Bufalino e l’ammutinamento contro la vita

Bufalino insegnò per tutta la vita a Vittoria, proprio dove insegno io. Trascorse una vita da insegnante e pubblicò la sua prima opera a 61 anni, dopo averne negato per decenni l’esistenza. “È stata come una forma di ammutinamento contro la vita: io mi consideravo sulla terra una specie di prigioniero politico e mi rifiutavo di parlare”.

Dal rifugio nel “buco nero” come lui chiamava Comiso, ne viene fuori, conservata nel silenzio, una prosa “iperscritta”,  nella quale il suono sopraffà il senso, « mentre dall’altro il senso aspira volentieri all’eroico e al sublime». Il Bufalino lettore dichiarava di sopportare poco le pagine che non erano almeno un poco febbrili e per stato febbricitante della parola lui intendeva lo sforzo di non arrendersi al silenzio, davanti al mistero insondabile del Tutto, usare febbrilmente parole e suoni, figure retoriche, perché  «i tropi mi servono per agghindare la vita contro le tentazioni della morte».

È proprio la morte, come riconobbe Sciascia leggendo Diceria dell’untore, il cuore pulsante di Bufalino e della letteratura siciliana, la meditazione sul mistero ultimo che, nel testo di Bufalino, si trova avvinghiata al tema dell’amore e della guarigione.

Bufalino dichiarava che Sicilia e morte sono uniti dalla contrapposizione fra luce e lut; i una terra inondata costantemente da luce, la morte è uno scandalo, una trasgressione alla forza della vita.

La morte è una fiaba, dice Bufalino.

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