In una goccerella di grammatica

Se la filosofia è buona solo contro i filosofi, perché fare filosofia? La risposta si trova nel fatto che «in una goccerella di grammatica si condensa un’intera nube di filosofia»[1]. La filosofia, per Wittgenstein, non nasce nelle aule universitarie o in una vocazione specialistica, ma nella grammatica del nostro linguaggio corrente: «Si sente sempre ripetere daccapo l’osservazione che la filosofia non farebbe mai un vero progresso, che ci occupiamo ancora degli stessi problemi filosofici di cui si occupavano i Greci. Però chi dice questo non capisce perché debba essere così. Il fatto è che il nostro linguaggio è rimasto lo stesso e ci induce sempre a fare daccapo le stesse domande. Finché esisterà un verbo ‘essere’ che sembra funzionare come ‘mangiare’ e ‘bere’, finché esisteranno aggettivi quali ‘identico’, ‘vero’, falso’, ‘possibile’, finché continueranno a parlare di uno scorrere del tempo e di un estendersi dello spazio ecc. ecc., sempre gli uomini inciamperanno daccapo nelle stesse enigmatiche difficoltà e si incaponiranno su qualcosa che nessuna spiegazione sembra poter eliminare»[2].

È il nostro linguaggio che fatalmente ci rende filosofi: la filosofia è utile non solo contro i filosofi di professione, ma anche contro il filosofo che è in noi: «numerose indicazioni suggeriscono che Wittgenstein considerava la filosofia una parte inevitabile della condizione umana»[3].

Wittgenstein non vede uno iato tra il sentiero della doxa e il sentiero della filosofia, come gran parte del pensiero filosofico tradizionale ha fatto, ma crede che così come il pensiero scientifico nasca da quello comune, analogamente quello filosofico sia uno sviluppo dello stesso pensiero. Tuttavia, come Mach insegna, spesso pensiero scientifico e filosofico obliano la propria origine, contrapponendosi addirittura ad essa. Questo è proprio il destino che Wittgenstein vuole combattere; e le sue bordate contro la filosofia, a mio avviso, devono essere lette come uno scontro contro quella ‘filosofia’ che ha dimenticato la sua nascita dal senso comune e da una determinata forma di vita.

Il filosofo, comunque, ha rispetto all’uomo comune un maggiore disinacanto nei confronti delle trappole del linguaggio; se il filosofo tradizionale ingigantisce oltremisura le confusioni linguistiche di cui vive anche l’uomo comune, il filosofo wittgensteiniano ha il farmaco contro tali confusioni: sa già dove condurranno i labirinti del linguaggio, conosce tutte le trappole che domande quali «cos’è il tempo?» contengono, ha lavorato sulla volontà.

Quando WIttgenstein scrive che il lavoro in filosofia è un lavoro sulla volontà, ossia sulla capacità di resistere alla tentazione di dire certe cose, intendeva indicare che il filosofo – nella sua accezione del termine – dev’essere molto più smaliziato rispetto all’uomo comune, deve comprendere immediatamente quando i propri ragionamenti stanno imboccando la via dell’insensatezza.

[1] L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, cit., pag. 209.

[2] L. Wittgenstein, Big Typescript, cit., pagg. 422-423.

[3] A. Kenny, Wittgenstein sulla natura della filosofia, cit., pag. 218.

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