Breve storia del talento

Libri: è uscito

Questa non è una recensione. Se lo fosse non potrei iniziare dicendo cosa mi ha spinto a leggere questo libro, quali curiosità o aspettative mi hanno condotto al libro di Macioci.

Il primo punto è il tema del talento, cosa di cui indago per motivi miei l’origine e gli effetti. Il talento inspiegabile, gratuito che genera invidia e quindi, come dice  Macioci «la scoperta del limite». Il talento che «come la vita, può sembrare un magnifico, drammatico capriccio. E forse lo è».

Il secondo punto  è che ho avuto la felice possibilità di dialogare con l’Autore di letteratura, ancor prima di conoscerlo in veste di scrittore. Mi è piaciuto parlare con lui del Don Chisciotte, di Kundera, di Dostoevskij e l’acutezza di tante sue osservazioni mi ha spinto a scoprire in che modo questo amore per la letteratura si tramutasse in lingua scritta.

La trama del libro è semplice: due ragazzini condividono i pomeriggi in un campo di terra. Attorno a loro una piccola comunità di ragazzi: la ragazza di cui l’io narrante è innamorato, che poi sceglierà un altro, Luigi, che finirà per drogarsi, l’amico timido e la ragazza vanitosa. Insomma: quel micrcosmo della vita da cortile, che ha costituito il Bildungsroman di quasi tutti noi. In questo microcosmo, irrompe Michele, il talentuoso giocatore di calcio, attorno al cui talento il libro si interroga, fino ad arrivare ad una conclusione un po’ amara e un po’ liberatoria.

Chi, come me, ama il calcio, non può non emozionarsi al ricordo, che tanta parte ha nel libro di Macioci, del gol di Baggio ai mondiali ’90 contro la Cecoslovacchia. Un gol di talento, forse di “genio”, uno di quelli per cui non basta l’allenamento, la fatica, la costanza. Uno di quelli per cui o ci nasci così o niente. E proprio davanti questo limite che l’io narrante si schianta. Perché Michele così c’è nato, nonostante poi non sia diventato Baggio ( e poi, alla fine, anche il nostro Baggio: non avrebbe potuto fare di più con una fortuna un po’ più clemente?). Sì, il talento e la fortuna, un binomio spesso infausto. Michele finirà per lavorare in un bar, dove il protagonista va a trovarlo, da adulto, con l’idea di chiudere i conti con quel talento che lui non ha avuto, o, almeno, non ha avuto con quella dimensione di “grazia”.

Cosa resta quando non c’è quel talento? Ecco la domanda a cui il libro mi pare dia risposta. Resta una coscienza estremamente lucida del limite, una voglia di amare chi ci ha mostrato che non siamo i migliori, di amarli proprio perché ci hanno insegnato a perdere . Resta la scoperta di altre strade: per l’io narrante, come per Macioci, immagino, quella della scrittura, o meglio della poesia.

Siamo in un romanzo (?) però ci muoviamo con molto lirismo, le immagini, le sensazioni hanno una parte preponderante, superano l’intreccio e i dialoghi. Breve storia del talento è un libro quasi a margine del romanzo: tra il diario e le memoires. È un libro che mi ha dato l’idea di voler fare i conti con il proprio passato, per mettere una pietra sopra, per continuare. E quello che è sorprendente è che non sia il libro di esordio. Solitamente ci si occupa dell’adolescenza «acceleratore esistenziale» all’inizio del proprio iter narrativo. In Macioci, invece, questa riflessione così intima e delicata arriva dopo un romanzo – che mi prometto di leggere – che è La dissoluzione familiare, in cui, a quanto ho letto nelle recensioni, l’Autore ha dato prova di saper maneggiare altri stili di scrittura, di giocare con questi in una sapiente meta-narrazione.

Ecco, il ritornare a una forma diaristica, dopo aver dato prova di essere architetto ardito, mi piace. È la voglia di recuperare quella semplicità che spesso gli scrittori temono, perché svela una spontaneità che scopre se stessi.

Breve storia del talento è un libro sincero.

E poi c’è quella questione del limite, che mi ha spinto a ricercare questo romanzo: «Ero forte ed ero giovane. Potevo allenarmi, darci dentro, potevo arrivare chissà dove. Ma c’eri tu. Tu eri il mio limite, ciò che non avrei mai potuto sperare di superare. Tu eri il termine estremo della mia speranza, e la speranza non sopporta limitazioni. Dovevo smetteredi sperare in me e cominciare a sperare in te. Tu mi dimostravi, giorno dopo giorno, dove mi sarei dovuto fermare. Tu eri la mia morte. Tu mi hai fatto vivere».

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...