L’io virile delle Goldberg

La più grande differenza tra la concezione armonica di Bach e quella dei suoi contemporanei, fra i quali si annoverano Händel, Telemann e Vivaldi) è che in questi la soddisfazione della struttura musicale è arrivare ad una conclusione, mentre per Bach vi è un’oscillazione continua, una visione non terminale ma radiale dell’armonia. Ciò che importa a Bach, conclude Glenn Gould rispondendo a un intervistatore, è «la gioiosa essenza dell’Essere».

Questa visione radiale costituisce, sempre secondo Gould, l’unicità delle Variazioni Goldberg , rispetto alla normale scrittura delle Variazioni (l’esempio classico sono le Variazioni sull’Eroica di Beethoven).

Stamattina, ho riletto l’articolo di Gould Le Variazioni Goldberg, contenuto ne L’ala del turbine intelligente, una raccolta di scritti di critica musicale e riflessioni sull’arte, che considero uno dei libri di estetica più interessanti del Novecento. È interessante, innanzitutto, che in Gould si ponga l’esigenza di quella che Edgar Morin ha definito la decima epistemologica: ogni persona, nell’ambito della sua professione, secondo il sociologo francese, dovrebbe riservare la decima parte del suo lavoro alla riflessione epistemologica su quello che fa, sull’essenza e il metodo della sua disciplina. Glenn Gould, ha affiancato a sua attività pianistica a quella “epistemologica”, attraverso libri, trasmissioni radiofoniche, articoli. Trovo interessante che abbia sentito l’esigenza di mettere per iscritto la sua idea delle Goldberg, dato che delle Variazioni egli ne è stato uno dei massimi interpreti.

L’analisi di Gould parte dalla constatazione della «sconcertante incongruenza fra la grandiosità delle variazioni e la modestia della sarabanda che ne forma lo spunto». Vi sono rami lussureggianti dell’albero genealogico dell’aria, che vanno smarriti e si trovano, invece, elementi che non erano compresi nella radice che fioriscono.  «Da un’aria per variazioni siamo usi esigere almeno uno dei seguenti requisiti: un tema con una curva melodica che invochi letteralmente l’abbellimento, oppure una base armonica che, ridotta allo stato fondamentale, appaia gravida di promesse e atta ad uno sfruttamento intensivo». Nessuna delle due cose accade nelle Goldberg, nelle quali la piccola aria rimane curiosamente autonoma, come se cercasse di «evitare qualsiasi atteggiamento genitoriale, di ostentare una placida indifferenza per la sua progenie».

La prima variazione manifesta proprio questa noncuranza, in quanto esplode in modo improvviso, contrariamente a quanto ci aspetta delle variazioni introduttive, «le quali manifestano di solito una fanciullescadocilità verso il tema che le precede imitandone l’andamento e conducendosi con la modesta consapevolezza della propria funzione attuale ma con un deciso ottimismo quanto alle prospettive future».

Nella seocnda variazione, continua Gould, viene subito fuori la fisioniomia delle Goldberg, ossia il miscuglio di mite compostezza e piglio autorevole, quello che lui definisce efficacemente «l’io virile delle Variazioni Goldberg».

Ma la filosofia di Bach è racchiusa nell’aria finale, la conclusione del grande ciclo che non è un semplice gesto di commiato ma «adombra un’idea di perpetuità che rivela la natura essenzialmente incorporea delle Variazioni Goldberg e simboleggia il loro rifiuto di quell’impulso generativo». Alla fine si comprende, quindi, che l’Aria non prepara a nulla, perché nulla genera nulla, ma la gioiosa essenza dell’Essere è nel ritorno, nella ripetizione, nel Tutto che già contiene le parti e a cui, quindi, nulla può aggiungersi. Non vi è una teleologia, ma , e qui uso io un termine che Gould non usa, un emanazionismo. Le Goldberg sono una circonferenza, la musica senza inizio né fine che è – e qui Gould usa la citazione di Baudelaire che darà il titolo al libro – «mollement balancés sur l’aile du tourbillon intelligent».

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