La cattedrale

«Vedete, Céleste, voglio che, nella letteratura, la mia opera rappresenti una cattedrale. Ecco perché non è mai finita. Anche se è costruita, bisogna sempre ornarla di una cosa e di un’altra, una vetrata, un capitello, una cappellina, con la statuetta in un angolo».

Combray è il pronao di questa cattedrale, la cui immensa mole si poggia su ua cosa tanta immateriale quanto l’evanescente ricordo suscitato da una madeleine. Il ricordo non è mai cercato, voluto, è una grazia, sebbene una parola così intrisa di signifiati cristiani non è perfetta per la cosmologia proustiana. L’aspetto magico della memoria è che non viene mai suscitata dalle persone, ma è racchiusa dalle cose, che quindi divengono di fatto animate, ombre del Tutto, ripetizione dell’Idea. Ma la memoria per avere un carattere salvifico sul Tempo, deve seguire all’oblio. Non è la persistenza della memoria che dà eternità al tempo perduto, ma il risveglio che la nostra anima compie sull’oblio. La dimenticanza immobilizza nelle cose l’anima del passato, le sottrae all’abitudine, preserva in esse ciò che è, sottraendole al divenire. Allo stesso modo, il sonno e il dormiveglia, interrompendo il flusso della coscienza, rimandano lampi di ciò che è stato e che può tornare ad essere, come imago, nella fantasia del soggetto.

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