La disgrazia di Don Chisciotte

«In un paese della Mancia, di cui non voglio fare il nome, viveva or non è molto uno di quei cavalieri che tengono la lancia nella restrelliera, un vecchio scudo, un ossuto ronzino e il levriero da caccia. Tre quarti della sua rendita se ne andavano in un piatto più di vacca che di castrato, carne fredda per cena quasi ogni sera, uova e prosciutto il sabato, lenticchie il venerdì e qualche piccioncino di rinforzo alla domenica. A quello che restava davano fondo il tabarro di pettinato e i calzoni di velluto per i dì di festa, con soprascarpe dello stesso velluto, mentre negli altri giorni della settimana provvedeva al suo decoro con lana grezza della migliore».

Il Seicento non è solo il secolo di Cartesio, del Cogito e della scienza. Il Seicento ha anche partorito l’antidoto all’esprit de geometrie di Descartes, alla ratio che crede di ingabbiare il mondo. Nel Seicento nasce lo spirito del romanzo, che è prosa nel duplice senso: umile, quotidiano, anti-eroico.

Aveva ragione Kafka: «La disgrazia di Don Chisciotte non è la sua fantasia, è Sancho Pancia».

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5 Comments

  1. La frase di Kafka mi colpì come una folgore quando la lessi. Tempo fa ho pensato che, pur grandissima, andrebbe integrata, per esempio con “la disgrazia di Sancho Pancia non è il suo realismo, ma è Don Chisciotte”.
    Il mio “voto”, comunque, va a Don Chisciotte. 🙂

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