Linguaggio ed estetica in Benedetto Croce (I parte)

«Nella teoria che elaborai or son più di quarant’anni, io non mi ero tenuto pago riaffermare, contro il naturalismo e il positivismo e lo psicologismo allora imperanti, che il linguaggio è un atto spirituale e creativo; […] Ed ero andato diritto al problema filosofico particolare che urgeva proporsi e risolvere, cioè quale forma peculiare di spiritualità sia l’atto del linguaggio; e, indagando, ero venuto alla conclusione che esso non è già l’espressione del pensiero e della logicità, ma della fantasia, ossia della passione elevata e trasfigurata in immagine, e perciò identico con l’attività della poesia, sinonimo l’uno dell’altra»[1].

La riflessione sul linguaggio nella filosofia di Benedetto Croce si articolò nel confronto e nella polemica con le diverse posizioni che alimentarono il dibattito a lui contemporaneo. Con la serietà dello storico e la verve del polemista, Croce dialogò con i logicisti e i positivisti, con i filologi e i grammatici, mettendo a fuoco la propria idea di linguaggio. A cavallo tra la fine dell’Ottocento e la prima decade del Novecento, si vivificò l’interesse nei confronti di una lingua universale, sia nell’accezione leibniziana di un linguaggio formale, basato sulla scrittura algebrica, sia in quella di una lingua internazionale ausiliaria, che potesse servire da koiné in un mondo che diveniva sempre più uno, riavvicinato dai nuovi trasporti e dalle nascenti telecomunicazioni. Nel primo caso ci troviamo di fronte a lingue ideografiche scritte, come quelle di Frege, Russell e Whitehead, Husserl, fondate sulla convinzione che esista una struttura logica a priori, un’impalcatura ideale, mascherata dall’empiria delle lingue naturali, dalla loro imprecisione e dalla loro storicità. Nel secondo caso, invece, la lingua universale era anelata sia come risoluzione scientifica ai problemi di comunicazione degli intellettuali di varie parti del mondo che, in tal modo, potevano comunicare in congressi internazionali senza la mediazione di traduttori, sia come strumento politico di armonia e fratellanza universale. Oltre agli studi di Coutourat e Leau, i momenti fondamentali per una storia della lingua universale sono l’invenzione del Volapück da parte di Schleyer nel 1879, il Latino sine flexione di Peano (1903) e l’Esperanto inventato nel 1887 da Zamenhof. Il dibattito europeo sulle lingue ausiliare approdò in Italia con l’opera e l’impegno di Giuseppe Peano, che pubblicò nel 1903 sulla Rivista di matematica il primo articolo sul latino sine flexione, la lingua da lui proposta.

Questi veloci cenni spiegano il significato e l’urgenza con cui Benedetto Croce decise di intervenire nel dibattito culturale nel 1905, con un breve ma denso saggio intitolato La lingua universale, il cui incipit esplicitava immediatamente la posizione del filosofo riguardo i tentativi di costruzione di una lingua universale:

«L’idea di una lingua universale è la sublimazione del falso concetto che si è avuto per il passato e si ha ancora d’ordinario circa il linguaggio. Questo falso concetto consiste nel credere che il linguaggio sia un congegno che l’uomo si è foggiato per comunicare ai suoi simili il proprio pensiero. Secondo siffatto modo di vedere, il pensiero starebbe dapprima, nella mente dell’uomo, senza linguaggio: il linguaggio gli si aggiungerebbe poi, per atto pratico, in vista dell’utile e del comodo»[2].

Croce mise immediatamente in luce l’idea filosofica di fondo dei teorici della lingua universale: la separazione fra il pensiero e il linguaggio, o meglio, la precedenza della formazione del pensiero, relegando il linguaggio a una mera funzione strumentale, non riconoscendovi una funzione attiva nella formazione dei concetti. L’atteggiamento dei fautori dell’identificazione lingua/grammatica, al pari degli entusiasti delle radici e degli etimi e dei vagheggiatori della lingua universale, era frutto – agli occhi di Croce – del medesimo errore: il mancato riconoscimento della dimensione spirituale dell’atto espressivo.

E se, ai tempi di Cartesio e Leibniz la convinzione della possibilità e necessità di sostituire il linguaggio naturale con una lingua artificiale era quantomeno comprensibile in virtù dei sogni razionalisti della loro epoca,

«sulla fine del secolo decimo nono o sui principî del ventesimo, udire ripetere ancora che le lingue sono irrazionali, che contengono elementi inutili, che possono venir semplificate per mezzo della logica, che la poesia è un fatto artificiale, è cosa non sopportabile. I moderni dissertatori intorno al linguaggio universale, che si valgono di concetti come quelli dei quali si è dato saggio, dovrebbero, a mio parere, non già essere ammessi alla discussione, ma rimandati puramente e semplicemente a studiare che cosa il linguaggio sia»[3].

Questo giudizio estremamente severo rimandava alla necessità, agli occhi di Croce, di impostare il problema linguaggio non in maniera filologica né grammaticale, bensì di elevare la linguistica al rango filosofico. Questa fatica crociana emerge con chiarezza e con l’intatta vivacità di un dialogo dal carteggio con Karl Vossler[4]. Nell’epistolario, si contrappongono due visioni differenti dell’idea di linguaggio e di grammatica: Vossler, specialista di studi linguistici, crede nella possibilità di rendere scientifiche le grammatiche esistenti, Croce vede nella grammatica un utile ma arbitrario e approssimativo schematismo[5]. Il dialogo con Vossler ci permette di capire che la via intrapresa da Croce non si contrapponeva solamente con quella dei logici formali o degli esperantisti, ma prendeva le distanze anche dalla tradizione storico-filologica di area germanica.

La finalità di Croce non era in primis né metodologica né tanto meno stilistica: la sua riflessione intorno al linguaggio puntava all’elevazione di questo a forma spirituale autonoma. Parlare di una modifica delle forme grammaticali, gli appariva come la vocazione di «correggere l’incorreggibile, cioè la grammatica, la scienza naturalistica del linguaggio»[6]. Negli stessi anni in cui Croce andava formando la sua concezione del linguaggio, in Italia, alla scuola di Peano, era presente un’altro filosofo che rifletteva sulle questioni di parole[7] : Giovanni Vailati, che come il suo maestro Peano, credeva nella differenza tra il linguaggio scientifico e quello ordinario e ribadiva la necessità di eliminare il più possibile l’ambiguità del linguaggio, per evitare fraintendimenti ed inganni quando si fa scienza.  Proprio sui temi del linguaggio, Vailati e Croce si confrontarono in uno scambio epistolare del 1899, nel quale emerse l’inconciliabilità delle due scuole: da un lato un approccio che colloca la linguistica nell’ambito delle scienze psicologiche, filologiche e antropologiche, dall’altro, invece, la netta separazione dalla filologia e la rivendicazione per il linguaggio di una forma autonoma di scienza dello spirito, non assimilabile né ad elementi psichici né al metodo delle scienze naturali. In una lettera datata 15 dicembre 1899, Croce scriveva:

«Quanto al negar che la linguistica sia scienza psicologica, gli è che io credo che la psicologia in senso stretto e rigoroso non possa se non esser la scienza degli elementi psichici; e scienza naturale. Ora la linguistica si occupa di una funzione non naturale, ma spirituale; ed appartiene perciò alle Geisteswissenschaften»[8].

(continua)

[1] b. croce, La filosofia del linguaggio, in Discorsi di varia filosofia, vol. I, Laterza, Bari 1959, p. 236.

[2] b. croce, La lingua universale, in Problemi di estetica e contributi alla storia dell’estetica italiana, Laterza, Bari 1966, p. 190.

[3] ivi, pp. 191-192.

[4] e. cutinelli  rendina (a cura di), Carteggio Croce-Vossler. 1899-1949, Bibliopolis, Napoli 1991. Di Karl Vossler, si cfr. Positivismo e idealismo nella scienza del linguaggio, tr. di T. Gnoli, Laterza, Bari 1908.

[5] Per un approfondimento delle questioni relative al carteggio Croce-Vossler, rimando a g. gembillo, Linguaggio, filosofia ed etica nel Carteggio Croce-Vossler, in aa.vv. Gli epistolari dei filosofi italiani, a cura di G. Giordano, Rubbettino, Soveria Mannelli 2000, ora in g. gembillo, Benedetto Croce filosofo della complessità, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006, pp. 163-184.

[6] ivi, p. 67.

[7] L’espressione è tratta da una prolusione di Giovanni Vailati del 1898, intitolata Alcune osservazioni sulle Questioni di Parole nella Storia della Scienza e della Cultura, in g. vailati, Scritti, voll.I-III, a cura di M. Quaranta, Forni, Sala Bolognese 1987,  vol. II, pp. 49-74.

[8] b. croce, Lettera a G. Vailati, in b. croce – g. vailati, Carteggio (1899-1905), a cura di C. Rizza, Bonanno Editore, Acireale-Roma 2006, p. 62. Per approfondire la problematica relativa al rapporto scienze della natura/scienze dello spirito, cfr. g.gembillo, La filosofia e le scienze in Croce: una distinzione metodologica, aa.vv., La tradizione filosofica crociana a Messina, a cura di G. Giordano, Armando Siciliano Editore, Messina 2002, pp. 147-170; e s. coppolino, La logica dello storicismo. Saggio su Croce, Armando Siciliano Editore, Messina 2002. Sul confronto Vailati-Croce, si legga g. giordano, Giovanni Vailati: una filosofia attraverso le prolusioni accademiche, in Cent’anni di Giovanni Vailati, a cura di I. Pozzoni, Limina mentis, Villasanta 2009. Sulla problematica relativa alla dicotomia scienze della natura/scienze dello spirito, il primo riferimento è ovviamente W. Dilthey, Introduzione alle scienze dello spirito, tr. di G.A. De Toni, Bompiani, Milano 2007.

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