A cosa servono i romanzi? Risponde Ilaria Milandri.

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A viaggiare? D’istinto risponderei così.
Ritengo un testo sempre e comunque un pretesto e, dunque, la storia che l’
autore sceglie di raccontarmi è una delle tante di cui poteva servirsi per
dirmi di qualcosa che per venire alla luce ha bisogno di una forma. Il disegno
è sempre funzionale al contenuto profondo di quel che viene narrato. E’ da
questo presupposto che grazie al romanzo inizia il mio viaggio, anzi viaggi, il
primo dei quali è di certo quello interiore, che conducono uno all’altro o si
contengono in una specie di gioco a scatole cinesi. Un romanzo, con i suoi
diversi piani di lettura assolve più funzioni e a questi si devono aggiungere i
punti di vista del lettore. Anche ne ha più d’uno. E’ così, ogni storia, si
moltiplica esponenzialmente attraverso la lettura trasformando la stessa
materia originale, condivisa e condivisibile, in una diversa e singolarissima
esperienza, emotiva e razionale personale. La magia del romanzo sta, infatti,
nel riuscire a parlare una lingua universale che, assurdo da dire, non è quella
delle parole. Queste, infatti, sono il mezzo, il tramite che da voce al mondo
anaerobico di ognuno e che è silenzioso. Ho fatto studi artistici e vivo, da
sempre, le espressioni creative da entrambe le posizioni: di chi produce e di
chi fruisce. Eppure, per quanto le due condizioni, del fare e del beneficiare,
siano diverse, sono unite da un minimo comune denominatore: lo svelamento di se
stessi. Anche la modalità con cui avvengono questi squadernamenti, sebbene
profondamente diverse, conducono ai medesimi risultati. Scrivo per scoprire
quel che so e come la penso e leggo per la stessa ragione.
Un romanzo è, i primis, un nostro ritratto interiore, una radiografia
dettagliata delle nostre fibre e dei nostri organi. Un romanzo è qualunque cosa
riesca a mostrami a me stessa, ed è tanto più “riuscito” quanto più quel che
leggo, per quanto distante da me, mi consente di ritrovarmici perchè comunque
parla di me.
La potenza della narrazione sta nella capacità di portare a galla quelle parti
di noi altrimenti insondabili, irraggiungibili, se non impensabili. La riuscita
di un romanzo sta, oltre quello che offre nel palese racconto di una vicenda,
nella sua forza evocatrice e induttiva, negli spazi che ci spalanca e che noi,
a volte nemmeno volontariamente, riempiano di noi stessi. Un libro è la
possibilità di confrontarsi non solo con il proprio sapere, ma con il proprio
sentire, il proprio credere e, insieme, la propria incredulità. Un romanzo è un’
occasione per rendersi conto di quali siano le nostre vere opinioni, a volte
inimmaginabili, addirittura inaccettabili. Un romanzo è l’intima, privatissima,
pudica, condizione di un faccia a faccia con i nostri fantasmi, le nostre
certezze, paure, dubbi, convinzioni. È un “tra me e me” che resta tale e mi
permette di dirmi cose a volte inconfessabili.
Non leggo per distrarmi, non leggo perché sono curiosa di conoscere altre
storie, non leggo per “evadere” o per staccarmi dalla mia realtà. Tutto l’
opposto. Leggo per comprendere meglio il mio qui ora o là ieri. Magari chissà
dove, domani.
Un romanzo è ingoiare, masticare, deglutire e digerire parole, quindi
concetti, idee, ipotesi, ragionamenti, sensazioni, emozioni, attraverso un
codice un condiviso, di per sé asettico, eppure, magicamente, pulsante,
vibrante, emozionante.
Un romanzo è cibo che si assorbe per osmosi: la pagina è la membrana che
separa e filtra la sostanza che il nostro commensale ci passa, in eterno.
Attraverso la cognizione sensitiva del suo fare da logica emotiva al nostro
sentire.
Un romanzo è una sostanza alchemica: trasmuta ed eleva segni e simboli in
qualcosa di intrinsecamente vitale.
E ancora.
Un romanzo è un’enciclopedia di domande.
Un romanzo è sempre uno specchio impietoso.
Un romanzo è sangue 0rh negativo, è una trasfusione, una traduzione, una
trasduzione.
Un romanzo è un ritratto sotto mentite spoglie.
Un romanzo siamo noi qualora abbiamo davvero voglia di sapere chi siamo.

 

 

MI PRESENTO: Sono nata e lavoro a Forlì. Ho fatto l’accademia di belle arti e poi mi sono laureata in psicologia, ma non ho mai abbandonato il mondo dell’arte.
Negli anni mi sono confrontata con più mezzi espressivi, partendo dalla pittura per arrivare alla fotografia e al teatro, proprio qui, a seguito di collaborazioni con registi, attori e musicisti ho iniziato a scrivere più “seriamente”, anche se un libro non avevo mai pensato di pubblicarlo. Il rapporto con la parola è però un rapporto datato: ho sempre accompagnato le mie mostre con testi scritti anche da me.
Il confronto con i diversi mondi creativi mi ha reso consapevole che non ero interessata tanto al mezzo con cui giungevo al messaggio finale, ma il messaggio finale, quel che volevo dire. Ecco perchè sono passata attraverso tanti campi artistici, cercavo la forma che più mi si addiceva per esprimermi che per me significa cercarmi, trovarmi, capirmi.
Per ora il mezzo che più mi corrisponde, che più mi permette questo indagare pare essere la parola, sto scrivendo il quinto romanzo, ma non posso giurare che mi fermerò qui.

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2 Comments

  1. Sono d’accordo: La lettura per me è sempre stata un mezzo per capire, allargare le mie vedute, conoscere il mondo e me stessa, interrogarmi, coltivare dubbi. Vedo però che per molti leggere significa sognare, evadere dalla realtà, coccolarsi. Da ciò capisco che i miei libri non sono destinati ad avere un grande successo…

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