Linguistic Turn

Nei Quaderni preparatori alla stesura del Tractatus logico-philosophicus, Wittgenstein scriveva: «L’esigenza delle cose semplici è l’esigenza della determinatezza del senso […]. Se v’è un senso finito ed una proposizione che esprime completamente questo senso, vi sono anche nomi per oggetti semplici»[1]. Gli oggetti semplici sono i custodi del significato, in quanto se il linguaggio e la realtà non avessero struttura atomica, il linguaggio fluttuerebbe in un’ambiguità e in una plurivocità perenne. Sempre nei Quaderni Wittgenstein scriveva: «Noi sentiamo che il MONDO deve constare di elementi» e il lavoro filosofico, date queste premesse dev’essere di tipo analitico, nella scomponibilità del complesso fino alle parti costituitive del senso. Ma il Tractatus non riesce a risolvere in maniera “scientifica” il problema dell’atomicità del linguaggio e la chiusa mistica dell’opera testimonia la non conoscibilità del semplice, che come tale rimane un postulato, un’esigenza che tuttavia rimane inesprimibile, “si mostra” senza potersi dire. Questa è l’ironica sorte di un libro che venne preso come Bibbia del logicismo dai neopositivisti ma che, invece, ha la sua grandezza filosofica proprio nell’aver sancito il naufragio irrimediabile dell’atomismo logico. Nell’ambito di una teoria semiotica, l’apporto più innovativo dato da Wittgenstein è stato lo smantellamento tanto del binomio significante/significato di matrice desaussuriana quanto il celebre triangolo di Frege (poi ripreso da Ogden e Richards) di segno, senso e denotazione. Per il secondo Wittgenstein, il significato di un nome non risiede in una identità univoca e rigida né in un rapporto triadico, bensì dal sovrapporsi di significati, dall’intrecciarsi di contenuti e di rimandi. Il significato di un nome, dagli anni’30 in poi, per Wittgenstein diviene non l’oggetto che tale nome denota, ma l’uso. La categoria dell’uso riporta il linguaggio alla dimensione della praxis, al «terreno scabro» come dice Wittgenstein nelle Ricerche filosofiche, estromettendo qualsiasi vocazione mentalista o privatista del linguaggio. Parlare diviene un’attività naturale dell’uomo come camminare, mangiare e il linguaggio diviene una forma di vita, strettamente connessa alla cultura di un popolo, alla sua Weltbild. Scompare, nella seconda produzione wittgensteiniana, il problema della ricerca dei semplici, in quanto il nome da elementare, semplice diviene forma architettonica, struttura complessa; ogni nome ha un’atmosfera, ossia è in grado di evocare non un significato ma una famiglia di significati.

È interessante osservare che la svolta wittgensteiniana, lungi dall’essere una mero cambio personale di prospettiva, è chiaro segno del mutato Zeitgeist del Novecento, che ha registrato tanto in area anglosassone che in area germanica e francese, il netto abbandono della ricerca di una clavis universalis, di un linguaggio unico e univoco e la declinazione del fenomeno linguistico in chiave storico-culturale. In ambito tedesco, il riconoscimento operato da Cassirer dell’uomo come animale simbolico poggia sulla distinzione fra segno che ha una «specie di realtà fisica o sostanziale» e il simbolo che, invece, «ha soltanto valore funzionale»[2]. Il segno si connette alla cosa a cui si riferisce in modo fisso e univoco, mentre il simbolo è caratterizzato dalla variabilità e dalla non uniformità. Contro il sogno riduzionista, Cassirer afferma la necessità di leggere il linguaggio «in termini di energeia e non di ergon. Non è qualcosa di bello e fatto bensì un processo continuo»[3]. Da funzione riproduttiva del reale, il linguaggio assume funzione produttiva di realtà. In tal modo, anche nella riflessione heideggeriana e gadameriana, il linguaggio non rispecchia il mondo ma “crea” un mondo: «Il linguaggio non è solo una delle doti di cui dispone l’uomo che vive nel mondo; su di esso si fonda, e in esso si rappresenta, il fatto stesso che gli uomini abbiano un mondo. Per l’uomo, il mondo esiste come mondo in un modo diverso da come esiste per ogni altro essere vivente nel mondo. Questo mondo si costituisce nel linguaggio»[4] scrive Gadamer in Verità e metodo.

Parallelamente anche la cultura francese si allontana dall’ideale semplificatore ancora operante nell’indagine strutturalista del linguaggio e attraverso due filosofi contemporanei fra loro molto diversi, quali Derrida e Morin,  espone l’irriducibilità del significato ad una unità semplice dai confini semantici definiti.  Il segno come presenza differita, nel primo, e l’antiriduzionismo, nel secondo, portano – per strade differenti – alla disintegrazione del linguaggio unidimensionale.

L’ultimo baluardo di una concezione netta del significato e di un linguaggio formalizzato e analizzabile era rimasta la filosofia anglo-americana, erede di Russell, Moore, Wittgenstein. Tuttavia anche in questa tradizione, si sono fatti strada “eretici” quali Goodman, Sellars, Rorty e da ultimo Quine, che mi sembra colui che ha portato al capolinea il sogno del significato e del riferimento, tanto che oggi si parla di filosofia post-analitica. Se il Novecento si è aperto con il sogno di una clavis universalis, di una lingua capace di superare le particolarità degli idiomi, con Quine si arriva alla massima enfatizzazione delle differenze fra gli idiomi, fino ad approdare all’idea di intraducibilità di ogni lingua. Quine polemizza con veemenza, e anche con spirito caustico, contro l’idea «di una identità o di una comunità di senso sotto il segno, o di una teoria del significato che ne farebbe una sorta di astrazione sopralinguistica, di cui le forme del linguaggio sarebbero il corrispondente o l’espressione». Contro Frege e la sua teoria di significato, Quine fa propria la lezione wittgensteiniana che il significato è il risultato di operazioni linguistico-concettuali che rimandano a comportamenti sociali. Anche la tradizione analitica, attraverso il suo figlio più sovversivo, è infine giunta ad una “relatività ontologica” e ad un olismo che considera impossibile analizzare il fenomeno linguistico mediante la riduzione ad elementi atomici.

* Ricordo che l’espressione linguistic turn  (svolta linguistica)  è stata usata da Richard Rorty, che l’ha scelta come titolo di un’antologia  e sottolinea il fatto che nei decenni tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX,  autori di varia formazione filosofica o disciplinare e anche di differenti aree geografiche  hannomesso al centro della loro riflessione il linguaggio.

[1] L. Wittgentein, Quaderni 1914-1916, in Tractatus logico-philosophicus, tr. di A. G. Conte, Einaudi, Torino 1989, p. 206.

[2] E. Cassirer, Saggio sull’uomo, tr. di C. d’Altavilla, Armando, Roma 2004, p. 91.

[3] Ivi, p. 219.

[4] H. Gadamer, Verità e metodo, tr. di G. Vattimo, Bompiani, Milano 1994, p. 507.

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4 Comments

  1. Wittgenstein scrisse e pubblicò in vita solo il Tractatus rivolgendosi a chi già avesse pensato ciò che andava trattando. Più che logico Wittgenstein può essere un aforista filosofico (così sembra pensare Hadot) ☺

    1. Io preferisco considerare il Wittgenstein del Tractatus un logico paradossale, che poggia la propria filosofia in quel binomio – di cui proprio Russell parla a proposito del suo allievo – di misticismo e logica (che poi è anche il titolo di una bella opera del simpatico Bertrand).

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