Just a gigolo

Risultati immagini per just a gigolo andrea

22 volte nulla.

Sono ventidue i capitoli del romanzo di Andrea D’Urso e tutti finiscono con questa parola, nulla, che non solo funge da commiato ma che dona anche una musicalità al testo. Ventidue capitoli, dicevo, ognuno con un nome di donna, di cosa o di città. In effetti, il titolo scelto dall’autore per questo romanzo d’esordio era proprio Nomi, cose, città che – dopo aver letto il romanzo – mi convince  di più di quello scelto dalla casa editrice e/o.

Nomi, cose, città, infatti, manifestava subito il carattere frammentario, in cui le cose spesso si succedono come elencazione, attraverso un processo enumerativo che non porta avanti la trama secondo un’idea di sviluppo. In realtà i ventidue capitoli potrebbero essere ventidue racconti, sebbene una linea – non di sviluppo, ma quasi di anamnesi – percorra la narrazione delle vicende di Pino, un inetto dei nostri tempi che, dopo avere accantonato i sogni di gloria della letteratura, decide di fare il gigolo, raggiungendo più facilmente l’agiatezza economica.

Il titolo Just a gigolo, così come la sinossi nella retrocopertina, strizzano l’occhio ad un pubblico interessato al voyeurismo, a prestazioni erotiche o a dettagli pruriginosi, e con questo non rendono un buon servizio al romanzo di D’Urso (e peraltro deludono gli eventuali affezionati di Mr. Grey). Il romanzo segue invece in modo freddo e lucido la discesa in un orizzonte nichilistico di Pino (non perdono all’autore il nome completo Pino Silvestre) che, a detta di D’Urso, è liberamente ispirato all’Arturo Bandini di John Fante.

In realtà, io ho trovato il protagonista di Just a gigolo ben più autentico di Bandini, anch’egli scrittore mancato ma senza la retorica del maudit e una scrittura caricaturalmente espressiva. Pino è essenzialmente un feroce sguardo, su se stesso e sulle donne che lo prenotano, e mi piace l’assenza di condanna o l’abbandono di qualsiasi vocazione moralistica, lasciando spesso spazio ad una empatia, che non riesce però mai a trovare lo slancio per trasformarsi in amore.

«Sono uno di loro, passeggio per il corso, guardo le vetrine, salgo e scendo le scale mobili, sono tentato di comprare un libro, un disco, un paio di scarpe, una tisana, ma poi ci ripenso. È una vita che ci ripenso, senza pensare nulla».

È un viaggio al termine della notte, in fondo, quello di Pino, che raccoglie i frammenti di esistenze smarrite, senza ideali, sconfitte dalla vita. Le guarda, le registra, le elenca, senza cedere alla tentazione di spiegarle. Laddove cede alla giustificazione è nella ricostruzione dell’infanzia del protagonista: genitori che litigano, padre manesco, madre con problemi psicologici, sorella tossicodipendente. In questo ho rintracciato la volontà di D’Urso di “salvare” il suo personaggio, di spiegarci i motivi di questa sua caduta nel nulla, che però a mio avviso rende un poco di maniera questa ricostruzione familiare.

Cosa è molto riuscito invece? Il fatto che il romanzo offra apparentemente un movimento continuo (Ibiza, Venezia, Tokyo, Genova) ma che in realtà ci dimostri che ci sia sempre una stasi. Al movimento fisico del protagonista corrisponde un medesimo arrovellarsi ad ogni latitudine, un movimento orizzontale che non declina qualsiasi vocazione di Bildungsroman. Il romanzo di D’Urso riesce così a restare in perfetto equilibrio tra il rapido susseguirsi di nuovi scenari e personaggi e il ristagno in un io che narra solamente se stesso, attraverso la fredda cronaca di ciò che gli passa davanti. La scrittura riesce a tenere in pugno l’ironia, che si respira, e a non scadere mai nel farsesco o nell’espressivismo diaristico. Vi è un buon controllo dello stile e un’asciuttezza  che risulta sempre elegante.

Questa e altre caratteristiche hanno portato il romanzo ad essere finalista al Premio Calvino 2013 e hanno lasciato alla sottoscritta lettrice la curiosità di confrontarsi con un’altra prova autoriale di Andrea D’Urso.

Annunci

7 Comments

  1. Bello tu ci regali la recensione di un esordiente, o almeno esordiente per me che non lo conoscevo. Bello anche che tu scelga il giorno dedicato all’Amore per segnalarci questo libro. Lo annoto nella mia lista “da leggere” che aumenta di uno ogni volta che passo di qui. 🙂

      1. “(Come avrete notato, mi sono stancato di raccontare al passato, sembrano tutti morti al passato, o come se non ci fossero più, invece ci sono tutti, fuori e dentro di me, tranne mia madre e Marisa, la prima donna di cui ho scritto, che stanno solo dentro).” Un simpatico uso della “voce narrante”, dello scrittore che interloquisce con il lettore sulla forma e spiega qui al lettore perché abbia cambiato il tempo verbale. Scrittura accattivante, lo leggerò. 🙂

      2. Amazon mi regala le prime pagine da leggere prima dell’acquisto e queste praticamente coincidono con la prima storia (Marisa) per intero e parte della seconda (Nizza). Questa che ti ho citato mi ha richiamato alla mente le tue analisi sull’uso del “io narrante”. That’s all 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...