La fisica quantistica e Platone

«In che senso può essere platonica l’odierna scienza della natura?»[1] con questo interrogativo Carl Friedrich von Weizsäcker pone l’attenzione su una caratteristica peculiare della fisica novecentesca: il sorprendente richiamo a Platone. L’aggettivo sorprendente si spiega con il fatto che, sebbene Platone sia stato la musa spesso obliata della rivoluzione scientifica di Keplero e Galilei, l’epistemologia sviluppata a partire dalla fisica classica ha riconosciuto quale antecedente filosofico Democrito, e in virtù del suo atomismo ha sviluppato una metodologia analitica basata sulla scomposizione in particelle elementari ed una Weltanschauung materialista.

La fede cieca nell’esistenza immodificabile e “reale” di una materia, quale sostanza definita e soggetta al principium individuationis, è venuta meno con l’avvento della fisica quantistica. Due dei protagonisti della meccanica quantistica, Heisenberg e Schrödinger, hanno quindi abiurato l’egemonia di Democrito e, rileggendo proficuamente la filosofia greca, hanno deciso di percorrere la strada di un atomismo immaterialista quale quello di Platone.

Nel suo libro di memorie Der Teil und das Ganze [La parte e il tutto], Werner Heisenberg racconta di aver letto per la prima volta il Timeo di Platone in lingua originale, per esercitarsi in greco per l’esame di maturità. Quel primo e precoce incontro lo entusiasmò per la tesi, sostenuta da Platone, che le particelle piccolissime componenti la materia corrispondevano a figure matematiche (poliedri regolari quali tetraedi, ottaedri, cubi, ecc…). Queste particelle, in realtà, non sono materia ma rappresentazioni geometriche dei gruppi di simmetria dello spazio. « ‘In principio era la simmetria’ – scrive Heisenberg – è sicuramente espressione più felice di quella di Democrito ‘all’inizio era la particella’. Le particelle elementari hanno in sé un principio di simmetria: ne sono la rappresentazione più semplice e nel contempo non ne sono altro che la conseguenza»[2].  L’idea che la differente forma dei corpi determina l’elemento costitutivo del corpo (ad es. il cubo è la terra, il tetraedro il fuoco, ecc..) non solo rende pensabile la trasformazione della materia attraverso un cambiamento di posizione dei triangoli, ma soprattutto accorda una priorità ontologica alla forma rispetto alla materia. «La struttura che è alla base dei fenomeni non è data da oggetti materiali come gli atomi di Democrito, ma è la forma che determina gli oggetti materiali. Le idee sono fondamentali più che gli oggetti»[3]. Al termine idea, Heisenberg preferisce quello di simmetria, che mantiene comunque il significato di archetipo, arricchendosi del richiamo all’Urpflanze di goethiana memoria: «Come Goethe, potremmo considerare l’acido nucleico alla stregua di un vivente primigenio: si tratta infatti di un oggetto che al tempo stesso costituisce un modello genetico. Così facendo, naturalmente, non facciamo che ritornare a Platone: le nostre particelle elementari sono analoghe ai corpi regolari di cui si parla nel Timeo. Sono i modelli originali, le idee della materia: e l’acido nucleico è l’idea dell’essere vivente. Questi modelli primigenii determinano tutti i cambiamenti successivi: essi rappresentano l’ordine centrale»[4]. Per quale motivo la teoria platonica ebbe meno successo rispetto a quella atomistica di Democrito? Per il suo carattere poco intuitivo; Heisenberg coglie nel problema dell’anti-intuitività un’altra profonda assonanza con la descrizione quantistica della realtà, accusata di illogicità e incongruità proprio per la sua distanza dalla nostra logica. I quanti, al pari dei solidi illustrati da Platone nel Timeo, sono rappresentazioni di gruppi di simmetria, forme. Sono, quindi, i quanti in quanto forme non materiali? Il paradosso di una materia composta da non-materia è già presente in Platone, i cui solidi regolari sono forme immateriali, che costituiscono la materia. Nell’idea anti-intuitiva di Platone la materia «acquista un significato particolarissimo. Essa in un certo senso giunge a un livello di estrema “rarefazione”, assumendo connotati che vanno molto oltre la nostra capacità immaginativa»[5].

Il problema della consistenza ultima della realtà e, da ultimo, della dissoluzione del concetto di materia è affrontato da Erwin Schrödinger, che da fisico ha contestato l’interpretazione corpuscolare della realtà in favore di quella ondulatoria, e da filosofo ha convertito questa sua visione energetica e continuista del reale in un richiamo a Platone e alla filosofia orientale. Acutamente Schrödinger coglie il tratto vincente dell’atomismo: la capacità di spiegare il divenire, la trasformazione, senza rinunciare all’idea di un essere stabile, inalterabile. Ma, con Heisenberg, la mecanica quantistica comincia a credere che «l’odierna fisica debba in fondo essere costruita sull’ipotesi che le leggi fondamentali della natura siano simmetriche, siano invarianti rispetto all’uso di determinati  gruppi di simmetria, anche se si tratta di gruppi di simmetria diversi da quelli di cui si è occupato Platone»[1].

[1] C.F. von Weizsäcker, I grandi della fisica. Da Platone a Heinsenberg, cit., p. 28.

[1] C.F. von Weizsäcker, I grandi della fisica. Da Platone a Heinsenberg, tr. di M. Donzelli, Donzelli Editore, Roma 2002, p. 28.

[2] W. Heisenberg, Fisica e oltre, tr. di M. e D. Paggi, Bollati Boringhieri, Torino 2000, p. 250.

[3] W. Heisenberg, Oltre le frontiere della scienza, tr. di S. Buzzoni, Editori Riuniti, Roma 1984, p. 139.

[4] W. Heisenberg, Fisica e oltre, cit., p. 251.

[5] G. Gembillo, Werner Heisenberg. La filosofia di un fisico, Giannini, Napoli 1987, p. 29.

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