In dieci punti: Che cos’è la filosofia analitica?

Inizia oggi la rubrica In dieci punti. Si parte con la domanda: «Che cos’è la filosofia analitica?»

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1.    L’area in cui si sviluppa principalmente – ma non esclusivamente – la filosofia analitica è quella anglo-americana, dagli inizi del XX secolo.

2.    La filosofia costituisce una ricerca di tipo rigoroso. Superamento vecchio dualismo cultura umanistica e cultura scientifica.

3.    Attenzione preminente al linguaggio. Linguistic turn.

Con l’espressione “svolta linguistica” si intende designare un fenomeno intellettuale che ha contraddistinto ampia parte della filosofia del Novecento: in sintesi è consistito in un attento studio, pressoché ad ogni livello, delle problematiche poste dal linguaggio. Il termine è stato coniato dal filosofo austriaco Gustav Bergmann e reso celebre dal filosofo statunitense contemporaneo Richard Rorty, il quale, come curatore del volume “The linguistic turn” (1967), scrisse un’ampia prefazione intitolata “Metaphilosophical difficulties of linguistic philosophy”, in cui affrontava le conseguenze filosofiche della svolta linguistica.

La filosofia analitica poggia sull’idea che il linguaggio non sia un mezzo neutro in cui formulare i problemi e descrivere la realtà, ma che il linguaggio costituisca il mezzo imprescindibile di accesso alla realtà. La nostra conoscenza del reale è pertanto mediata dal linguaggio

4.   Tendenza anti-metafisica e anti-sistematica.

5. Luogo di nascita: Cambridge. Primo padre ispiratore: G. E. Moore, che portò  fino alle ultime conseguenze le premesse dell’empirismo inglese tradizionale. L’insegnamento di Moore (1911-39) influenzò profondamente tutta la filosofia inglese.

6.    Ludwig Wittgenstein è il secondo padre ispiratore della filosofia analitica. Le sue due opere principali hanno influenzato i due rami della filosofia analitica:

Tractatus logico-philosophicus:  idealinguisti. Linguaggio = logica. Necessità di superare l’ambiguità del  linguaggio comune in un linguaggio “ideale”, artificiale.

Ricerche filosoficheanalisti del linguaggio. L’oggetto dell’analisi è il linguaggio ordinario. La funzione precipua del linguaggio non è quella conoscitiva.

7. Metodo analitico: Scomposizione della formulazione linguistica dei problemi:

– scomposizione del complesso nel semplice.

– messa in luce dell’inespresso.

– traduzione in un altro linguaggio maggiormente noto.

8. A partire dalla seconda metà degli anni ’60 si diffuse la prospettiva di analisi inaugurata da Austin con  How to do things with words (1962). In quest’opera Austin concepisce il discorso come un insieme di atti linguistici caratterizzati da una loro particolare forza, si tratta degli enunciati performativi, che non descrivono un atto, ma servono a compierlo.

Lo stesso pragmatismo si rintraccia nella concezione linguistica di H.P. Grice, che propone una definizione del significato non relativa a parole o frasi ma alle ‘intenzioni’ del parlante di produrre effetti sull’uditorio e di J.R. Searle Speech acts (1969). Analoga prospettiva in Davidson e Quine.

9. Filosofia come cartografia: La filosofia tradizionale concepiva il compito del filosofo come lo studio degli oggetti mentali invece che fisici. Ryle sostenne che non era più possibile per i filosofi credere ciò. Invece di questo, Ryle osservò la tendenza dei filosofi ad investigare su oggetti la cui natura non era né fisica né mentale. Ryle pensava invece che “i problemi filosofici sono problemi di tipo particolare, non sono problemi ordinari riguardanti enti speciali”.

Ryle propone l’analogia della filosofia come cartografia. Chi ha competenze in un certo linguaggio, secondo Ryle, sta a un filosofo come gli abitanti di un villaggio a un cartografo.. L’abitante del villaggio concepisce il villaggio in termini pratici e personali, mentre il cartografo lo concepisce in termini neutrali, pubblici e astratti. Stilando una “mappa” delle parole e delle frasi contenute in determinate espressioni, i filosofi possono generare quelli che Ryle chiama “fili d’implicazione”. In altre parole, ogni parola e frase di un’espressione contribuisce all’espressione in modo tale che, se le parole o frasi fossero mutate, l’espressione avrebbe un’implicazione diversa. Il filosofo deve mostrare le direzioni e i limiti dei diversi “fili d’implicazione” che un “concetto contribuisce alle espressioni in cui compare”. Per mostrare ciò, deve “strattonare” i fili contigui, che, a loro volta, propagano gli “strattoni”. La filosofia quindi indaga il significato di questi fili d’implicazione nelle espressioni in cui sono usati.

10. Consigli di lettura:

Austin, J. L., How to do things with words, Oxford 1962 (tr. it.: Quando dire è fare, Torino 1974).

Ayer, A. J., Language, truth and logic, London 1936 (tr. it.: Linguaggio, verità e logica, Milano 1961).

Carnap, R., Der logische Aufbau der Welt, Wien 1928 (tr. it.: La costruzione logica del mondo, Milano 1966).

Moore, G. E., Philosophical papers, London 1959 (tr. it.: Saggi filosofici, Milano 1970).

Russell, B., The philosophy of logical atomism, in ‟The monist”, 1918-1919 (tr. it. in: Logica e conoscenza, Milano 1961, pp. 105-245).

Wittgenstein, L., Tractatus logico-philosophicus, London 1922 (tr. it.: Tractatus logico-philosophicus, Torino 1963).
Wittgenstein, L., Philosophische Untersuchungen, Oxford 1953 (tr. it.: Ricerche filosofiche, Torino 1967).
Wittgenstein, L., The blue and brown books, Oxford 1958.

per approfondire: http://www.treccani.it/enciclopedia/filosofia-analitica_(Enciclopedia_del_Novecento)/I

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