L’io narrante

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«Piaccia o no, posso scrivere solo quello che visto e sentito – non quello che ho perduto. La mia non è tanto un’ammissione di fallimento quanto una dichiarazione di metodo, un’affermazione di principio. Se non vidi la luna, vuol dire che non c’era».

 

(Paul Auster, Il libro delle illusioni).

Sposiamo la dichiarazione di metodo di Paul Auster e utilizziamo il punto di vista per ordinare il materiale del racconto: esiste solo quello che l’io vede, sente, narra. Scelta che può essere narcisistica, esistenziale, psicologica, autobiografica a seconda della fabula prescelta.

«C’è il cielo. C’è l’acqua, ci sono le radici. C’è la religione, c’è la materia, c’è la casa. Ci sono le api, ci sono le magnolie, gli animali, il fuoco. C’è la città, c’è la temperatura dell’aria che cambia nel respiro. C’è la luce, ci sono i corpi, gli organi, il pane. Ci sono gli anni, le molecole, c’è il sangue; e ci sono i cani, le stelle, i rampicanti.

E c’è la sete. I nomi.

Ci sono i nomi.

Ci sono io».

Giorgio Vasta ne Il tempo materiale sembra utilizzare uno zoom, che dal grande (il cielo), dall’astratto (i nomi) ci porta all’io, il microcosmo che si prenderà la bega di guardare e descrivere quel cielo, quell’acqua e quella città.

«Il cespuglio è diventato azzurro punteggiato da riflessi gialli. Lo osservo, mi guardo le braccia nude. Mi chino e annuso il midollo vegetale, il succo della pianta, sfiorando con la fronte la superficie delle foglie. Mi inginocchio e penetro col braccio: le dita toccano aculei sottili, embrioni di rami che hanno in cima bottoncini di siero. Non trovo niente, continuo a esplorare. Nella parte inferiore sento qualcosa di filamentoso e ruvido, qualcosa che non è parte del cespuglio, che contiene del secco e del bagnato. Faccio scivolare le dita sotto, estraggo e mi rialzo in piedi. È un nido».

La descrizione di questo nido, avviene dall’interno, dalle sensazioni che l’io registra. Se scegliamo l’io narrante dobbiamo sapere che perdiamo la panoramica (Quel ramo del lago di Como) e il grandangolo, ma conquistiamo l’odore delle cose, il tatto. Conquistiamo anche una sonda che ci consente di entrare nel sottosuolo dell’anima che narra:

«A casa, in primo luogo, più che tutto leggevo. Avevo voglia di soffocare con sensazioni esteriori tutto ciò che ribolliva incessantemente dentro di me. E fra le sensazioni esteriori rientrava nelle mie possibilità soltanto la lettura. La lettura, naturalmente, mi aiutava molto: mi agitava, mi dilettava e mi tormentava. Ma di tempo in tempo mi veniva tremendamente a noia. Avevo pur sempre voglia di muovermi, e tutt’a un tratto mi affondavo in un’oscura, sotterranea, disgustosa, non dico depravazione, ma depravazionucola. Quelle passionucole in me erano acute, cocenti, per via della mia perpetua morbosa irritabilità. Avevo degli slanci isterici, con lacrime e convulsioni. Oltre la lettura, non avevo dove andare, cioè non c’era nulla che allora io potessi rispettare nel mio ambiente e verso di cui mi sentissi attratto. Per di più, mi ribolliva dentro la malinconia; mi veniva un’isterica sete di contraddizioni, di contrasti, così mi buttavo alla depravazione»

(F. Dostoevskij, Memorie del sottosuolo).

Siamo dentro un corpo, con molta più forza di quanto lo eravamo con una terza persona focalizzata internamente. Il punto di vista esterno attuava una sorta di comportamentismo (esiste solo ciò che il soggetto fa) l’io narrante sceglie piuttosto la psicoanalisi: anamnesi, lapsus, atti mancati.

Io sono il dottore di cui in questa novella si parla talvolta con parole poco lusinghiere. Chi di psico-analisi s’intende, sa dove piazzare l’antipatia che il paziente mi dedica.

Nella storia letteraria dell’io narrante, siamo in un momento topico: Italo Svevo, ne La coscienza di Zeno, lo duplica, creando una cornice che non funziona come quella manzoniana – l’Autore A rende veritiero ciò che l’Autore B ha registrato nel manoscritto – ma in modo del tutto rovesciato: l’Io Narrante A (il dottore) ci informa che quanto scrive l’Io narrante B (il paziente) potrebbe essere frutto di omissioni o invenzioni. L’Io Narrante non è mai la Verità, ma una visione parziale dei fatti; se scegliamo di utilizzarlo, dobbiamo essere consapevoli che stiamo sposando un approccio relativista. L’io narrante non solo si può sdoppiare prevedendo tanti io narranti (ad esempio Una casa alla fine del mondo di Michael Cunningham) ma è già di sua natura sdoppiata, perché è agente e narrante, vive e si guarda vivere:

La parte superiore del corpo si china a guardare e giudicare l’altra parte e la trova deforme. Ne sente ribrezzo e questo si chiama rimorso» (La coscienza di Zeno).

Non tutti gli Io narranti sono mentitori, però. Solitamente li romanzi autobiografici utilizzano proprio questo punto di vista. La parola Memorie da Dostoevskij in poi, è associata al personaggio con la penna in mano. Altri due esempi: Memorie di una ragazza per bene di Simone de Beauvoir e Care memorie di Marguerite Yourcenar.

Questi due romanzi iniziano in modo praticamente identico:

«Sono nata il 9 gennaio 1908, alle quattro del mattino, in una stanza dai mobili laccati in bianco, che dava sul boulevard Raspail» (de Beauvoir)

«L’essere che chiamo “io” venne al mondo un certo lunedì 8 giugno 1903, verso le otto del mattino a Bruxelles» (Yourcenar).

Ma le due scrittrici utilizzano il punto X della nascita in modo differente. Nel primo caso, si tratta di una’autobiografia classica, che ripercorre gli eventi della protagonista; nel secondo, invece, è un viaggio a ritroso, che non si occupa della vita dell’io  narrante, ma di quella della sua famiglia, risalendo fino al XVI secolo. Un invito a non rendere claustrofobici i confini dell’io narrante.

(originariamente pubblicato in scrivo.me)

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