Lepre o anatra?

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Wittgenstein era un attento lettore di psicologia – Wundt, Köhler, James – e rimase colpito dalla raffigurazione della lepre-anatra, ossia quella figura ambigua, nella quale le orecchie della lepre possono essere il becco dell’anatra, e la testa di quest’ultima il muso della lepre. Vi sono persone che immediatamente vedono una lepre, altre che vedono l’anatra, sebbene tutte e due gli animali siano sempre davanti ai nostri occhi. Ciò che entusiasmò Wittgenstein é il passaggio da una visione all’altra: quando accade che io che vedevo un’anatra, scorgo una lepre? Cosa succede al mio sguardo[1]?

È una sorta di illuminazione, che mi consente di vedere ciò che era già da sempre visibile, eppure nascosto. «Qual è l’importanza filosofica di questo fenomeno? È davvero tanto più strana delle esperienze visuali quotidiane? Questo fenomeno getta una luce inaspettata su di esse? – Nella descrizione di esso, raggiungono il culmine i problemi riguardanti il concetto del vedere»[2].

Wittgenstein modifica l’idea del vedere: «Dov’è la somiglianza tra il vedere aspetti e il pensiero? Nel fatto che questo vedere non ha le conseguenze del percepire; nel fatto che in questo esso è simile al rappresentare»[3].

Vedere non è percepire. Noi percepiamo immediatamente tutte le linee ed i tratti della figura, ma li vediamo differentemente, ciò accade perché « ‘vedere un aspetto’ e ‘farsi una rappresentazione’ sono concetti affini»[4]. Il vedere dipende dalla volontà, così come le rappresentazioni[5], non è un atto involontario come la percezione.

Ecco perché la filosofia può modificare il vedere ed il rappresentare.

Ma, come dicevo, è il momento del mutamento d’aspetto quello che ha affascinato maggiormente Wittgenstein: «L’espressione del mutamento dell’aspetto è l’espressione di una nuova percezione e al tempo stesso l’espressione della percezione che è rimasta immutata»[6].

È l’esperienza lampante che ciò che sta sotto i nostri occhi è paradossalmente ciò che ci è nascosto. Il mutamento della filosofia è come un mutamento di sguardo, è il saltare agli occhi di fenomeni che tutta la filosofia occidentale ha obliato nonostante la loro evidenza.

Ma, il vedere un aspetto – così come scorgere una somiglianza di famiglia – non è una teoria, ma un’esperienza. Proprio perché non è nulla di teorico, non si può fissare in una ricetta o in una formula: «L’aspetto si illumina soltanto, non si fissa. E questa dev’essere un’osservazione di carattere concettuale, non psicologico. L’espressione del vedere l’aspetto è l’espressione della nuova percezione»[7].

L’illuminarsi di un aspetto[8] è una sorta di “epifania”, nella quale la vecchia e la nuova percezione convivono ( «Noi non avevamo notato qualcosa e lo notiamo ora; in questo non c’è nulla di paradossale. Noi non vogliamo dire: il vecchio aspetto è svanito, – c’è qualcosa di nuovo; e nondimeno c’è interamente il vecchio»[9]).

L’illuminarsi dell’aspetto è insieme un’esperienza visiva ed un’esperienza del pensiero: «Io credo che si potrebbe anche dire così: al cambiamento dell’aspetto è essenziale lo stupore. E stupirsi è pensare»[10].

In quanto esperienza del pensiero, l’illuminarsi dell’aspetto, indica un approccio con la realtà assai diverso dalla specularità del Tractatus. L’osservatore non è più, come nel Tractatus, l’occhio invisibile che copia il reale, ma diviene colui che attivamente – tramite la volontà – coglie i vari aspetti del reale: «Che cosa si chiama ‘osservare’? Questo, all’incirca: disporsi nello stato più favorevole per percepire determinate impressioni con l’intenzione, per esempio di descriverle»[11].

[1] Per un approfondimento della tematica del “vedere” in Wittgenstein si cfr. P. Bozzi, Vedere come. Commenti ai paragrafi 1-29 delle «Osservazioni filosofiche» di Wittgenstein, Guerini e Associati, Milano 1998.

[2] L. Wittgenstein, Ultimi scritti sulla filosofia della psicologia, tr. di B. Agnese, Laterza, Roma-Bari 1998, §172.

[3] Ivi, § 177.

[4] L. Wittgenstein, Osservazioni sulla filosofia della psicologia, a cura di R. De Monticelli, Adelphi, Milano 1990, pag. 466.

[5] Cfr. L. Wittgenstein, Ultimi scritti sulla filosofia della psicologia, cit., § 452.

[6] Ivi, § 494.

[7] Ivi, § 518.

[8]Cfr. Ivi, § 429-430, 433, 436-438, 480, 492, 495, 520, 564, 565.

[9] Ivi, § 520.

[10] Ivi, § 565.

[11] Ivi, pag. 165.

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3 Comments

  1. L’anatra resterebbe ancora anatra se la lepre svanisse?
    Figura e sfondo si alternano, ora un’immagine prevale, ora l’altra…a volte abbiamo bisogno della guida di altri occhi per vedere la lepre nell’anatra. A volte abbiamo bisogno di altri occhi per vedere i difetti dell’amato…poi diventa impossibile ignorarli

  2. Vero…
    perdonami l’associazione bislacca; sono passato dal leggere uno dei tuoi post su Pirandello, riguardo la costruzione dell’uomo, a questo e mi è venuta l’idea che, in assenza di eventi traumatici che cancellino la lavagna cerebrale, l’apprendimento organico non consente l’ignoranza come scelta volontaria. La stessa costruzione non è una scelta ma la conseguenza di tante piccole “illuminazioni”. A volte ci sembra di poter scegliere come quando siamo in viaggio, lontani o anonimi, e ci ritroviamo “vergini”, ma poi l’anatra sbuca da un cespuglio…

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