Linguaggio ed estetica in Benedetto Croce (II parte)

(continua da qui)

L’appartenenza della linguistica alle scienze dello spirito deve metterla al riparo dell’utilizzo del metodo delle scienze naturali e della ricerca, destinata allo scacco, dell’universalità delle leggi. L’errore che assimilava le varie posizioni con cui Croce polemizza, quelle dei logicisti, dei filologi e della scuola di Peano, era l’idea di potere irrigidire il linguaggio vivente, di poter superare la sua sempre attiva fucina creativa. Questo errore condusse i logici e i glottologi ad un riduzionismo cieco, che si traduce nella ricerca di fatti linguistici elementari.[1] Croce faceva espresso riferimento all’affannata ricerca glottologica delle sillabe primarie, a quello che lui appariva il mito del monosillabismo, cioè l’idea che le lingue primitive avessero carattere monosillabico. Ciò aveva reso la glottologia una scienza “archeologica”, alla continua ricerca di reperti atomici, ossia radici semplici che solo successivamente si erano collegate fra loro, fondando un linguaggio complesso. Ma lo stesso riduzionismo era alla base dell’atomismo logico di Russell e nel postulato dell’esistenza di nomi semplici, nel primo Wittgenstein.  Croce, invece, dava il nome “linguaggio” ai soli complessi, giudicando erronea qualsiasi teoria che immagini che le sillabe avessero una priorità sulle parole, e queste sulle proposizioni.

L’inconciliabilità delle posizioni di Croce con quella dei logici, aveva la sua radice nell’identificazione da essi fatta fra linguaggio e logica, e in quella, di tipo avverso, di linguaggio ed estetica fatta da Croce. Ciò che vi è di “non purificabile” nel linguaggio è che ogni parola è sempre metafora, fantasia, «incanto della musica». La sonorità del linguaggio, la sua capacità di evocare immagini «se verso la logica sembrano un di più, elementi secondari e ornamentali, nel linguaggio sono primari ed essenziali, sono il tutto, perché sono il linguaggio stesso»[2]. L’inscindibilità di linguaggio, rappresentazioni ed espressione, è il senso del sottotitolo dell’Estetica crociana: Come scienza dell’espressione e linguistica generale[3]. L’unica maniera filosofica di occuparsi del linguaggio, è riconoscere che la «Linguistica generale, in ciò  che ha di riducibile a filosofia, non è se non Estetica. Chi lavora sulla Linguistica generale, ossia sulla Linguistica filosofica, lavora su problemi estetici, e all’inverso. Filosofia del linguaggio e filosofia dell’arte sono la stessa cosa»[4].

L’identificazione tra estetica e linguaggio portò Croce a considerare le tematiche relative ad una lingua  universale a posteriori, così come quelle relative ad una lingua unica primitiva, «di nessuna importanza filosofica»[5] perché il filosofo non può né meravigliarsi per la diversità dei linguaggi, né tanto meno osteggiarle: «il filosofo sa che le diversità dei linguaggi sono infinite, perché infinite sono le individuazioni dello spirito»[6].

Anche la disputa tra i sostenitori della monogesi e quelli della poligenesi del linguaggio, appare a Croce anti-filosofica, poiché disconosce il carattere del linguaggio che non è «fatto storico, particolare e contingente, ma categoria[7]». Tra l’altro, la ricerca di una lingua primitiva, una Ur-Sprache, finisce di fatto per passare da un’indagine storica a una preistorica, per scivolare pian piano in un ambito religioso e biblico, in cui traspare la nostalgia di fondo dei ricercatori dell’unità linguistica – a priori o a posteriori che sia – che è la nostalgia dell’Uno, il rimpianto per una ipotetica era in cui gli uomini vivevano in una comprensione immediata e reciproca. È, in poche parole, l’anelito ad una dimensione più che preistorica, astorica del genere umano, che proprio in quanto scisso dalla storia e dal divenire non appare più umano. Che il misconoscimento della storia sia operante in entrambe le ricerche linguistiche (quella degli esperantisti e quella dei monogenetici) è attribuibile al fatto che le posizioni della Linguistica allora – ma direi anche adesso, per certi versi – «erano una delle forme del positivismo e dipendevano dalla concezione meccanica o naturalistica del parlare»[8]. L’antistoricismo della linguistica si basa sulla ricerca di leggi fonetiche, concepite come “leggi naturali”, nell’accezione che il positivismo dà a tale concetto. La linguistica ricerca i fondamenti della propria scienza non nelle etimologie, che sono origini storiche e concreti, ma in leggi fonetiche astratte, considerate reali al pari delle leggi della fisica. Croce auspicava che la Banquerote de la Science portasse con sé la bancarotta di una maniera astratta e formale di studiare il linguaggio.

Il presupposto di una lingua perfetta è una sorta di fardello che non solo i logicisti, i positivisti o i mistici hanno portato nelle loro dottrine. Anche nelle pagine di Humboldt, soprattutto quando riflette Sulla diversità della costituzione del linguaggio umano nel 1836, vi era l’idea che da una lingua perfetta – lui vede in quelle sanscrite le lingue che più si approssimano a tale lingua originaria – si fosse diversificata in varie lingue particolari. Il confronto con Humboldt non può essere né sommario né monocolore; Croce, anzi, riesce a far emergere ciò che è vivo e ciò che è morto in  Humboldt, perché riconosce al tedesco un travaglio, una contraddizione che testimonia la coesistenza di due concezioni del linguaggio: «Lo Humboldt si combatte con lo Humboldt: accanto alle vecchie scorie, si manifesta gagliardo in lui un concetto affatto nuovo del linguaggio»[9]. Le «vecchie scorie» sono il preconcetto che il linguaggio abbia una dimensione oggettiva, staccata e indipendente dal soggetto; il vivo di Humboldt è  l’approccio alle lingue considerate

«non come prodotto morto, ma ben piuttosto come produzione…La lingua, nella sua realtà, è qualcosa di continuamente, in ogni momento transeunte. Anche la conservazione per mezzo della scrittura è sempre una conservazione imperfetta, a mo’ di mummia, e fa d’uopo sempre che vi si renda sensibile il parlare vivente. La lingua non è opera, ergon, ma attività, energeia… È il lavoro, che eternamente si ripete, dello spirito a rendere il tono articolato capace dell’espressione del pensiero»[10].

Il concetto di energeia, che ritornerà ad esempio nelle riflessioni di Cassirer e di Gadamer fino a trasformarsi da produzione in auto-produzione nei teorici della complessità, è quello che decisamente fa fare il salto di qualità alla riflessione sul linguaggio, liberandolo dalle pastoie positiviste e logiciste[11]. In Croce è già matura e chiara quella che sarà la direzione di parte della riflessione novecentesca del linguaggio: «Il linguaggio non è qualcosa di foggiato pel bisogno della comunicazione esterna, ma è nato invece dal bisogno tutto interno di conoscere e procacciarsi un’intuizione delle cose»[12]. Il linguaggio, in questa nuova e feconda ottica, non è primariamente uno strumento per informare, ma è ciò che organizza  percettivamente e concettualmente il mondo in cui viviamo. Svanisce quindi l’oggettivismo e l’idea che il mondo abbia una essenza pre-linguistica, e abbiamo una riconiugazione dell’idealismo hegeliano in chiave linguistica e costruttivista.

Questa attività simbolica è «la forma interna del linguaggio», come scrive Croce citando Humboldt, «che non è il concetto logico né il suono fisico, ma la veduta soggettiva che l’uomo si fa delle cose, il prodotto della fantasia e del sentimento, l’individualizzamento del concetto»[13]. Nell’Aesthetica in nuce, Croce esprime in maniera massimamente sintetica l’identità fra essere e parola: «Rem tene, verba sequentur: se i verba non ci sono, non c’è nemmeno la res»[14]. La comunicazione linguistica non è una fase successiva alla concettualizzazione, ma è il fissamento dell’intuizione-espressione in un oggetto  che è la metafora, il simbolo[15].

Nelle riflessioni crociane sul linguaggio emerge l’idea del linguaggio come momento originario, creativo, prelogico: «il prius è appunto il parlare come un continuum, simile a un organismo»[16]. L’idea di organismo, sebbene rimandi ad una concezione vitale, “animale” del linguaggio, si allontana nettamente e risolutamente dalla concezione fisiologica del linguaggio quale era espressa dai positivisti e, nella fattispecie da Wundt, col quale Croce polemizza nella sua Estetica. Nei positivisti e negli psicologi, che a tale visione del mondo si rifacevano, il linguaggio umano si distingueva quantitativamente ma non qualitativamente da quello animale, riconducendone le origini alle manifestazioni vitali psicofisiologiche. In Croce, solo l’uomo parla, cioè si distanzia dai movimenti riflessi che caratterizzano gli animali, e ha un orizzonte spirituale. Negli animali vi è la coscienza sensibile, nell’uomo la coscienza della coscienza: solo questa è il linguaggio. La differenza tra il linguaggio animale e quello umano, secondo Croce, è data dal totale assoggettamento ai sensi nei primi, e dalla resistenza alla natura nel secondo: «Nell’uomo invece può nascere il linguaggio, perché l’uomo è resistenza verso la natura, dominio del proprio corpo, libertà»[17].

[1] Cfr.  ivi, pp. 162-163.

[2] ivi, p. 237.

[3] b. croce, Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale, cit.

[4] ivi, p. 156.

[5] Cfr. b. croce, La lingua unica primitiva, in Problemi di estetica e contributi alla storia dell’estetica italiana, cit., pp. 198-202.

[6] ivi, p. 198.

[7] ibidem.

[8] b. croce, Un’aggiunta. La «crisi» della linguistica, in Problemi di estetica e contributi alla storia dell’estetica italiana, cit., pp. 203-204.

[9] b. croce, Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale, cit., p. 364.

[10] w. von humboldt, Über die Verschiedenheit des menschliches Sprachbaues, a cura di F. Pott, Berlino, 1880. La traduzione è di croce in Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale, cit., pp. 364-365.

[11] Che il pensiero di Benedetto Croce abbia “presagito” e preparato le posizioni della teoria della complessità, è illustrato chiaramente nelle opere di g. gembillo, Benedetto Croce. Filosofo della complessità, cit.; e id., Le polilogiche della complessità. Metamorfosi della Ragione da Aristotele a Morin, Le Lettere, Firenze 2008.

[12] b. croce, Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale, cit., p. 365.

[13] ibidem.

[14] b. croce, Aesthetica in nuce, a cura di G. Galasso, Adelphi, Milano 1990, p. 211.

[15] Cfr. ibidem.

[16] ivi, p. 225.

[17] b. croce, Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale, cit., p. 369.

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