi per lei vita rifiuta».

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