Il volontarismo della pazzia

E se il comico in Don Chisciotte fosse non tanto la confusione della letteratura con la vita, ma il fatto che la lettura preceda la vita stessa. «Felice età e secolo felice quello in cui verranno in luce le mie famose gesta degne d’essere incise nel bronzo, scolpite nel armo e dipinte sui quadri ad eterna memoria». Nel saggio Il riso, Henry Bergson scrive che il celebre episodio dei mulini a vento presenta non un assurdità qualunque, ma il procedimento dell’inversione, che ha una funzione specifica nella scrittura comica: «Consiste nel voler modellare le cose secondo un’idea e non le idee secondo la realtà; e non consiste forse nel “vedere davanti a sé ciò che si pensa, in luogo di pensare ciò che si vede”?».

In questo, pensavo, ogni idealismo, ogni utopia ha del comico. Modellare le cose secondo un’idea: i catari, Robespierre, Lenin, non sono allora personaggi comici? Non è gran parte della Storia intrinsecamente comica? «In fondo al comico – prosegue Bergson – v’è una rigidità che fa sì che uno vada dritto pel suo cammino, che non ascolti e non voglia intendere nulla. Parecchie scene comiche nel teatro di Moliere si riducono a questo schema molto semplice: un personaggio che segue la sua idea, che vi ritorna sempre, mentre ne è interrotto senza tregua!».

Il sogno, l’ideale conosce i gradi del non volere capire nulla, non volere vedere nulla e infine non vedere più di quel che si vuole vedere. La via dell’illusione (dell’amore?) è la via del comico.

Cesare Segre, nel suo commento al Chisciotte, parla di volontarismo della pazzia nell’eroe di Cervantes; Spitzer legge il Don Chisciotte attraverso la lente del “prospettivismo”: la realtà si è dissolta, Cervantes ci presenta le fantasmagorie delle visioni umane della realtà. Meno rassicurante della follia erasmiana, quella di Cervantes è un universo in espansione: non c’è un fuori-follia, un luogo savio da contrapporre al delirio. Agito prima dalle proprie fantasie, poi da quelle altrui, Don Chisciotte è il superlativo dell’Orlando ariostesco. Gli manca, però, l’amico Astolfo. Non è più possibile un Astolfo, c’è un Sancho, meno nobile e virtuoso.

La vera sconfitta, per Orlando, per Don Chisciotte, forse per tutti, è quella di rinsavire.

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3 Comments

  1. Interessanti come sempre le tue riflessioni che sanno arrivare al paradosso per mostrarci la realtà. Ho pensato a quello che dici dell’idealismo e il comico. Penso che la differenza fra la tragedia ed il comico sta nel fatto che nel comico l’idea muta l’interpretazione della realtà ma non la realtà stessa: i mulini a vento rimangono mulini a vento anche se Don Chisciotte li vive come giganti, nel tragico invece è l’idealista che modifica la realtà secondo un’idea: Robespierre, etcetc.
    Buona giornata 🙂

    1. È vero quello che dici, uniformare idealismo e comico potrebbe essere nichilista, del resto. Ma proprio in merito al testo di cui mi occupavo ieri, Lo scherzo, mi è venuto da pensare che i grandi sogni delle dittature, se li osserviamo senza il tragico corollario di morti e differenza, hanno nella retorica dell’arte, del discorso, un forte elemento comico. Pensa al dittatore nord coreano, pensa al dittatore di Chaplin.

      1. Certo. Ci son cose di cui non possiamo ridere perché realmente accadono ma hanno l’assurdo del comico, come nei film di Tarantino.

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