Causalità, determinismo e indeterminismo nel pensiero di Schrödinger

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«Il pensiero scientifico aspira alla causalità, è anzi la stessa cosa che il pensiero causale, e la meta finale di ogni scienza deve essere condurre fino alle sue ultime conseguenze il punto di vista causale»[1]. Questa era la netta, incontrovertibile e mai mutata posizione di Max Planck sul concetto di causa, fondata sull’idea che «l’ipotesi rigidamente determinista di una causalità senza eccezioni forma il presupposto e la condizione preliminare della conoscenza scientifica»[2]. Analogamente, Albert Einstein non smise mai di cercare per via furiosamente speculativa la spiegazione causale del reale, minacciando di fare il ciabattino o il biscazziere piuttosto che accettare la libertà dei movimenti delle particelle[3]. Posizioni forti, benché reazionarie.

Si può vanamente percorrere in lungo e largo l’opera di Schrödinger alla ricerca di una professione tanto chiara e netta di una posizione determinista o di quella opposta. Il fisico austriaco, mi sia concessa una battuta, presenta una Weltanschauung “ondulatoria”, al pari di quella funzione che gli fece guadagnare il Nobel. Solo nel 1935, dopo la stroncatura che Einstein aveva fatto della Meccanica Quantistica (o quantomeno delle sue pretese di completezza) nel cosiddetto «EPR», Schrödinger dichiarerà le sue perplessità sulla medesima nell’articolo La situazione attuale nella meccanica quantistica, ammettendo di aver preso coraggio dall’articolo a sei mani di Einstein, Podolsky e Rosen: «La comparsa di questo lavoro ha fornito lo stimolo per questa mia – come dovrei chiamarla? – relazione o confessione generale?»[4].

Ma anche l’articolo del ’35, contenente il celebre esperimento ipotetico del gatto, non propone una posizione nitida e manifesta il consueto «imbarazzato distacco»[5] che Schrödinger tenne nei sulle questione capitali della fisica del Novecento (ossia causalità, determinismo e indeterminismo).

In questo egli appare un perfetto figlio della sua Vienna, in quel malinconico rimpianto per un cosmo ordinato, di cui tuttavia se ne conosce l’illusorietà e il definitivo tramonto. Come Boltzmann e il primo Wittgenstein, anche Schrödinger ci appare una sorta di paradossale profeta, con lo sguardo rivolto all’indietro: sospeso tra l’annuncio di un mondo nuovo e l’ultimo disperato tentativo (non era forse questo la meccanica ondulatoria?) di salvaguardare l’antico.

Nei saggi più giovanili – ci riferiamo a quello del 1922 Che cos’è una legge naturale e a quello del 1931 L’indeterminismo in fisica – egli appare decisamente più rivoluzionario e incline a considerare la legge naturale «nient’altro che una regolarità accertata con sufficiente sicurezza nello svolgimento d’un fenomeno»[6]. Dai concatenamenti regolari osservati, per astrazione, nasce il «concetto di collegabilità generale e necessaria dei fenomeni»[7] e pian piano il concetto di causalità da osservazione empirica di talune regolarità diviene un postulato al di là di quanto dà l’esperienza. Nel saggio Scienza e ambiente del 1932,  egli asseriva con convinzione che «sperimentalmente non si potrà mai stabilire se la causalità sia “valida” o “non valida” in natura. La relazione di dipendenza tra causa ed effetto non è, come ha già riconosciuto Hume, qualche cosa che esiste in natura; essa concerne invece la forma delle nostre riflessioni sulla natura. Noi siamo perfettamente liberi di mantenere o di modificare questa forma, secondo il nostro comodo, cioè secondo che la descrizione della natura risulti nel suo complesso più o meno semplice. Questa libertà non l’abbiamo una sola volta; essa si rinnova anzi tutti i giorni: abbiamo addirittura la libertà di ritornare a una forma di pensiero già abbandonata, se vi siamo spinti dalla scoperta di nuovi fatti o di nuove idee»[8]. Il concetto di causa, quindi, è una forma del pensiero molto agile e malleabile, non vincolata ad una fissità né metodologica né tantomeno ontologica, anche perché essa non espelle mai del tutto  la funzione e la rilevanza del caso nello svolgimento regolare dei fenomeni. Accanto al riconoscimento del caso – ed era lo stesso Fall con cui Wittgenstein aveva aperto il suo Tractatus (Die Welt ist alles was der Fall ist) – Schrödinger pone l’accento sul carattere statistico che il concetto di causa, in modo sempre più dirompente nella fisica di fine Ottocento e inizio Novecento, ha assunto. Del resto il prototipo delle leggi statistiche, egli osserva, è proprio la legge di entropia, cioè quel secondo principio della termodinamica che ha definitivamente messo in crisi l’immagine classica della Natura e che, come abbiamo visto, ha tragicamente posto fine alla vita stessa di colui che lo ha teorizzato.

Ben oltre Planck che, pur distinguendo fra leggi dinamiche (strettamente causali) e leggi statistiche (probabili), reputava la cifra essenziale dell’evoluzione della fisica la riduzione progressiva delle seconde alle prime[9], Schrödinger ammette la necessità di svincolare il concetto di probabilità da quello di necessità, certo che la breccia aperta da un’interpretazione statistica della prevedibilità di un fenomeno  non può essere ricondotta «alla fede generalmente diffusa nella determinatezza causale»[10]. La consuetudine millenaria di pensare causalmente, prosegue Schrödinger, «ci fa apparire un processo indeterminato, un accidente primario, assoluto, come una perfetta assurdità, come una cosa logicamente priva di senso»[11]. Tale via “priva di senso” era, secondo Schrödinger, una via da percorrere, una via  diversa dal «dogma della causalità»[12]. Tale via conduceva, inevitabilmente, a L’indeterminismo in fisica, questo è il titolo del saggio del 1931. Come ha notato Gembillo[13], la posizione di Schrödinger rispetto al principio di causalità e rispetto all’indeterminismo manifesta una sostanziale differenza: «riguardo al concetto di causalità egli non incontrava eccessive difficoltà: avendolo precedentemente posto sul piano empirico-metodologico poteva affermare con sufficiente chiarezza che la sua utilizzazione  era una questione di opportunità, legata alle circostanze  e alle contingenze del momento. Molto più imbarazzante gli si presentava invece il problema del determinismo, che era collegato alla scelta di quella che doveva essere considerata la “struttura oggettiva” del reale e non poteva quindi essere relegato al livello di mera scelta metodologica». Schrödinger iniziava il saggio del ’31 ricordando che «il determinismo assoluto è stato per così dire il dogma fondamentale della fisica classica. L’esempio più trasparente, che orientò l’opinione degli studiosi in tal senso, fu la meccanica classica: dato un sistema di punti materiali, date le loro masse, posizioni e velocità in un istante iniziale e le leggi dinamiche della loro azione reciproca, il loro moto può essere calcolato in anticipo per ogni tempo futuro»[14]. In realtà tutto il determinismo, agli occhi di Schrödinger, si basava sull’interpolazione, vero e proprio artificio che non è il risultato d’un’osservazione quantitativa immediata[15]. Il concetto di interpolazione non è sempre legittimo perché si basa sull’esistenza del continuo, o quantomeno su una traiettoria postulata continua. Ciò è decisamente impossibile nel caso del movimento d’un elettrone all’interno di un atomo. Che Schrödinger, comunque, non raccolga con entusiasmo questo dato incontrovertibile, si comprende dalla chiusa del  saggio: «Questa è la via sulla quale, pur senza volerlo, ci ha condotti la fisica dei nostri giorni»[16]. Come dire che egli non mette la testa sotto la sabbia, ma non raccoglie la sfida in modo esaltante. Il suo è quell’atto di rassegnazione, che Planck si rifiutava di compiere: «non c’è per ora nessun motivo di compiere quest’atto di rassegnazione. È infatti sempre possibile di vedere la causa dell’impossibilità di dare una risposta determinata non nella natura  della teoria, ma nell’impostazione del problema»[17]. Non solo la posizione di Planck appare di retroguardia al giovane Schrödinger, ma egli si dice quasi stupito che i fisici non abbiano preso atto che da Boltzmann in poi  non solo poche leggi hanno carattere statistico, ma la maggioranza delle leggi. Il suo stupore nasce dal fatto che «non s’è detto già quaranta o cinquant’anni fa che la fisica moderna (di allora) si vedeva costretta ad allontanarsi dalla causalità o dal determinismo?[18]». La sua risposta è che solo con Heisenberg si dà il passaggio da un indeterminismo “pratico” (attribuito cioè a limiti tecnici) ad un determinismo teorico (cioè non aggirabile). Vedremo nel prossimo paragrafo le posizioni successive di Schrödinger sul principio di indeterminazione, quelle del ’31  non erano ostili, in quanto egli non reputava l’indeterminismo quale fattore degenerante della fisica, o ancor peggio ad un fattore che invaliderebbe la stessa possibilità di fare scienza. Addirittura, egli definisce un pregiudizio filosofico la preferenza per il determinismo.

Accanto a tale posizione ‘aperta’ per un modo altro di fare fisica, ciò che mi preme sottolineare nel giovane Schrödinger, è la sua posizione riguardo la completezza delle teorie fisiche. Anche qui si registra un cambio di prospettiva. Mentre nel saggio già citato del ’35 egli, facendo eco ad Einstein, considerava l’incompletezza della descrizione quantistica del reale un neo della nuova visione del mondo, solo tre anni prima, si era espresso in modo totalmente diverso. Questo punto ci consente di cogliere un altro tratto della “buona austriacità” di Schrödinger, ossia della Stimmung cittadina che il suo pensiero risente. Nel saggio Scienza e ambiente, in cui machianamente si interroga sul peso che l’ambiente socio-culturale ha sull’elaborazione delle teorie scientifiche, Schrödinger passa in rassegna i caratteri precipui della cultura a lui contemporanea, che si riverberano nel modo di fare scienza. Uno di questo caratteri è la lotta al  superfluo, è la fine dell’horror vacui tanto in ambito estetico che in ambito epistemologico: «nella cultura materiale influenzata dall’arte, si procura di fabbricare case, mobili, oggetti d’arredamento utensili d’ogni specie, tenendo conto solo della loro destinazione e della loro utilità pratica; che si lascia via tutto il superfluo, tutto l’accessorio, che potrebbe forse essere d’impaccio nell’uso, ogni ornamento ingiustificato; nella convinzione che ciò possa essere fatto senza rinunciare all’estetica, che anzi la forma veramente adatta allo scopo possa dare ben presto l’impressione della vera bellezza. Non si temono più le grandi superfici vuote sui mobili, sulle pareti delle stanze e le facciate delle case; si trova ridicolo e antiestetico se arabeschi e fregi, pomelli, filettature e spirali, o una dozzina di figure disparate sulla stessa parete, tentano di porre rimedio all’agorofobia altre volte comune di fronte alle superfici lisce.

Qualche cosa di simile corrisponde nella fisica a tutto ciò. È la tendenza a dare alla nostra immagine fisica del mondo una forma tale da contenere il più possibile i fatti veramente osservati, il meno possibile qualche altra cosa, e meno che mai accessori arbitrari. Con ciò si formano nella fisica, come sui mobili e sulle pareti,  “superfici vuote”. Non le temiamo più, non cerchiamo, come qualche volta in passato, di coprirle di arabeschi. Noi desideriamo che l’immagine della natura non dica nulla sulle cose che, per definizione, non possono essere osservate. Troviamo che ciò è preferibile agli enunciati arbitrari, non verificabili, anche se per caso non confutabili, destinati solo a soddisfare la nostra “agorafobia”»[19]. Sebbene non citata, giganteggia la riflessione di Loos sul carattere ‘delittuoso’ dell’ornamento, sulla necessità di non colmare i vuoti con inutili orpelli, in modo da occultare la funzionalità delle cose. La declinazione fatta da Schrödinger di questa esigenza  “purificatrice” della messa in forma del reale (sia esso inteso come stile architettonico o teoria scientifica) lo porta a considerare non necessariamente perseguibile la completezza di una teoria. Questo è un altro dei punti ‘abiurati’ nella fase successiva del suo percorso. Nel 1932, però, egli scriveva: «Il passo decisivo per superare il dilemma è costituito dal presupposto che certi concetti si devono semplicemente scartare, lasciando vuoto il posto che occupavano, e ciò in contrasto con la necessità che si sentiva in passato di non ammettere lacune»[20]. La teoria della relatività, ad esempio, ha lasciato degli spazio vuoti nell’immagine del reale rispetto alla descrizione newtoniani; questi spazi vuoti sono i concetti soppressi di moto assoluto e di contemporaneità assoluta, tali lacune hanno provocato smarrimento  e  horror vacui nella cultura non solo specialistica del ‘900, ma non bisogna colmarle con supposizioni, postulati, credenze. Bisogna lasciarle così  come sono, come buchi neri di insensatezza che, è questo è il lato più interessante, non minano comunque la razionalità della teoria complessiva.  In una lettera a Bertotti, Schrödinger si oppone strenuamente alla velleità di “completare” i dati dell’esperienza: «Ci sono dei puristi che insistono che a una teoria si deve richiedere soltanto l’accordo con l’esperienza. Se osi richiedere di più loro brandiranno contro di te le più terribili armi, sarai tagliato a pezzetti e fatto a polpette con l’appoggio delle autorità più rispettabili; e questo solo perché, con l’esigere dalla loro teoria questo e quello, hai tacitamente e superficialmente concesso che essi hanno una teoria. È caratteristica primaria della scienza genuina l’accettare un vuoto di conoscenza piuttosto che riempirlo con qualsiasi spazzatura o con una pseudo teoria per paura di lasciarlo aperto»[21].

Anche il secondo punto peculiare della scienza, nell’analisi fatta da Schrödinger, ci riporta a quel laboratorio di distruzione dell’umanità[22] che era la Vienna tardo-asburgica, quello che il fisico definisce “bisogno di demolizione e tendenza alla libertà”. Schrödinger registra come tipicità dello Zeitgeist del proprio tempo l’insorgere in ogni campo della cultura umana di dubbi «più seri che in passato, sulla giustezza e bontà delle credenze e opinioni che si avevano finora, dei metodi seguiti fino ad oggi»[23]. Questi dubbi non appartengono allo scetticismo che più volte nel corso della storia si è presentato sotto maschere diverse, né appartiene solo alla schiera di novarum rerum cupidi, ma è un dubbio che colpisce anche uomini seri e competenti. Il dubbio, prosegue Schrödinger, ha assunto la veste di un secco rifiuto ad accettare ad occhi chiusi l’autorità. Il discorso, come abbiamo notato nel primo capitolo, ha tanto una valenza politica quanto scientifica. Accanto all’Imperatore politico, avevano perso il proprio trono anche Kant, Euclide, Newton.

Anche la pervasività della statistica nella cultura a lui contemporanea – basta ricordare l’incipit de L’uomo senza qualità  – è  germinata dall’irruzione della statistica nella fisica e riflette la rinuncia alla conoscenza del particolare: «la saggia rinuncia alla conoscenza del dettaglio, insegnataci dalla statistica, porta con sé una trasformazione radicale di tutto il conoscibile»[24].

La statistica comportò, come già osservato, un depotenziamento della causalità e accanto ad essa, è perfino un residuo di animismo che non ha mai abbandonato il rapporto causa-effetto. Schrödinger fa tesoro delle analisi di Ernst Mach, sebbene anche nei confronti di quest’ultimo egli manifesta una posizione non netta. Nel saggio Come la scienza rappresenta il mondo del 1947, Schrödinger analizza molti dei lasciti importanti da Mach dati alla fisica del ‘900: l’idea di animismo, dicevamo, ma anche la scienza quale adattamento alla realtà, e da ultimo il positivismo. Su questo punto la posizione di Schrödinger inizia a distanziarsi, e come vedremo la questione ha affinità tangibili con la problematica del determinismo. Sebbene il positivismo di Mach sorga come salutare reazione contro una scienza “metafisica” ingannevole, l’idea apparentemente inoppugnabile di attenerci alle descrizioni del percepito nega il postulato dell’intelligibilità, da Schrödinger messo a fondamento dell’idea di scienza. Togliere significato a qualsiasi spiegazione che vada al di là delle semplici descrizioni (quanto di “austriaco” vi era in questa esigenza di purificazione!) è agli occhi di Schrödinger nocivo, poiché nega il progresso della conoscenza e sbarra il bisogno stesso di comprensione del reale. «Procedendo sulla via della conoscenza dobbiamo, sì lasciarci guidare dalla mano invisibile della metafisica, tesa a noi come da un muro di nebbia, ma sempre restando all’erta, mai dimenticando che la sua presa quieta e amorosa potrebbe ben sviarci verso un abisso. Oppure, con un’altra metafora, dell’armata della conoscenza la metafisica è la punta, l’estremo avamposto nel territorio nemico e nell’ignoto: un’avanguardia indispensabile, ma, tutti sanno, esposta a grandi pericoli. La metafisica non appartiene cioè all’edificio della conoscenza: è piuttosto il ponteggio di cui non si può assolutamente fare a meno, volendo proseguire la costruzione»[25]. Queste ed altre riflessioni di Schrödinger palesano l’intreccio indissolubile, nella sua opera, di fisica e filosofia; un intreccio e non una saltuaria scorribanda : «a differenza di quanto è possibile verificare in riferimento ad altri autori, nei quali le incursioni nel terreno filosofico hanno il carattere di riflessioni letteralmente marginali, rispetto al predominante impegno scientifico, ovvero si costituiscono come generalizzazioni di assunti più o meno direttamente desunti dalla ricerca sperimentale  – in entrambi i casi, dunque, come riflessioni concettualmente subordinate, e talora anche temporalmente successive, al concreto esercizio della pratica scientifica -, in Schrödinger la filosofia assolve a un compito fondativo, né meramente ausiliario, né limitamento ancillare, nei confronti della scienza»[26].

Schrödinger sostiene, e credo che questa battaglia sia a lui peculiare ed estremamente importante del suo essere fisico e filosofo al tempo stesso, la necessità dei modelli per fare scienza. La parola Bild, qui tradotta modello, è di certo una parola assolutamente “viennese”, riconducibile in fisica a Hertz e in filosofia a Wittgenstein. L’ambiguità di tale parola è che in tedesco essa può rimandare sia ad universo semantico che noi traduciamo con immagine, sia, appunto, a modello. Lo slittamento di senso è chiaro[27]. Nel primo caso resiste la agognata adaequatio intellectus et rei, nel secondo caso siamo in un orizzonte decisamente costruttivista e convenzionalista. Mach asseriva che la scienza non rispecchiava il reale, ma ne traeva il succo, ne astraeva il necessario per vivere; in tale economizzazione vi rientrava tutta l’arbitrarietà e l’erroneità di taluni processi cognitivi. Hertz, invece, oscilla al pari di Boltzmann e di Schrödinger tra una declinazione rappresentazionale ed una costruttivista della Bild.

Schrödinger collega in modo vincolante il principio di intelligibilità a quello di modello, ossia alla necessità per la scienza di non limitarsi ad un empirismo che sfocia in miopia, ma di avvalersi di un’immagine (termine del resto onnipresente nella fisica del ‘900) che dia il senso e la struttura alla ricerca scientifica. L’urgente necessità, avvertita da tutti i fisici, di ricomporre un’immagine unitaria della realtà era la conseguenza della disintegrazione dell’uni-verso in pluri-verso, cioè in paradigmi plurimi di interpretazione dei fenomeni fisici. Ecco come Weizsäcker ricostruisce la distruzione di questa immagine unitaria: «Alcuni decenni fa, la fisica possedeva un’immagine organica del mondo. Questa immagine offriva un quadro, nel quale si collocavano tutti i fenomeni fisici conosciuti. In quanto modello di un’immagine fisica del mondo, essa esercitava un’influenza decisiva su tutte le altre scienze. I suoi effetti si estendevano fino alle grandi questioni della concezione del mondo e contribuivano a formare la fisionomia spirituale dell’epoca. Oggi questa immagine del mondo non esiste più. Essa fu distrutta nello stesso tempo dall’interno e dall’esterno. La stessa fisica ha fatto scoperte, che non trovavano più posto in essa»[28].

La professione di fede empirista, agli occhi di Schrödinger, non ci consente di formulare una nuova immagine del mondo: «Si pensi al sentimento d’ansia e desolazione, di vacuità e angustia che certo ha provato chi ha pienamente compreso la definizione di Kirchoff e Mach del compito della fisica (e delle scienze naturali in generale): una descrizione quanto più possibile completa e quanto più possibile economica dei fatti: un sentimento di vuoto che è impossibile padroneggiare, nonostante che questa definizione, sul piano della razionalità teorica, sia approvata nel modo più deciso e perfino con entusiasmo. In realtà, in tutta lealtà e sincerità quell’unico scopo non basterebbe a tenere in vita la ricerca scientifica in un qualsiasi campo e a stimolarne il progresso. Se eliminiamo la metafisica, arte e scienza si riducono a miseri oggetti senz’anima, incapaci d’ogni evoluzione ulteriore. E, tuttavia, la metafisica è superata e minata nelle sue fondamenta»[29]. Mach, basandosi sul principio epistemologico dell’osservabilità, aveva respinto le rappresentazioni atomistiche e molecolari, di questo Schrödinger gliene fa un biasimo[30], polemizzando poi direttamente con i cosiddetti neomachiani: «Ci viene oggi detto, con riferimento esplicito a Mach, che non ci  dobbiamo aspettare dalla nostra scienza niente di più che quelle profezie ripetute fino alla nausea. Finiamola con l’utilità delle immagini. […] Pretendere immagini intuitive, si dice, significa voler sapere come sia veramente costituita la natura. E ciò sarebbe metafisica – espressione considerata generalmente spregiativa nella fisica moderna»[31]. Il problema dell’intuibilità delle immagini scientifiche era uno dei punti dolenti della riflessione novecentesca dei fisici; la meccanica quantistica era accusata di non essere intuitiva, ossia distante dalla comprensibilità comune. Del resto, citiamo ancora Weizsäcker, «l’immagine fisica del mondo ha avuto sempre una tendenza alla non-intuitività. Questa tendenza deriva immediatamente dall’aspirazione della fisica all’unità dell’immagine del mondo. Noi non accettiamo i fenomeni nella loro varia ricchezza, ma li vogliamo spiegare, vogliamo cioè ricondurre un fatto a un altro. In questo, ciò che è intuibile viene spiegato spesso con ciò che non è intuibile, e in questa misura la teoria atomica, il cui concetto fondamentale designa già qualcosa che non può essere percepito sensibilmente, è già dapprincipio di carattere non –intuitivo»[32]. La necessità di spiegazione porta necessariamente al superamento della concezione intuitiva-descrittiva della scienza, quale era quella di Ernst Mach e dei neomachiani. Tra questi, Schrödinger annovera anche Heisenberg, il cui principio di indeterminazione mette fine non solo al primo dei due principi fondamentali della scienza, quello di intelligibilità, ma anche al secondo, quello di oggettivazione, ossia l’esistenza di una realtà «formalmente libera dal soggetto»[33]. L’idea di scienza – ovviamente nella declinazione che Schrödinger ne dà – non fallisce in itinere per riscontrati limiti con il principio di indeterminazione, ma a priori «in modo da non essere costruibile in nessun caso». Mi occuperò specificamente nel paragrafo successivo delle idee di Schrödinger sul principio di Heisenberg, qui sottolineo solo che a vent’anni di distanza dalla sua formulazione, il fisico austriaco ancora  si esprimeva così: «Questa possibilità non è forse da escludere. Ma io non la ritengo probabile. Per il momento mi sembra che il tumulto iconoclastico sia da ascriversi unicamente al fatto che non si è finora riusciti a riunire l’immagine corpuscolare a quella ondulatoria»[34]. Egli era ancora convinto che il “danno” fosse riparabile. Dopo il ’27 egli si mise sulle difensive, atteggiamento che, secondo Weizsäcker, era già stato peculiare di molti fisici all’indomani della teoria della relatività e che non è lecito prendere alla leggera o non comprendere; chi prende alla leggera, anzi, la resistenza che fisici quali Schrödinger, Planck, Einstein, opposero alle conseguenze della meccanica quantistica «mostra solo che  probabilmente egli non ha ancora capito quanto sia profonda la rottura col precedente programma della fisica»[35].  Il vero problema, come mostra con acume Weizsäcker, non è tanto che cadono le vecchie vedute, ma che al loro posto non suberntra nulla di nuovo, cioè nulla che abbia una criterio altrettanto forte di intelligibilità.

La fisica Novecentesca ha mostrato in modo inconfutabile, per Schrödinger, che « ogni forma di metafisica deve necessariamente scomparire una volta per tutte, si è rivelata irrealizzabile proprio nell’ambito  cui essa originariamente  si riferiva, quello della conoscenza; proprio in questa sfera la metafisica ci è guida indispensabile e, credendo di poterne fare a meno, finiamo per lo più col rimpiazzare le antiche, nobili illusioni metafisiche con credenze altrettanto erronee ma di gran lunga più ingenue e meschine»[36].

Nel saggio del ’47, Schrödinger va oltre le posizioni degli anni ’30, perché considera l’immagine non più come una costruzione ausiliaria, un espediente permesso ma uno scopo della fisica. In questa immagine è ovviamente da includere il principio di causa, che egli chiama in modo più neutrale “collegamento” o “nesso”, e che egli sa – e da buon conoscitore della storia della filosofia non può che saperlo – che non è ascrivibile all’osservazione dei fenomeni: «Nella fisica come nella storia il nesso sarebbe interamente distrutto, se ci credessimo obbligati da scrupoli di verità ad omettere tutto ciò che non è garantito da un giudizio immediato dei sensi o che deve poter essere sottoposto a dimostrazione; oppure se ci sentissimo obbligati a formulare tutti gli enunciati in modo che possa essere percepito immediatamente dai nostri sensi ciò che essi esprimono»[37]. Il cuore del principio di causalità, Schrödinger mostra bene di saperlo e lo dice con chiarezza, non è descrittivo ma normativo: non possiamo limitarci a descrivere, secondo l’idea di Mach, che un evento A è stato seguito da un evento B. La scienza non è una «nuda cronaca dei fatti; non si tratta di raccontare: prima è successo questo, poi quello; si tratta invece di asserire: sempre, quando succede questo succede poi anche quello»[38]. È necessario mantenere questa immagine del mondo? Schrödinger tentenna, arzigogola, cita il Tao ed Eraclito, dà mostra non solo delle sue conoscenze ma anche del suo travaglio di fisico e ancor prima di uomo, ma il punto su cui non vuole cedere è l’identificazione dell’intelligibilità della natura con il principio di causalità e con il determinismo: «L’intelligibilità dell’immagine non permette di prescindere dalla necessità che ogni fase che si svolge nel tempo e nello spazio sia determinata dalla precedente. Con ciò non c’è posto per un intervento fisico della coscienza che imprima una direzione agli avvenimenti; e così ci urtiamo contro l’antinomia del determinismo e del libero arbitrio, che in questa forma è insolubile»[39]. In modo molto stimolante, Schrödinger legge la fisica quantistica quale tentativo di dare soluzione a questa antinomia insolubile. Questo saggio, così denso, così erudito, così controverso potrebbe almeno concludersi con questa presa di posizione, sebbene discutibile. Invece no. Schrödinger sfida nuovamente la volontà del lettore di definirlo, nel paragrafo La maschera della morte rossa. Non è facile mettere insieme il principio di oggettivazione e la critica all’empirismo; viene da chiedersi o si immagina la scienza quale “oggettiva registrazione dei fatti” oppure quale costruzione soggettiva. Ma insomma, Schrödinger, da che parte stai?

«Ci troviamo dunque nella curiosa situazione che mentre tutto il materiale per un’immagine del mondo ci è fornito dai sensi, quali organi della mente (dello spirito), mentre la stessa immagine del mondo è e resta per ognuno di noi una costruzione del nostro spirito ed è altrimenti priva di esistenza dimostrabile, lo spirito stesso rimane nella immagine un intruso, non vi trova alcun posto»[40].  Mi piace metterlo in dialogo con uno dei suoi illustri contemporanei: «Ove, nel mondo,  vedere un soggetto metafisico? Tu dici che qui sia proprio come nel caso dell’occhio e del campo visivo. Ma l’occhio, in realtà, tu non lo vedi. E nulla nel campo visivo fa concludere che esso sia visto da un occhio»[41]. Wittgenstein si dibatteva analogamente tra realismo e solipsismo. La conclusione di Schrödinger è sorprendentemente vicina a quel “real-idealismo” di Wittgenstein: «Invero si può dire in pochissime parole quale sia la causa per cui non s’incontra mai, nell’immagine del mondo, il nostro io senziente e pensante: perché esso stesso è quest’immagine del mondo. Esso è identico col tutto e perciò non vi può essere contenuto come parte. E tuttavia: Questi io coscienti sembrano essere molti, di mondi invece non ce n’è che uno»[42]. Wittgenstein aveva concluso che pensati radicalmente idealismo e realismo coincidevano, in Schrödinger vi è un passo in più perché egli non si chiude nel solipsismo «il mondo è il mio mondo» ma si pone il problema di quello che definisce il Koinón, cioè l’idea che «il criterio della realtà è unicamente il fatto dell’ “essere comune”. In base a questo costruiamo il mondo esterno reale. Tutte le sfere di coscienza vengono in parte a sovrapporsi: non in senso assolutamente proprio (ciò è impossibile), ma in base a reazione dei corpi e comunicazioni che abbiamo imparato a interpretare osservandoci reciprocamente. Le parti coincidenti delle singole coscienze formano il mondo comune a tutti»[43]. Questo punto mi appare molto più “progressista” del concetto di realtà rivendicato ancora da Einstein, impantanato in un realismo a tratti ingenuo.

Di fatto, se il concetto di realtà quale Koinón preserva, agli occhi di Schrödinger , tanto la comprensibilità della natura quanto l’oggettivazione che rende possibile la scienza, questi due punti vengono meno nella fisica di Heisenberg. «Il fatto in se stesso non è catastrofico. – continua l’ambiguità di Schrödinger – Ho detto già prima che io non considero i miei due principi (quello dell’intelleggibilità e quello dell’oggettivazione) come impegnativi della scienza, ma che essi esprimono semplicemente ciò cui ci eravamo attenuti nella scienza fisica per molti, molti secoli, e non poteva facilmente essere cambiato. Personalmente io non mi sento sicuro che le nostre cognizioni attuali richiedano per ora questo cambiamento»[44].

L’impressione è che Schrödinger prenda tempo, nell’attesa (forse colma di speranza) che qualcosa possa invertire il cammino che la fisica ha intrapreso.

[1] M. Planck, La conoscenza del mondo fisico, tr. di E. Persico e A. Gamba, Bollati Boringhieri, Torino 1993, p. 148.

[2] Ivi, p. 145.

[3] Mi riferisco ovviamente alla celeberrima lettera a Max Born, p. 12.

[4] L’articolo di Schrödinger è Die gegenwärtige Situation in der Quantenmechanik, edita nella rivista «Die Naturwissenschaften», November, Dezember, Januar 1935; la traduzione è mia. Per quanto riguarda l’«EPR», cfr. A. Einstein – B. Podolsky – N. Rosen, La descrizione quantica della realtà può essere considerate completa?, in Opere scelte, a cura di E. Bellone, Bollati Boringhieri, Torino 1988, p. 374.

[5] Sono parole di G. Gembillo, Da Einstein a Mandelbrot, cit., p. 169.

[6] E. Schrödinger, Che cos’è una legge naturale?, in L’immagine del mondo, tr. A. Verson, Boringhieri, Torino 1987, p.12.

[7] Ibidem.

[8] Ivi, p. 54.

[9] Si cfr. M. Planck, La conoscenza del mondo fisico, cit., pp. 79 e segg. Dopo aver riconosciuto che «la teoria e l’esperienza ci costringono dunque a distinguere fondamentalmente, in fisica, fra necessità e probabilità, ed a chiederci, in presenza di ogni fenomeno che ci paia regolato da determinate leggi, se si tratta di leggi dinamiche o statistiche» (p. 89), Planck  biasima i fisici che ammettono solo la probabilità a fondamento delle leggi fisiche: «Non ci sarebbero più in natura leggi dinamiche, ma solo leggi statistiche: il concetto di necessità assoluta verrebbe eliminato dalla fisica. Ma questo modo di vedere si appalesa per un  miope e fatale errore anche se non si tien conto del fatto che tutti i processi reversibili, senza eccezione, sono regolati da leggi dinamiche che non c’è nessun motivo di lasciar cadere» e ancora «La fisica non può infatti fare a meno della premessa che esistano leggi assolute, come non può farne a meno qualunque altra scienza della natura o dello spirito, e le stesse conclusioni della statistica, di cui stiamo parlando, non avrebbero senza di quelle alcuna base». Su questi temi ho a lungo discusso con Giuseppe Gembillo e la lettura del suo testo Il determinismo in Planck e Einstein, in corso di stampa,  è stato preziosissimo per il mio lavoro.

[10] E. Schrödinger, Che cos’è una legge naturale?, cit., p. 16.

[11] Ibidem.

[12] Ivi, p. 19.

[13] G. Gembillo, Da Einstein a Mandelbrot, cit., p. 169.

[14] E. Schrödinger, L’indeterminismo in fisica, in L’immagine del mondo, cit., p.21.

[15] Cfr. Ivi, p. 33.

[16] Ivi, p. 36.

[17] M. Planck, La conoscenza del mondo fisico, cit., p. 228.

[18] E. Schrödinger, L’indeterminismo in fisica, in L’immagine del mondo, cit., p. 28.

[19] E. Schrödinger, Scienza e ambiente, in L’immagine del mondo, cit., pp. 49-50.

[20] Ivi, p. 52.

[21] B. Bertotti, L’opera ultima di Schrödinger, in B. Bertotti- U. Curi (a cura di), Erwin Schrödinger scienziato e filosofo, cit., p. 138.

[22] La frase è di Karl Kraus.

[23] E. Schrödinger, Scienza e ambiente, in L’immagine del mondo, cit., pp. 49-50.

[24] Ivi, p. 62.

[25] E. Schrödinger, Alla ricerca di una via (autunno 1925), in La mia visione del mondo, tr. di B. Bertotti, Garzanti, Milano 1987, p. 20.

[26] U. Curi, in B. Bertotti-U.Curi (a cura di), Erwin Schrödinger scienziato e filosofo, Il Poligrafo, Padova 1994, p. 15.

[27]Cfr. A. Janik e S. Toulmin, La grande Vienna, cit., cap. 5.  Su questo punto mi permetto di rinviare a D. Donato, I percorsi di Wittgenstein, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006, I cap.

[28] C. F. von Weizsäcker, L’immagine fisica del mondo, a cura di D. Campanale, Fratelli Fabbri Editore, Milano 1967, pp. 59-60.

[29] E. Schrödinger, Alla ricerca di una via (autunno 1925), in La mia visione del mondo, tr. di B. Bertotti, Garzanti, Milano 1987, p. 19.

[30] Cfr. E. Schrödinger, Come la scienza rappresenta il mondo, in L’immagine del mondo, cit., pp. 132-133.

[31] Ibidem.

[32] C. F. von Weizsäcker, L’immagine fisica del mondo, cit., p. 75.

[33] E. Schrödinger, Come la scienza rappresenta il mondo, cit.,  pp. 133-134.

[34] Ivi, p. 134.

[35] C. F. von Weizsäcker, L’immagine fisica del mondo, cit., p. 78.

[36] Ivi, p. 22.

[37] E. Schrödinger, Come la scienza rappresenta il mondo, cit.,  pp. 133-134.

[38] Ivi, p. 135.

[39] Ivi, p. 154.

[40] Ivi, p. 155.

[41] L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, cit., 5.633.

[42] E. Schrödinger, Come la scienza rappresenta il mondo, cit., p. 157.

[43] Ivi, p. 147.

[44] Ivi, p. 158.

 

 

tratto da . DOnato, I fisici della Grande Vienna, Le Lettere, Firenze .

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