Sembrava una recensione (sul libro di Jenny Offill)

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Parlare della fabula del libro sarebbe molto sbrigativo: una moglie infelice, in crisi dopo aver scoperto il tradimento del marito oppure una madre che si sente inadeguata. In entrambi i casi, uno dei temi più abusati nella scrittura femminile. E poi: esiste una scrittura femminile? Quando sono portata a dire: sì, esiste, mi viene in mente la cattiva scrittura. Guardarsi l’ombelico, raccontare cose che capitano a tutti (la prima mestruazione, il primo rapporto sessuale) come se fossero avvenimenti epocali. E poi il conflitto con il mondo degli uomini, la sensibilità ribelle che si ripiega sui libri e la scrittura. Eccesso di “io”, penso, guardo, sento, credo, ricordo, soffro. Io, io, io.

Va di moda, ultimamente, l’aggettivo “viscerale”. Chissà perché la scrittura femminile non viene recensita come intensa, veritiera, ma “Viscerale”.

Poi ci sono le altre: la Woolf, la Yourcenair, la Munro. Anche la Burbery mi ha molto divertito. La scrittura della Offill è femminile?

Sì, maledettamente femminile, forse “viscerale”, però scombina tutto il pantheon del sentimentalismo, dell’intellettualismo, dell’anticonvenzionalismo “femminili”.

Siamo alla presenza di un io narrante sdoppiato: il romanzo inizia in prima persona, poi utilizza la terza “la moglie”; lo sdoppiamento è segnato anche da citazioni continue, palesi o occulte, che fanno il contrappunto all’io che vive la storia, spesso in modo ironico. C’è di tutto: motti zen e detti rabbinici, Coleridge e Thomas Stearn Eliot. Diceva Kraus che l’aforisma non ha bisogno di esser vero, ma deve scavalcare la verità. Un romano scritto come una collezione di aforismi fa proprio questo: la scavalca finalmente quella verità che la scrittura “femminile” esibisce in modo infruuttuoso e, in questo scavalcamento, comprendiamo quanta autenticità c’è in questa moglie e madre; i pensieri fluiscono in modo irruento ma come depurati, senza le scorie dell’emotività. La scrittura della Offill è misurata, nonostante strabordi da qualsiasi stile, nonostante si permetta il vezzo di ripetere per due pagine

Così spaventata così spaventata così spaventata

Così spaventata così spaventata così spaventata

Così spaventata così spaventata così spaventata

Così spaventata così spaventata così spaventata

Così spaventata così spaventata così spaventata

Così spaventata così spaventata così spaventata

Così spaventata così spaventata così spaventata

“Perché hai rovinato la mia cosa preferita?” scrive a un certo punto e alla fine si rimane incerti, se questa cosa siamo riusciti a salvarla, oppure se tutto è compromesso e la coppia rimane insieme, ma separata interiormente.

“Tu ti fermi e mi aspetti” dice alla fine, e si ritorna all’io narrante, in una riappropriazione della propria storia che, forse, è già guarigione.

Non so come si possa recensire un libro come Sembrava una felicità. Non vengono le parole. Ci si chiede se è davvero necessario scrivere come abbiamo sempre fatto.

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