Il filosofo mediatico o divulgativo

La filosofia, specie in Italia, sta in una cittadella. Lì si parla di filosofia, si discute sul nichilismo o sul superamento del soggettivismo, sul rapporto tra filosofia e scienze; fuori arrivano messaggi di cosa accade dentro la cittadella, ma son messaggi veicolati da trafiletti sui giornali, breve interviste a professori – magari mandate durante le ore notturne – oppure quei quarantacinque secondi che rendono risibile ogni disussione, come nota Diego Marconi. ne Il mestiere di pensare, in cui parla di una dicotomia tra tra il filosofo mediatico e il filosofo professionista.

“Si ha l’impressione che ci siano oggi due filosofie: una filosofia professionale, blindata nello specialismo e apparentemente poco capace di incidere sul resto della cultura, e una filosofia mediatica, sostanzialmente irrilevante per i filosofi professionali. è proprio così? In che cosa consiste oggi il mestiere del filosofo?”. Rimando all’interessante articolo di Gian Paolo Terravecchia, per approfondire la riflessione di Marconi. Se ha ragione Marconi quando dlegittima il “filosofo mediatico”, schiavo dei palinsesti, che si fa interrompere mentre disquisisce di Heidegger perchè c’è lo stacchetto pubblicitario o che salta qua e là dal problema del bullismo a quello valoriale, dall’eutanasia alla giusta pedagogia per ragazzi, è pur vero che lasciare la filosofia dentro la cittadella è una soluzione asfissiante. Anche perchè la succursale della cittadella è la scuola, che rumina spesso la filosofia dei manuali, persa nell’illusorio aut-aut di fare una storia della flosofia oppure una filosofia per nodi problematici.

Solitamente, in sintesi, ci si occupa di filosofia al liceo – chi va al liceo – e poi o si studia filosofia all’Università, oppure il demiurgo e l’universale concreto restano sopiti ricordi, spesso incubi. Alcune persone dicono che a loro piacerebbe leggere filosofia, ma che non la capiscono. In effetti, provate a dare in mano a un non-specialista le Ricerche logiche di Husserl o il Tractatus logico-phlosophicus di Wittgenstein, e confermerete il suo pregiudizio che la filosofia è una disciplina astrusa.

C’è spazio, oggi, per una seria e divertente divulgazione filosofica? Qualche decennio fa fu il boom di Luciano De rescenzo, che rese appetibile i presocratici e altri filosofi a una fascia di pubblico non avvezza all’esercizio filosofico. Ho trovato un articolo di Marco Liberatore su doppiozero, intitolato Perché divulgare la filosofia? che segnala alcuni buoni esempi di divulgazione filosofica (Nigel Warburton,  Il primo libro di filosofia; l’autore blogga anche su Virtual philosopher) e Girolamo De Michele, Filosofia. Corso di sopravvivenza.

A questi io aggiungerei un libro che mi ha molto divertito, annni fa: Wihlelm Weischedel, La filosofia dalla scala di servizio, e la sempre verde Storia della filosofia occidentale di Bertrand Russell.

Il già citato Marconi, invece, segnala Il mondo messo a fuoco di Achille Varzi, e  Prima lezione di filosofia di Roberto Casati. Trovo interessante leggere la valutazione di Marconi su queste opere : «Non sono scritti da divulgatori ma da filosofi di professione: hanno un retroterra di piena competenza, ma riescono a veicolare i contenuti introducendo via via le informazioni e le spiegazioni indispensabili, senza avere paura di dire cose che tutti gli esperti conoscono a menadito ma, al tempo stesso, senza trattare il lettore come un imbecille».

Quando si parla di filosofo di preofessione, in Italia, si intende cattedratico, sinonimia che in altri paesi non è così immediata e che, di fatto, dimentica l’illustre precedente di Benedetto Croce, mai accademico.

Se è vero che una certa asifissia da curriculum c’è in chi fa una netta differenziazione,  pur vero è che spesso le opere divulgative di filosofia corrono il rischio di essere banali, di fare appeal a fenomeni di cronaca più che a interessi teoretici.

Qualche tempo fa, mi è stato recapitato un libro intitolato Comprendere Wittgenstein? Un gioco da ragazzi, di Andrea Cauti, un libro autopubblicato, il cui sottotitolo è L.W. spiegato a mia figlia.

A me, che per alcuni anni mi sono occupata di Wittgenstein a cavallo tra la cittadella e la succursale della medesima, parlare di WIttgenstein a una quindienne appare una bella sfida.

Il “pretesto” del figlio per divulgare un argomento ostico ricorreva anche in quel monumento alla metodologia dello storico, che è Apologia della storia di Marc Bloch. Solo che Bloch era uno storico di professione, mentre Cauti è un giornalista, laureato in chimica, che si occupa di filosofia per diletto.

Questo aspetto è quello che merita di certo un encomio.Trovo bello che, fuori da accademie e scuole, si senta la necessità di studiare e poi divulgare il pensiero di un filosofo  tra i più noti, mitizzati, ma anche fraintesi del Novecento. Anche l’epigrafe che Cauti sceglie è, decisamente, da outsider: «Chi parla male, pensa male e vive male!» da Palombella rossa di Nanni Moretti. Un academico non si sarebbe arrischiato a farlo, preferendo un ironico Russell o un  fecondo Musil. La scelta dell’epigrafe è giusta per il taglio del discorso di Cauti, che inizia proprio dai fraintendimenti che ostacolano la comprensione di un linguaggio, da chi è fuori dalla forma di vita che ha generato quel linguaggio (tanto per tornare al problema della divulgazione filosofica).

Vi è una biografia ben fatta e una serie di citazioni dalle due opere principali di Wittgenstein. Anche le note sono pensate per un pubblico non specialista, e spiegano chi sono dei personaggi che in Accademia nessuno si sentirebbe in dovere di presentare: Moore, Loos, Engelmann (almeno fra accademici patititi del caro Ludwig).

Non sto qui a dire le  pecche che a un occhio “professionale” il libro di Cauti ha; a me, personalmente non convince il richiamo all’attualità, spesso pretestuoso e che di fatto  non serve né a comprendere il mondo attuale né il pensiero di Wittgenstein. Il punto fondamentale dovrebbe essere chiedere a Camilla (la figlia di Cauti) a cui il libro è indirizzato se di questo strampalato filosofo austriaco, ora lei ne sa un po’ di più.

Ho personalmente provato varie vote, nelle mie classi, a rispondere a quei pochi che mi chiedevano di Wittgenstein, perché incuriositi dall’aneddoto del rinoceronte o dalla chiusa mistica del Tractatus. Non l’ho trovato un “gioco da ragazzi”, perché è difficile spiegare Wittgenstein se non si conosce Russell, oppure il solipsismo di Schopenhauer, o anche la fisica di Mach. Tuttavia, l’interesse per questo straordinario filosofo c’è, soprattutto nei ragazzi. Quindi è un bene provarci e speroche questo libro di Cauti dia anche il coraggio e l’umiltà a chi non è filosofo di professione, di divertirsi a filosofare.

Resta sempre problematico pensare alla divulgazione filosofica, di certo necessaria anche per quegli autori che solitamente non vengono trattati, se non di striscio, a scuola. Io vorrei che alla dicotomia filosofi professionisti/filosofi divulgatori, si sostituisse quella tra chi riesce a spiegare facilmente senza tradre e chi non ci riesce. Aveva ragione il vecchio Ludwig: se un cane sapesse parlare, io non lo capirei.

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4 Comments

  1. Cara professoressa, in realtà il mip desiderio non era che Camilla ne sapesse un po’ di più di Wittgenstein, ma che entrasse nella sua vita come entra l’aria nei polmoni. Volevo farle ‘comprendere’ Wittgenstein, nell’accezione del termine: accogliere nella mente, nell’intelletto, afferrare il senso di qualche cosa, stabilire una relazione tra più idee o fatti (Treccani).
    Un abbraccio

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