Intorno ad Auto da fè

Elias Canetti, in un saggio del 1973[1], scrive che il titolo del suo romanzo Die Blendung (in italiano Auto da fè) inizialmente era Kant prende fuoco. Peter Kien, il protagonista del romanzo, per parecchio tempo, nella mente dello scrittore, si chiamava Kant e l’unica certezza che Canetti aveva lungo la gestazione del suo capolavoro, era proprio che alla fine Kant dava fuoco alla sua biblioteca e periva nell’incendio dei suoi libri. Il Kant di Canetti era ovviamente un omonimo di Immanuel, ma la scelta del nome era indicativa della temperie culturale che Canetti registrava.

Kant era realmente il “convitato di pietra” della riflessione viennese: fondamentale nella formazione giovanile di Ernst Mach, Kant riappare nel Törless musiliano come colui che «era l’ultima parola in fatto di filosofia.[…]Il nome di Kant era arrivato all’orecchio di Törless solo di sfuggita, pronunciato come quello di un essere ispirante timore reverenziale. Törless poteva solo pensare che Kant aveva risolto, una volta per sempre, i problemi della filosofia, e che la filosofia stessa, da allora, era diventata un’occupazione inutile, come inutile era scrivere poesie dopo Schiller e Goethe»[2].

Auto da fè  è un ripensameto critico della fisionomia della Ragione.  «Kant prende fuoco» perché la metafisica che con fatica lui aveva posto al di là dei limiti della scienza, viene ora riconosciuta come parte attiva e occulta della scienza medesima: le zone d’ombra, i grumi di irrazionale, sono intrecciati in una trama inestricabile con le leggi scientifiche, anzi, spesso ne costituiscono il fondamento misconosciuto. Prende fuoco l’idea che sia possibile relegare l’irrazionale, oltre il confortante limite di una Ragione legislatrice; così come con Freud brucia – ma non del tutto – la fiducia che l’inconscio se ne stia buono e indisturbato in un cantuccio senza alterare la azioni dell’Io conscio. Il romanzo di Canetti, inizialmente intitolato «Kant prende fuoco», rappresenta in effetti non il delirio dalla ragione ma il delirio della ragione, che per difendersi dall’irrazionale diventa follia. Auto da fé è «una visionaria e gelida parabola del delirio autodistruttivo cui si è votata la ragione occidentale, nella sua ansia di reprimere le proprie spinte centrifughe e di tenere saldamente in pugno la propria precaria e barcollante unità – così saldamente da stritolarla e quindi da stritolarsi. L’ Auto da fé è la grandiosa tragedia dell’intelligenza individuale, che non riesce a reggere il confronto con la ricchezza della vita e vuole soffocarla – anche e soprattutto in se stessa – per non venirne travolta; essa tenta di eliminare il mondo e di rifugiarsi nello spazio rarefatto ed astratto del pensiero, nel quale sogna di potersi muovere senza pericolo e nel quale muore d’inedia, come chi digiuni per paura di venire avvelenato o chi si dia la morte per timore di venire ucciso»[3].

Il Tractatus logico-philosophicus rappresenta per certi versi questo desiderio estremo di rifugiarsi «nello spazio rarefatto ed astratto del pensiero», nel momento in cui enuncia la tesi che la logica non parla del mondo ma solo di se stessa. Se la Ragione è realmente soliloquio – e in effetti come «pensiero che pensa se stesso» era stata celebrata fin dagli esordi della filosofia – allora è chiaro che «non resta più domanda alcuna; e appunto questa è la

Si può leggere Auto da fè di Canetti come una splendida metafora della velleità della ragione di espugnare da sé qualsiasi elemento irrazionale, fino a divenire delirio e, da ultimo, a bruciare. Il protagonista, Peter Kien, è un sinologo dottissimo che prova amore solo per i propri libri; li amava così tanto da passeggiare con la sua borsa piena di volumi stretta al proprio corpo, in modo da poterne sentire  il contatto. La vita metodica di Kien viene stravolta dal matrimonio con Therese, donna ignorante e costantemente preoccupata dalla materialità dell’esistenza. Therese rappresenta il mondo della vita che la ragione occidentale ha spinto ai margini, negato e obliato, e che ora irrompe caoticamente nel silente regno del pensiero. Therese, che butta Kien fuori dalla sua adorata biblioteca e che lo costringe ad un delirate confronto col mondo esterno ad essa, è il ritorno del rimosso; l’Es che chiede il conto ad un Io che per millenni si è immaginato despota.

La teoria freudiana diviene anche teoria sociologica, nel momento in cui la civiltà diviene ostacolo al soddisfacimento pulsionale dell’Es: «Noi riteniamo che la civiltà si sia formata sotto l’urgenza delle necessità vitali a spese del soddisfacimento delle pulsioni, e che essa venga in gran parte continuamente ricreata ex novo, quando il singolo, che fa il suo primo ingresso nella comunità umana, ripete il sacrificio del soddisfacimento delle pulsioni a favore della società. Tra le forze pulsionali così impiegate, quelle degli impulsi sessuali hanno un ruolo importante; in questo processo esse vengono sublimate, ossia distolte dalle loro mete sessuali e rivolte a mete socialmente superiori, non più sessuali. Questa costruzione però è labile, e le pulsioni sessuali sono domate a fatica, in ciascun individuo che debba associarsi all’opera di civilizzazione sussiste il pericolo che le sue pulsioni sessuali si rifiutino di essere impiegate in questo modo. La società crede che non vi sia minaccia più forte alla sua civiltà di quella che deriverebbe dalla liberazione delle pulsioni sessuali e dal loro ritorno alle mete originarie. La società non ama quindi che le si rammenti questa instabile componente del suo fondamento, non ha alcun interesse che venga riconosciuta la forza delle pulsioni sessuali e resa esplicita l’importanza della vita sessuale per il singolo; anzi, con intento educativo, ha seguito la via di distogliere l’attenzione da tutto questo campo»[4].

 

 

[1] E. Canetti, Das erste Buch: Die Blendung, in E. Canetti, Das Gewissen der Worte-Essays, Carl Hanser Verlag, München-Wien 1976; in traduzione il saggio si trova come post-fazione a E. Canetti, Auto da fè, tr. di L.e B. Zagari, Adelphi, Milano1999, pp. 535-548.

[2] R. Musil, Il giovane Törless, tr. di G. Zampa, BUR, Milano 1999, pag. 102.

[3] C. Magris, L’anello di Clarisse, cit., p. 260.

[4] S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi, cit., pp. 23-24.

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2 Comments

  1. Molto interessante. Pensa, credevo che questo libro parlasse di tutt’altro: a volte ci si creano convincimenti strani. Adesso lo metto in lista. Molto interessante, e di completamento, l’ultima citazione tra Freud e sociologia.
    la considerazione è che se l’uomo mette in campo tutto questo sforzo per evitare “il ritorno alle mete originarie” voglio sperare che sia il risultato di un qualche tipo di evoluzione sociologica, che alla fine risulta a nostro favore.
    Grazie!

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