A cosa servono i romanzi? parola a un blogger: Rodixidor.

I bambini in età pre-scolastica hanno gli “amici immaginari” con cui parlano, con cui giocano, con cui crescono, con cui insomma condividono i primissimi anni della loro vita. Non è una patologia psichica, se  chiedi ad un bambino dei suoi amici invisibili lui sa spiegarti che loro non sono “reali”, ma non sono nemmeno “irreali”, loro vivono una terza dimensione che non è vera ma neppure falsa, esiste solo per chi ci crede (come l’Isola che non c’è). Così loro sanno perfettamente che quei loro amici sono immaginari ma questo non significa che non esistono, i bambini hanno questo bellissimo dono di un’altra dimensione fantastica.. Poi crescendo lentamente questi amici diventano evanescenti e spariscono con la maturità rimanendo solo un ricordo. Ma questo “mondo parallelo” continua ad esistere nel mondo adulto grazie ai romanzi che prenderanno il posto degli “amici immaginari” dell’infanzia. e ci accompagneranno per tutta la vita. Ricordo una fitta di malinconia percepita quando ormai “grande” mi è capitato di ripensare a quella isola di Mompracem che da bambino ho cercato  sull’atlante per localizzare le gesta dei miei “Tigrotti” comandati dalla “Tigre della Malesia”, coraggioso ed intrepido quanto innamorato della “Perla di Labuam”. Tristezza perché sentivo che tutti questi personaggi non avevano più la consistenza che può dargli la mente di un bambino e rimanevano solo un ricordo di quel mondo abitato da bambino. seppure rimanevano abitanti di quel “mondo parallelo” che accompagna la vita di un qualsiasi lettore. Il romanzo non ci dona solo mondi fantastici ma spesso ci aiuta a comprendere la realtà storica che le loro storie raccontano.. Non avrei potuto interiorizzare i drammi, le aspirazioni, i dubbi, gli amori vissuti durante l’invasione napoleonica e la strenua resistenza a questa senza Tolstoj. Non avrei vissuto la lotta partigiana senza Fenoglio, la Rivoluzione Napoletana senza Striano, i dubbi esistenziali di una Italia da ricostruire senza Pavese. Io animalista convinto non avrei “sentito” la carne ed il sangue della corrida senza Hemingway. Potrei continuare a lungo con la mia lista di personaggi che in epoche diverse  mi hanno fatto vivere passioni, battaglie, viaggi, lutti e nascite di cui mi sono sentito partecipe attraverso la “finestra” aperta nelle pagine di un romanzo. La lista sarebbe interminabile ma voglio però ricordare il primo lutto vissuto da me come da milioni di altri lettori, con la stessa dolore  e lo stesso coinvolgimento che ho provato io perché  la morte di un bambino come noi: Lucignolo, seppur trasformato nella forma, morente tra le braccia dell’amico Pinocchio . Lo porteremo sempre con noi. 
Rodixidor è il mio nome, cioè il mio nick-name, il mio nome da blogger.
Cominciamo col dire che non sono uno scrittore. Riesco ancora a dichiararlo seppure quando si scrive su un blog è facile venire pervasi da quella pericolosa vanagloria tipica del mondo “virtuale” che ci fa sentire un novello Bukowski ma fortunatamente per me gli scrittori, quelli veri, continuano ad accompagnare la mia vita e quindi a ricordarmi la distanza tanto ampia e profonda che mi separa da loro.
 Non sono uomo di lettere, il mio titolo di studio è una laurea in ingegneria, e seppure lettore da sempre mi avvicino al mondo della scrittura per gioco sul mio primo blog su Splinder, piattaforma ormai dismessa. Fino ad allora mai avrei immaginato di poter far leggere a qualcuno i miei “esercizi di scrittura” ma questo è il miracolo del Web 2.0 che in tanti abbiamo sperimentato. Ho così scoperto che provarsi a mettere in fila parole, pensieri, allucinazioni o sogni è una attività certamente divertente, spesso gratificante, talvolta addirittura terapeutica. Così continuo da qualche anno sul mio blog  paracqua , il mio diario on-line a scrivere cose, incontrare gente (“Ecce Bombo”) insomma a comunicare con altri blogger come me solo per diletto, perché le cose belle si fanno per diletto. (come leggere).
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1 Comment

  1. ” Mi sto arrovellando su questi pensieri, quando Michele, un compagno di un anno più grande di me, mi porta un libro. È La luna e i falò, di Cesare Pavese.
    – L’ho letto per la maturità. Ti terrà compagnia, adesso
    che devi stare a centottanta gradi.
    – Grazie, Michele.
    – Ne ho altri due, di Pavese. Se ti piace, dimmelo che ti
    do anche quelli.
    – Okay.
    Comincio a leggere. Dopo la prima pagina leggo la seconda,
    dopo la seconda la terza, e così via. Non riesco più a
    smettere. Senza rendermene conto, attraverso una finestra
    spazio-temporale, odo il canto ritmato e sinistro dell’accetta
    del Valino su un tronco, l’acuto dei clarini della banda in
    marcia da un paese all’altro, il cricchiare cadenzato di stivali
    sul pietrisco, il clik clak dei fucili che vengono caricati
    simultaneamente, il tremito delle gambe dei repubblichini
    pallidi e grondanti di sudore di fronte a un plotone di esecuzione,
    voci di donne da un’aia all’altra, nitriti di cavalli,
    crepitii di fuochi accesi.
    Non esistono più le ore e i minuti, solo il febbrile scorrere
    delle pagine, e a volte torno bambino, a volte divento
    adulto, troppo adulto per gli anni che ho, e poi piango o
    rido e non so nemmeno perché, quindi corro a perdifiato
    su sentieri che mi pare di conoscere da sempre, e provo il
    desiderio di vedere il mare, come Anguilla, che sa che il
    mare è laggiù, oltre le colline, e che basterebbe il coraggio
    d’andar via, per raggiungerlo.
    L’ipnosi delle parole è così potente da farmi dimenticare
    tanto la donna che non posso avere, quanto il gesso che
    frantumerei con le mie mani pur di liberarmene. È già il
    tramonto, quando abbandono la lettura, tremante e mille
    volte più appagato di come mi sento dopo una di quelle
    Camel che fumo di nascosto.
    Solo adesso, a diciotto anni suonati, dopo tanti testi scolastici
    letti ma solo in superficie, capisco di aver sperimentato
    una delle più potenti droghe che l’essere umano ha a
    sua disposizione. Mai più starò, da questo momento, senza
    avere un libro che mi attende, la sera, sul comodino; mai
    più rinuncerò a questo trip che un libro, non uno qualsiasi,
    ma uno come questo, ti fa fare. ”

    L’albero genealogico della luna. Francesco Settin. Italic&Pequod, 2017, pp. 54 e 55

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