Le cose che restano

Editore: NN

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 240

Data di pubblicazione: 12/05/2016

Traduttore: Gioia Guerzoni

 

 

 

La scrittura della Offill ha un incanto, questo è innegabile. Ha colpito ancora. La magia dei suoi rimandi, di una prosa spezzata, intervallata da spiegazioni di manuali ornitologici o libri dei misteri, citazioni da testi scientifici, crea una sorta di ipnosi. Rispetto a Sembrava una felicità, l’ipnosi è resa più forte dallo sguardo di una bambina. Il lettore, in effetti, sente il mondo come Grace, ne legge i segni, ne comprende – o spesso – non ne comprende i simboli. Il pregio più grande del libro è la capacità che ha l’io narrante di fagocitarti nel suo mondo, azzerando la distanza tra chi racconta e chi ascolta. Noi siamo dentro Grace, secondo quel modulo sintattico coinvolgente che avevo già sperimentato leggendo Sembrava una felicità.
Vi era – in realtà l’imperfetto vale solo per l’Italia, perché Le cose che restano è stato scritto successivamente –  qualcosa di più frizzante,  in Sembrava una felicità, qualcosa di più marcatamente sperimentale nel linguaggio e nella dissoluzione dello stesso concetto di “io”.

Qui, l’io c’è ancora tutto, tanto da tracciare una sorta di Bildungsroman poco ortodosso,che a tratti, nonostante  il linguaggio incantato, mi ha prodotto un poco di noia, soprattutto nella parte centrale. Vi sono state pagine in cui mi sono domandata: “E la storia? La storia dov’è?”.
Ma quando il testo va avanti, nella fuga di madre e ragazzina, nella paura/angoscia/amore/bisogno di fiducia di Grace, la storia riparte, ti prende. Il perturbante ti coglie perché la Offill non pronuncia mai un aggettivo che qualificherebbe la madre di Grace e sembra un rispetto, per la bambina, un oblio. L’ho amato questo fatto.

La Offill merita di essere letta e riletta. Se ci sarà un terzo libro, io sarò ancora una lettrice.

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