Incontro

«Sono diventato bravo in cucina, ti invito a casa mia – lei lo guardò con occhi interrogativi, spingendolo ad aggiungere – non ho intenzione di portarti in un ristorante affollato».

«No, ti ringrazio, devo andare».

«No, non devi» Tiziano le prese la mano.

A Virginia sembrava che il traffico si potesse fermare da un momento all’altro per assistere a quella ennesima rappresentazione della loro storia. Inoltre, il sole di giugno la intorpidiva.

«Va bene, allora diciamo che voglio andare via».

La prese sottobraccio, sussurrandole di finirla di fare la scontrosa. Le avrebbe cucinato un’ottima pasta alle noci. Camminarono per un po’ vicini, fino a quando Virginia non si ricordò di allontanarsi e di divincolare il braccio. Le sembrò irreale salire di nuovo quelle scale insieme, dove c’era sempre una certa frescura. Si chiese perché avesse accettato; avrebbe dovuto chiamare casa per avvertire Teresa di cucinare il pranzo solo per i bambini. Mauro sarebbe rientrato solo a tarda sera, come sempre. Chiese a Tiziano se poteva fare una telefonata, mentre lui iniziava ad armeggiare con pentole e coperchi. Mentre era sola, nella stanza col telefono, accarezzò con lo sguardo quell’ambiente, come per un veloce ripasso.

Aveva paura che Tiziano provasse a baciarla; si disse che era stata così stolta da buttare via tre anni di convalescenza. Era stato tutto più semplice a New York, nonostante l’infelicità e lo spaesamento. Aveva vissuto come una donna normale, con i figli da coccolare, il marito da attendere e poche conoscenti a cui telefonare di tanto in tanto. Non aveva dovuto correre da un luogo all’altro, fare telefonate clandestine o sorvegliare le finestre di un appartamento di via Giulia.

Rientrando in cucina, vide Tiziano intento a schiacciare noci.

«Vivi sempre da solo?» gli chiese.

«Si; ma immagino che tu volessi sapere se ho una ragazza».

Virginia rise, con impaccio.

«È quella ragazza che ho visto quella sera a casa tua?» gli chiese, perché in fondo sentiva di conoscere già la risposta.

«Si, è Camilla».

Forse non le riuscì di fare la disinvolta, e non provò neppure a fargli gli auguri o stupidaggini del genere.

«Ma allora è una cosa seria, dopo tre anni. Perché non vivete insieme?».

«Non è così semplice».

«Niente lo è con te di mezzo» aggiunse Virginia, senza l’intenzione di ferirlo.

«Detto da te…comunque, non stiamo insieme da tre anni».

«Non mi devi spiegazioni» aggiunse fredda Virginia, prendendo una bottiglia d’acqua dal frigorifero, sorprendendosi subito dopo per quella ammissione di confidenza con quella casa e col suo padrone.

«Invece te le devo, perché ho promesso di amare solo te, non ricordi? Non amo tradire le promesse fatte da bambino».

«Sei sempre rimasto un idealista – disse Virginia, con un cinico sprezzo di cui subito dopo si pentì – sono successe così tante cose che è assurdo che tu ti senta vincolato ancora da quelle parole».

Tiziano lasciò perdere la padella, in cui si indorava una cipolla e le rivolse uno dei suoi sguardi pieni di incanto:

«Anche tu ti senti vincolata, altrimenti non saresti venuta qui».

«E avrei fatto una cosa saggia: insomma tu non puoi trattarmi ancora come se fossi la tua ragazza. Dimentichi che sono sposata e che ho due figli».

«Due?» le chiese sorpreso.

Virginia arrossì: aveva già mancato a una promessa che aveva fatto a se stessa.

«Si, ho avuto un altro figlio. Si chiama Marco».

La fece accomodare a tavola. Mangiarono in silenzio. Erano così, l’uno di fronte l’altra, comicamente senza parole. E Virginia fissava i suoi occhi azzurri, irriverentemente belli. Le sembrava che tre anni di distanza meritassero qualche proposizione sensata, qualche timido cenno, almeno. Invece, lasciarono che il sole di Roma fosse più loquace di loro, quando dopo pranzo uscirono e andarono a sedersi in uno dei loro soliti bar, di quelli che solo Tiziano sembrava conoscere. Mentre lo aveva davanti, lo stesso viso desiderato lungo notti di nostalgia, Virginia si scoprì disarmata d’attenzione. Fissava un manifesto politico alle sue spalle, e lo fissava con un tale interesse che egli si voltò per cercare cosa ci fosse di tanto importante.

Le parlò di un viaggio fatto, con la stessa comica attenzione verso particolari irrilevanti ma buffi che lei gli conosceva. Virginia rise, forse controvoglia.

Eppure non era là, era in un insondabile altrove e l’accompagnava la fastidiosa sensazione di osservare la scena dall’alto. Pagò lui e tornarono a camminare. Così in un attimo di lontananza dal proprio corpo, Virginia vide le sue mani accarezzargli affettuosamente il viso, e quelle di Tiziano giocare con i suoi capelli. Ma fu solo uno strozzato ricordo di un passato talmente lontano come quello di una vita precedente.

Roma passava loro accanto, come molti anni prima, ma Virginia sentiva che loro non erano più sospesi in essa. Erano due passanti come tanti altri, con le loro maschere e le loro perplessità. Non erano neanche i primi attori di una tragedia, dopo esserlo stati di un’appassionata storia di non si sa cosa. Gli disse qualcosa del genere, per mostrarsi ancora una volta cinica, e lui le disse che aveva conservato le sue velleità melodrammatiche. Ma scherzava. Non voleva farle del male, non in quel momento.

Di tanto in tanto, in quella passeggiata che sembrò infinita, emergeva un sarcasmo cattivo, una volontà di addebitarle la causa del fallimento di un sogno creato insieme, in chissà quale epoca lontanissima. Forse anche Virginia avrebbe voluto fargli del male, dirgli qualcosa di spiacevole, ma era assalita dalla banalità di quell’incontro. Sarebbe stata pronta a tutto, ma non a quell’irrompere di nulla.

Fu raggiunta da una quieta disperazione.

Avrebbe dovuto lasciare dormire quel sogno, anche se rischiava di diventare un incubo. Ma avrebbe mantenuto quelle tinte forti, quelle passioni insormontabili e crudeli che l’avevano fatto diventare un’altra persona, che l’avevano spinto ad un ardore sconosciuto.

Mentre lo smog di Roma si impastava col caldo sui loro vestiti e le sembrava che il tempo non volesse passare mai, Tiziano era divertente, ma Virginialei non aveva voglia di ridere.

Era bellissimo, ma lei non era in condizione di dare un pacato giudizio estetico. Era diverso, questo è tutto.

E lei piangeva dentro se stessa per la puerilità della sua immaginazione che pretendeva di ergersi contro il tempo. O forse, tutto era stato sempre così. Si, pensò anche questo. Lui vestiva semplicemente come sempre, era come sempre spettinato, ma forse quella distrazione verso il proprio aspetto fisico era  vanitosa: sapeva di non avere bisogno di alcuna cura e anche le sue promesse di fedeltà per l’attuale ragazza suonavano come un insulto all’attenzione delle passanti. Forse le sarebbe stato fedele, chissà. «Ieri a me, oggi a lei» pensò Virginia. Ma poi, chissà se le era stato fedele? si chiese. In quel momento in cui avrebbe potuto chiederglielo e in cui sicuramente le avrebbe risposto con sincerità – tanto lontani apparivano entrambi dalla partecipazione a ciò che li aveva uniti – la domanda le apparve assolutamente priva di senso. In fondo non le cambiava nulla, in quell’afosa estate romana, sapere se lui l’aveva amata davvero. Lui era convinto, del resto, che Virginia non lo avesse mai amato, ma non si curava di sollevare la polvere degli anni, limitandosi a mangiare senza fretta un gelato. Ne offrì un po’ a Virginia, lei rifiutò.

Virginia si sentiva svuotata, come se lui le avesse scippato questi anni di dolorosi ricordi, che comunque ormai costituivano parte di sé. Le piaceva raccontarsi certe favole.

Lui era sempre tranquillo, quasi indifferente. Lei era arrabbiata e avrebbe voluto dirgli qualcosa, ma le mancavano le parole e avrebbe voluto essere ovunque, oppure restare là e prenderlo a schiaffi, così.

Si alzarono e Virginia sopportò la ben celata avversione di Tiziano per ciò che lei era diventata. Gli sembrava che fossi la contraddizione di tutto ciò in cui lui credeva. Camminarono in un opprimente silenzio che le consentiva di ascoltare i suoi passi sui marciapiedi di Roma. La loro consueta differenza era che lui non era in imbarazzo e Virginia si. Sapeva quanto lui fosse divertito da questo. Quando arrivò il momento di salutarsi, lo ritrovò. Fu la sua sincerità a pregarla di farsi viva, di chiamarlo. Ancora una volta si lasciarono con l’idea che si sarebbero rivisti, sicuramente da qualche parte e in qualche tempo, pur sentendo con forza la convinzione che si stavano raccontando una bugia. Per questo, forse, lui la strinse con forza.

«Fra tre anni ci rivediamo».

Virginia rise. Non lo odiava più e forse non era vero che lui era solamente bello. In quello sguardo limpido e in quel sorriso pensò per la prima volta che Tiziano era buono. Era buffo che non lo avesse mai pensato. Invece le apparve buono: non le aveva mai fatto tanto male quanto avrebbe potuto, quanto l’amore di lei gli avrebbe consentito.

Virginia si allontanò e voltandosi sapeva di trovarlo ancora fermo, lì a fissarla e allora, come se la voce di una lontana adolescente fosse venuta a trovarla, gli disse con imbarazzo:

«Va via, non guardarmi» lo disse perché non sopportava i suoi occhi che guardavano il suo corpo, si intimidiva  perché conosceva l’indiscrezione di quello sguardo.

Le obbedì ancora una volta e Virginia provò tutto il risentimento di avere ancora una volta comandato una persona più forte di lei. Il fatto che egli avesse sempre trattenuto il suo potere su di lei, le lasciava una sorta d’obbligo di riconoscenza, che la infastidiva e che tuttavia era anch’essa causa d’amore. Si voltò ancora e lui era sparito.

Tiziano decise di voltare l’angolo, non voleva più attardarsi a guardarla. Sapeva quanto Virginia stesse male. Leggeva dentro tutta la sua disperazione. Mentre il caldo gli si appiccicava addosso, pensò che non avrebbe trovato assurdo che Virginia potesse compiere un gesto estremo, anche il suicidio. Non sarebbe stato sorprendente. Stava peggio di altre volte: la malinconia aveva del tutto lasciato spazio al cinismo, a quel velo di nulla con cui lei aveva bisogno, spesso, di coprire il mondo, per impedirsi di soffrire troppo.

Annunci

4 Comments

  1. Bello, malinconico, pieno di spunti, di atmosfere, di grigio con improvvisi squarci di solarità. Di dolore discreto. Mi è proprio piaciuto, anche se non si può dire che metta allegria. Purtroppo, spesso le cose artisticamente belle non sono allegre, chissà perchè…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...