Il gioco delle sette pietre – Intervista ad Alberto Minnella

Ritorna Parole d’autore, la rubrica in cui Orlando Furioso incontra gli scrittori e propone una recensione e un’intervista. Dopo Vincenzo Maimone, tocca ad Alberto Minnella, autore de Il gioco delle sette pietre.

Chi fosse interessato a partecipare a Parole d’autore, mi contatti.

Editore Fratelli Frilli Collana I Tascabili noir
Genere giallo/noir
Anno 2014
160 pagine – rilegato con sovracopertina

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«All’appello mancava un solo cadavere che avrebbe fatto la sua comparsa più tardi, quasi per caso con lo stesso ritardo con cui un uomo si rende consapevole dei propri errori, quando tutto è irrimediabilmente compromesso» comincia con una scena del delitto insolito il giallo di Alberto Minnella. Una scena del delitto senza cadavere in una notte di Capodanno in cui alla ricerca della spensieratezza di un brindisi e di una bottiglia da stappare, fa da controcanto l’efferato delitto, la pioggia battente e l’uggiosità del commissario Portanova. Portanova, che «era un uomo di mare aperto, privo di quei meccanismi sociali che governavano gobbi gli affari della città».
Minnella divide i siracusani in uomini d’acqua salata e uomini d’acqua dolce e non mi va di svelare qui il senso di questa differenziazione ontologica, che è uno dei leit motiv del romanzo, accanto ad un’ambientazione noir decisamente eccelsa. Siracusa, nelle pagine di Minnella, viene fuori assai diversa da quella che ricordiamo, ma molto intrigante, bella e sofferta. Siamo nel 1964 e anche la scelta di ambientare in un tempo lontano il giallo, raccoglie attorno alle indagini di Portanova una patina vintage, che restituisce alle pagine un odore quasi alla Simenon.
La scrittura di Minnella è inusuale per un giallo, come inusuale mi appare il modo in cui noi facciamo la conoscenza del commissario Portanova, quasi dall’interno, come se la penna dello scrittore fosse un microscopio che – tralasciando descrizioni esteriori – ci facesse penetrare nell’animo tormentato di quest’uomo di legge. Un giallo amaro, infine, perché la volontà di scoprire la verità si scontar con l’omertà, con l’accomodamento delle cose, con l’immobilità di un Italia – sotto questo aspetto – per nulla “vintage”.
Com’è nato Portanova? Che rapporto hai con il tuo personaggio?
La nascita del personaggio di Paolo Portanova è stata generata dal caso, più che dal caos. Mi spiego. Nel natale del 2012 mi è stata regalata una Olivetti Lettera 32. Ero felice ed eccitato come un bambino davanti a un chilo di cioccolata. Così, per puro gioco, ho iniziato a scrivere un raccontino e in meno di quattro giorni avevo tirato fuori quello che sarebbe stato il canovaccio de “Il gioco delle sette pietre”.  Da allora, ho scritto le trame dei successivi due Portanova (anche se per il momento ne potete leggere uno soltanto) con lo stesso metodo e con la stessa macchina da scrivere. Ebbene sì, lo ammetto: sono un tipo vizioso e anche fedele a certi rituali. Il mio rapporto con il commissario è di grandissimo amore e un pizzico di antipatia. Pur non essendo in toto il mio alter ego, in ogni romanzo mi costringe a tirare fuori tutte le mie paure (quelle vere) e vigliaccamente a prestargliele. È un po’ come vedersi allo specchio e non sempre è piacevole. Certo è che lui riesce in parte a vincerle; io no.

Nella tua scrittura emerge una Siracusa diversa da quella visibile con gli occhi di un turista. Una Siracusa più intima, forse un luogo letterario. Come hai tratteggiato in modo “noir” un luogo reale, noto a tantissime persone con un’immagine assai solare?

Devo ammettere che non c’è stata una grande volontarietà nel trasformare Siracusa in un teatro noir. Ho sempre vissuto la mia città più di notte che di giorno. Dopo il tramonto, quando Ortigia indossa l’abito scuro, la città assume un’espressione romantica e terrificante. È incanto e condanna. Preghiera e bestemmia. Quale miglior palco per un commissario malinconico e perennemente sconfitto?

Scrivere un giallo e ambientarlo in Sicilia. È necessario parlare di mafia? Credi in un giallo “impegnato”, alla Sciascia, oppure è altro l’obiettivo della tua narrazione?

Si rischia sempre di dire un’enorme fesseria riguardo al fenomeno mafioso, quindi sarò breve. Il fatto è questo: la mafia non è solo droga e pistole. È soprattutto prepotenza pura e modo in cui un siciliano sta al mondo. Dunque, almeno per me, è impossibile non considerare la cultura mafiosa nei romanzetti di Portanova.

Hai una scrittura atipica per un giallista. Linguaggio molto metaforico, aggettivi inusuali e parole arcaiche. Come nasce il tuo stile?

Devo ammettere che il mio stile di scrittura è quasi del tutto naturale, ma non istintivo. Qualche anno fa avevo creato il blog “Il bicchiere di Hanky”, in cui pubblicavo piccolissimi racconti noir riguardo questo strano personaggio notturno che si aggirava per strade e pub di Siracusa. Sono convinto che la mia voce si sia formata e allenata lì. Ovviamente, dopo la stesura del primo romanzetto, la scelta lessicale, la forma e lo stile hanno subito più di una riflessione e anche momenti di profonda delusione in cui volevo seriamente regalare alle fiamme il romanzo.

Il gioco delle sette pietre porta una bella epigrafe di Thomas Hobbes. “Auctoritas non veritas facit legem”. Riflessione amara. Le considerazioni di un giallista sulla natura umana risentono della sua attenzione verso il male, verso la violenza, che governa molte azioni degli uomini?

Non posso rispondere né per conto di tutti i giallisti né per conto di tutti gli scrittori. Posso dirti che la mia non è tanto un’attenzione, ma un’attrazione verso il lato oscuro. M’è sempre piaciuta l’idea (e molto spesso mi spaventa) che in potenza anch’io posso essere un assassino, uno stragista,  un conduttore domenicale su Canale 5,  un arbitro della Serie A, un disco suonato al contrario degli “Zeppelin”, un politico colluso, un traditore, un fidanzato infedele e così via. Parto proprio da questo punto di vista e la prima cosa che faccio è quella di schierarmi dalla parte del marcio e cercare tutte le giustificazioni possibili per non emettere condanna. Per fortuna non ci sono ancora riuscito.

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