Il superlativo di amare

«Io conto le lettere delle parole, di quante lettere è formata una parola. Lo faccio da sempre, da quando ho memoria. Non so dire come e perché nacque questa mia ossessione».

Questa è stata anche una mia ossessione da bambina e quindi queste prime parole del romanzo mi hanno subito fatto mettere comoda, sentirmi vicina a Gino, l’io narrante. Gino sviluppa una sua idea sul numero di lettere delle parole, convincendos – è un leit motiv di tutto il romanzo – che quelle che hanno un numero primo di lettere siano  ambasciatrici di cattive nuove.

L’attenzione verso le parole caratterizza Gino, perchè lui è uno scrittore e un traduttore, con le parole ci vive (in un primo momento ci sopravvive, poi lungo la storia le sue fortune cambieranno). L’alter ego di Gino è il poeta che sta traducendo, Cortàzar e non Cortazàr. «Era strano, la stessa parola, con lo stesso numero di lettere, accentata sbagliata mi faceva un brutto effetto, come se si stirasse eccessivamente e rinnegasse il suo significato di taglio, che con l’accento sulla prima a invecce rispettava» (p. 23). Ed è bello questo continuo rincorrersi della vita del traduttore e di quella del tradotto, non solo attraverso le pagine dei libri ma anche attraverso le case, che nel romanzo di Garufi sono luoghi, al pari dei libri, in cui risiede la memoria, la nostalgia e, chissà dato il finale aperto, forse il progetto.

Perché sto raccontando Il superlativo di amare attraverso l’amore per le parole? Perché è quello che ho trovato più attraente nel testo, che si rispecchia nel titolo (il superlativo di amare è…un gioco di parole, che non svelo) ma soprattutto nella scrittura. È un gusto: io nei romanzi più che l’intreccio rapido, il colpo di scena o l’imprevisto, preferisco il sapore della parola,  il termine che non mi torna e che quindi  mi fa tornare indietro,  per sentirne il suono. In Garufi questo c’è, senza però farsi prendere la mano da eccessi barochi o da un periodare complicato. Mi piace la linearità e la trasparenza, che definirei “corposa”, se non ricadessi in un ossimoro.

Mi piace l’autenticità di Gino, non vi trovo il compiacimento che in alcune critiche gli è stato rimproverato. È un intellettuale, ma non trasuda la noia di Moravia o la nausea di Sartre, Gino ha un cuore autentico, che gli consente di amare infinitamente Tito, il suo cane, Martino, l’amico e infine, Stella, la donna che – se proprio devo dirla tutta – non risplende molto come personaggio. Ma di questo l’autore ne è ben consapevole, poichè scrive (p. 204): «La verità è che i grandi amori erano grandi e interessanti solo per chi li provava». Lezione di Roland Barthes, di certo assimilata. Dell’amore mi piace l’idea che sia un esercizio di traduzione (cfr. capitolo 10): interpretare segni e silenzi, sguardi. Se questo esercizio di traduzione alla fine sia andato a buon fine, Garufi non lo dice, lascia in sospeso il finale. A me piace pensare di sì.

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4 Comments

  1. Mi affascina di quello che descrivi del libro il concetto dell’amore come traduzione.
    Del resto per me è affascinante e misterioso l’atto del tradurre (da una lingua all’altra) e tutte le conseguenze che ne comporta.

    1. Anche a me, Dafne, è piaciuta molto questa idea della traduzione. Io trovo il lavoro fd traduzione – ho fatto tre esperienze, ma di saggi – bellissimo. Proprio nel trovare l’intrtaducibile t avvicini all’essenza di una cultura. Così nell’amore, sembra proporre queto libro.

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