Il sogno di Jung

«In ogni singola persona ci sono, oltre alle reminiscenze personali, le grandi immagini «originarie», come le ha definite appropriatamente Jakob Burckhardt, cioè le possibilità dell’immaginazione umana ereditate, com’è da sempre, nella struttura del cervello. Il dato di fatto di questa eredità spiega anche il fenomeno veramente incredibile che certi materiali e motivi leggendari si presentino in tutto il mondo in forme uguali. Spiega anche come i nostri malati di mente possano riprodurre esattamente le stesse immagini e gli stessi contesti che noi conosciamo dai testi antichi».

CARL GUSTAV JUNG, La psicologia dei processi inconsci (1917).

Jung racconta un sogno (in Ricordi sogni riflessioni): egli era in una grande casa che, pur sapendo che fosse sua, non riconosce come tale. È un edificio a due piani: la parte superiore è arredata in stile rococò, con appesi alle pareti antichi quadri, quella inferiore è in parte in stile rinascimentale e in parte medievale. Se si scende ancora, vi è uno scantinato, un locale di epoca romana, al cui interno egli scorge una botola che lo porterà ancora più in profondità, in una grotta dove sono sparsi resti archeologici di epoca arcaica assieme a due teschi umani. Jung interpreta così il proprio sogno «evidentemente risaliva fino alle fondamenta della storia della civiltà, una storia di successive stratificazioni della coscienza…una specie di diagramma della struttura della psiche umana, con un presupposto di natura affatto impersonale…quel sogno diventò per me un’immagine-guida…fu la mia prima intuizione dell’esistenza, al di sotto della psiche personale, di un a priori collettivo».

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