Addio, vi lascio il meglio di me

 

Addio, vi lascio il meglio di me.                                                            

                                                            Albertine

 

Così si conclude la lettera che Albertine lascia a Marcel, quando va via. Questa frase è una entrata in scena, direi ulteriore  considerando l’omnipervasità della voce narrannte, dell’Autore modello. Qui non parla il Marcel protagonista della Recherche, ma il Marcel Proust che scrive,tesse la ragnatela di simboli e rimandi in cui incastrare il lettore. Qui sta dando al suo lettore, che se è arrivato a questo punto evidentemente merita un premio, un aiuto, una grande traccia. Il meglio di Albertine non è quello che abbiamo conosciuto finora. Del resto, ammettiamolo: quale proustiano ha mai capito perché Albertine fosse più affascinante di Andreè o di Gilberte, cosa avesse di così eccezionale da farla diventare l’ossessione di Marcel ? E, soprattutto, cosa avesse di così speciale da chiedere a noi lettori di tollerare le pedanti descrizione del suo collo, dei suoi capelli, dele sue braccia?

Ebbene: vi lascio il meglio di me. Il meglio di Albertine è nella sua assenza, in cui il narratore può fare ciò che in realtà ardeva da sempre di fare: ricostruire la realtà, annientare a carnalità della donna per farla diventare segno. Se la Albertine presente è insignificante e anche misera, rispetto alla debordante interiorità del suo amante, l’Albertine scomparsa è la figura femminile più riuscita della letteratura (questo è un mio parere, si intende).

Una figura femminile?

No, è l’immaginario femminile dell’uomo. SI potrebbe obbiettare che Albrtine fosse Agostinelli, l’uomo amato da Proust; ma personalmente ho poca simpatia per una critica letteraria che si serve della vita per spiegare l’opera. Albertine è una donna, ma a Proust non interessa affatto raccontarci la sua essenza di donna, ma i tremiti, le fantasie, e perversioni morbose che la donna suscita nell’antro della psiche maschile. Questo è Albertine. E questo è il meglio che lei ci lascia.

«E tutt’a un tratto mi dissi che la vera Gilberte, la vera Albertine, erano forse quelle che al primo istante si erano concesse nel loro sguardo, l’una davanti alla siepe di rosespine, l’altra sulla spiaggia. Ed ero stato io che, per non averlo saputo capire, per averlo ripreso solo più tardi nella mia memoria, dopo un intervallo durante il quale tutta una distanza di sentimenti aveva fatto temere loro di essere sincere come la prima volta, avevo sciupato tutto con la mia inettitudine». La vera GIlberte e la vera Albertine sono nel primo istante, nel momento in cui lo sguardo dell’uomo nota la loro alterità. Da quel momento, quello sguardo colmerà la distanza fra sé e la donna di proiezioni, desideri e poi il mostro più deformante di realtà: la gelosia, la malattia di Marcel.

«Al piacere carnale, in quel momento, non ci pensavo nemmeno; non vedevo nemmeno, davanti al mio pensiero, l’immagine di quell’Albertine che pure era la causa d’un tale sconvolgimento del mio essere, non scorgevo il suo corpo, e se avessi voluto isolare l’idea che era legata (…) alla mia sofferenza, questa sarebbe stata alternativamente, da un lato il dubbio sullo stato d’animo in cui se n’era andata, con o senza intenzione di tornare, dall’altro il mezzo per riportarla indietro. Forse c’è un simbolo e una verità nello spazio infimo riservato nella nostra ansia a olei che ne è la causa. Il fatto è che la sua stessa persona non c’entra che per poco».

Questa è la verità , il meglio di me, che Albertine lascia all’Autore: la rivelazione di ciò che lui aveva in fondo sempre saputo: che l’amore è solo apparentemente un rapporto di due persone. In realtà l’altra persona non c’entra che per poco, e adesso che quel poco di non-io presente nella relazione, si è tolto davanti, l’Autore può portare a compimento il suo percorso di fagocitazione del mondo esterno.

 

Annunci

6 Comments

      1. Quali persone? Io intendevo che un rapporto a due, secondo Proust, diventa un rapporto di un monologo interiore, in cui l’innamorato vive solo delle proprie proiezioni, del fantasma dell’amato, pi che dell’amato vero e proprio.

      2. Appunto, la provocazione del monologo consente alla pluralità dei referenti di non divergere, l’icona dell’amante e il simulacro dell’amato corrispondono, sono responsabili della medesima istanza, la commisurazione, ragion per cui l’altro non può essere che il terzo escluso.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...