La Fenomenologia dello spirito

«La Fenomenologia dello spirito fu il capolavoro in cui Hegel ha tentato di mostrare come si possa comprendere l’intera struttura spirituale del mondo a partire dall’autocoscienza»

Hans Georg Gadamer

Pubblicata per la prima volta nel 1807, la Fenomenologia dello spirito è , a mio avviso, uno dei caposaldi del pensiero ocidentale, una di quelle opere  (come la Repubblica di Platone e la Metafisica di Aristotele) senza le quali non è possibile comprendere cosa sia la filosofia. In essa si descrive il percorso che ogni individuo deve compiere, partendo dalla sua coscienza, per identificare le manifestazioni (ecco cosa significa la parola fenomeno nel lessico hegeliano, in modo del tutto differente dalla declinazione kantianala) attraverso le quali lo spirito si innalza dalle forme più semplici di conoscenza a quelle più generali fino al vero sapere assoluto.

« La fenomenologia dello spirito è la storia romanzata della coscienza che via via si riconosce come spirito» è la celebre definizione he Hegel dà della sua opera.

La fenomenologia è dunque la storia delle manifestazioni dello Spirito, dei modi in cui lo Spirito si manifesta.Essa:

– Ricostruisce  il cammino della coscienza  umana travagliato e faticoso, che attraverso erramenti, scissioni, e quindi infelicità e dolore (“L’immane potenza del negativo”), esce dalla sua individualità e raggiunge l’universalità.

– Si presenta come necessaria propedeutica alla comprensione del sistema filosofico dell’Assoluto esposto da Hegel nell’Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio.

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«Un tal divenire della scienza in generale o del sapere,  è appunto ciò che questa fenomenologia dello spirito presenta. Il sapere, come esso è da prima, o lo spirito immediato, è ciò ch’è privo di spirito,  la coscienza sensibile. Per giungere al sapere propriamente detto, o per produrre quell’elemento della scienza che per la scienza medesima è anche il suo puro concetto, il sapere deve affaticarsi in un lungo itinerario. – Tale divenire, come esso si porrà nel suo contenuto e nelle forme  che in lui sorgono, non sarà ciò che a tutta prima si immagina sotto il titolo di avviamento della coscienza prescientifica alla scienza; e sarà anche altro da una fondazione della scienza; – e ben altro ancora da quell’entusiasmo che, come un colpo di pistola, comincia immediatamente dal sapere assoluto, e che si è tratto d’impiccio dinanzi a posizioni differenti, dichiarando dinon volerne sapere »

(Prefazione).

Ogni stadio del processo è una configurazione della coscienza, una figura ideale, un momento culturale di cui lo spirito si appropria, portandolo con sé. In sostanza, è questo il cammino dell’umanità, che l’individuo riprende nel suo singolo percorso culturale. «Le ombre della scienza, delle leggi, dei principi […] scompaiono come inerte nebbia […] l’autocoscienza prende la vita a quel modo che vien colto un frutto maturo».

Uno dei passi più citati, e direi a ragione, è il problema del riconoscimento, ossia la dialettica servo/padrone. Affinchè dalla coscienza si passi all’autocoscienza è necessario il rapporto con un’altra coscienza. La coscienza ha rapporti solo con gli enti, non si soddisfa però con essi, perchè le cose non possono riconoscerla come ntità spirituale. Solo un’altra coscienza può farlo. Ma tale riconoscimento avviene in modo conflittuale. Quando due coscienze si incontrano, ognuna delle due brama di essere riconosciuta dall’altro.

«Il signore è la coscienza che è per sé, ma non più soltanto il concetto di essa, bensì coscienza che è per sé, la quale è mediata con sé attraverso un’altra coscienza, cioè attraverso una tale coscienza, alla cui essenza appartiene ciò, che è sintetizzata con l’essere indipendente ossia con la cosalità in generale».

Già in questa prima definizione del signore e, correlativamente, del servo,fondata sulla perseità del primo e sul legamento all’essere del secondo, deve essere sottolineato il doppio profilo del riconoscimento. Il signore è “coscienza che è per sé” tanto in relazione all’essere (perché si è sollevato al di sopra della cosalità) quanto in relazione all’altra coscienza (perché la sua essenza è la mediazione con sé attraverso l’altro). In maniera analoga, il servo, in quanto è legato all’essere, è soltanto in sé, cioè non trova nell’altro la propria mediazione.

«Il signore è la potenza che domina l’essere, mentre questo essere è la potenza che pesa sull’altro individuo, così, in questa disposizione sillogistica, il signore ha sotto di sé questo altro individuo. Parimente, il signore si rapporta alla cosa in guisa mediata, attraverso il servo: anche il servo, in quanto autocoscienza in genere si riferisce negativamente alla cosa e la toglie; ma per lui la cosa è in pari tempo indipendente; epperò, col suo negarla, non potrà mai distruggerla completamente ; ossia il servo col suo lavoro non fa che trasformarlaInvece, per tale mediazione, il rapporto immediato diviene al signore la pura negazione della cosa stessa: ossia il godimento; ciò che non riuscì all’appetito, riesce a quest’atto del godere: esaurire la cosa e acquietarsi nel godimento […]. Il signore che ha introdotto il servo tra la cosa e se stesso, si conchiude così soltanto con la dipendenza della cosa, e puramente la gode; peraltro il lato dell’indipendenza della cosa egli lo abbandona al servo che la elabora. […]

Mediante il lavoro, essa [la coscienza] giunge a se stessa. Nel momento corrispondente all’appetito nella coscienza del signore, sembrava bensì che alla coscienza servile toccasse il lato del rapporto inessenziale verso la cosa, poiché qui la cosa mantiene la sua indipendenza. L’appetito si è riservata la pura negazione dell’oggetto, e quindi l’intatto sentimento di se stesso. Ma tale appagamento è esso stesso soltanto un dileguare, perché gli manca il lato oggettivo o il sussistere. Il lavoro, invece, è appetito tenuto a freno, è un dileguare trattenuto; ovvero: il lavoro forma. […]. Così, proprio nel lavoro, dove sembrava ch’essa fosse un senso estraneo, la coscienza, mediante questo ritrovamento di se stessa attraverso se stessa, diviene senso proprio».

Il signore è colui che riconosce nella libertà la sua essenza spirituale e preferisce essere libero o morire, proprio perchè ha riconosciuto che la sua sostanza (in Hegel ricordiamo che la sostanza è Soggetto) non è come quella degli enti. Solo chi è disposto a sacrificare la propria vita in nome della libertà, può essere libero, cioè conquistare lo status di autocoscienza.

Il rovesciamennto della dialetica servo/padrone avvviene attraverso il lavoro, ovvero attraverso la capacità di tenere a frano l’appetito e di avere commercio, di maneggiare gli enti. Questo rovesciamento, che per Hegel ha una funione in primis a livello di coscienza, ma poi anhe come lettura della Storia, porterà il parone a divenre servo del servo. È ancora una volta un problema di riconoscimento: solo il servo che riconosce un padrone può essere servo. In queste pagine, mi sembra che l’Hegel tradizionalista, reazionario e un po’ trombone che viene solitamente dipinto nelle scuole, lascia spazio ad un Hegel liberale, che pone la libertà ancor prima che come fatto politico, in un orizonte più radicale, ontologico.

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