LA LETTERATURA DEL RISORGIMENTO  

 

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Nell’opera Pensiero e azione del Risorgimento, lo storico Luigi Salvatorelli inizia con la domanda, tutt’altro che ingenua, che cosa sia il Risorgimento e nello specifico cosa si debba intendere con quel prefisso Ri, che rimanda ad un qualcosa che c’è stata già, che ha cessato temporaneamente di esserci e che ritorna ad esserci. Uno Stato italiano non è mai esistito prima del 1861 e allora quel prefisso Ri deve necessariamente rimandare ad un’idea di Risorgimento che non può meramente datarsi dal 1848 al 1870. Se ciò è vero in  una riflessione storica, è ancor più vero in ambito letterario. Quando pensiamo alla letteratura del Risorgimento ci dobbiamo porre una domanda: dobbiamo datare questa letteratura nell’arco di tempo che va dai moti del ’20 e ’21 fino alla presa di Porta Pia oppure non si può prescindere dal fatto che la storia della letteratura, che è storia di una lingua, di uno spirito nazionale e forma spirituale prettamente idiomatica di un popolo, è intrisa dal suo nascere dall’anelito ad un Risorgimento? Salvatorelli contrappone queste due visioni parlando di una concezione materiale – quella che rimane ferramente vincolata alle date dei moti rivoluzionari – e di una concezione spirituale – quella che scorge in tutta la storia italiana l’anelito alla riunificazione e la cacciata dello straniero.

Probabilmente, nel tratteggiare il tema della letteratura del Risorgimento, occorre sintetizzare queste due posizioni. Vivificare quella meramente cronologica, che non terrebbe conto di modelli imprescindibili dei nostri letterati risorgimentali (quali Dante, Machiavelli ed Alfieri), ma utilizzare alcuni parametri che più che cronologici sono di mentalità, di  impostazione peculiare del problema Nazione, in modo da non inserire nel tema Letteratura risorgimentale, in modo indistinto e confuso, tutto ciò che va da Dante alla letteratura della Resistenza.

Ho quindi deciso di articolare il mio discorso in tre momenti:

  • un antefatto: che ripercorre velocemente le figure considerate dagli stessi autori ottocenteschi profeti del Risorgimento: Dante, Petrarca, Machiavelli e Alfieri.
  • la letteratura risorgimentale propriamente detta, su cui mi soffermerò maggior tempo: Foscolo, Manzoni, Leopardi e i minori.
  • la coscienza critica dell’unificazione: Carducci, Verga, De Roberto, Tomasi di Lampedusa (su quest’ultimo si vede quanto sarebbe errato attenersi ad un criterio meramente cronologico. Pur essendo edito nel 1953, Il gattopardo è a diritto un momento imprescindibile della riflessione sul Risorgimento).

 

 

ANTEFATTO

 

Nell’Ortis, Ugo Foscolo cita le parole di Dante che aveva fatto dell’esilio la testimonianza dell’irrinunciabile libertà del poeta: «Libertà va cercando, ch’è sì cara,/come sa chi per lei vita rifiuta». Nei Sepolcri, Dante viene denominato il “ghibellin fuggiasco” e viene considerato uno degli spiriti italici, le cui spoglie divengono luogo di raccoglimento e riconoscimento di unità spirituale di un popolo. Nel 1827, Foscolo scrisse il Commento all’Inferno, che verrà pubblicato postumo da Mazzini. Analogamente, Giacomo Leopardi nella canzone Ad Angelo Mai, richiama la memoria di Dante quale spirito energico, indomito, che ha lottato per l’idea di Italia.  Ciò a conferma del fatto che Dante è un punto ineludibile per chi voglia riflettere sul ruolo della letteratura nella formazione della coscienza politica nazionale. Dante è il primo poeta della letteratura italiana, ed è poeta nel senso pieno che i risorgimentali daranno di questo termine: non solo abile verseggiatore, dotato di sensibilità straordinaria e creatore di una nuova lingua, ma uomo universale, incarnazione della coscienza di un intero popolo e di un’intera epoca. Poeta nella dignità estrema che gli fa preferire la propria libertà e la propria coscienza a qualsiasi compromesso, in un intreccio indissolubile tra la vita e l’opera. Anzi, in Dante – come sarà anche in Alfieri e in Foscolo – la vita è già opera poetica. Per tutte queste ragioni, il ghibellin fuggiasco è uno dei fari a cui la letteratura risorgimentale guarda instancabilmente. In Dante si trovano tre temi che saranno a fondamento della poetica risorgimentale: l’esilio, la necessità di unificare l’Italia, la questione della lingua italiana. Il dolore per lo stato di indigenza e di crisi in cui si trova l’Italia trova memorabile espressione nel VI canto del Purgatorio, quando nell’incontro fra Virgilio e Sordello viene così compianta la sorte della nostra patria: «Ahi serva Italia, di dolore ostello,/nave senza nocchiero in gran tempesta,/non donna di province, ma bordello!».

Se Dante diviene il modello del poeta, come coscienza civile del tempo, è Francesco Petrarca con la Canzone all’Italia ad offrire il modello di oratoria politica, che verrà ripreso da  tantissimi letterati. In essa, viene espressa un’idea nuova, che avrà grande fortuna tanto nel Rinascimento quanto nel Risorgimento. Il primo a rifarsi a questa Canzone sarà Niccolò Machiavelli, che conclude il capitolo finale del Principe con la citazione petrarchesca: «Virtù contro a furore/prenderà l’arme; e fia el combatter corto:/ ché l’antico valore/nell’italici cor non è ancor morto». Machiavelli nel Principe (1513) pose alcuni dei temi politici che si mantennero inalterati anche nei secoli successivi: la frammentazione politica dell’Italia e la ricerca di una dinastia che potesse assumersi il ruolo di guida del processo di liberazione dagli stranieri e di riunificazioni. Questi temi si trovano esposti nel capitolo XXIV Per quale cagione li principi italiani hanno perso li Stati loro e nel capitolo finale Esortazione a pigliare l’Italia e liberarla dalle mani dei barbari. Egli è la coscienza lucida e critica dei motivi della «ruina d’Italia». Dal Petrarca egli raccoglie l’orgoglioso senso di appartenenza ad un glorioso passato, e ciò che Machiavelli rimprovera ai principi ed ai letterati è di dissipare il patrimonio civile ed intellettuale, la “virtù grande delle membra” costituito da secoli e secoli di vita civile e di cultura italiana.

Arrivando in prossimità all’età risorgimentale, incontriamo quello che è senza alcun dubbio il vero e riconosciuto padre della letteratura patriottica: Alfieri. A lui, considerato l’ultimo gigante degli spiriti italici, Leopardi si rivolge con questi toni commossi: «Vittorio mio, questa per te non era/età né suolo. Altri anni ed altro seggio conviene agli alti ingegni». In effetti, Alfieri, come riconobbe lo stesso Foscolo, rappresenta il predecessore della poetica risorgimentale: la sua personalità, già romantica per la sua inquietudine e per i suoi eccessi, e la sua esperienza culturale vissuta fra Rivoluzione Francese ed età napoleonica, ne fanno un punto fermo, una stella polare della generazione successiva. Pienamente risorgimentale appare la sua ferrea volontà di ripudiare il francese come lingua dotta – lui cresciuto alla corte piemontese, dove il francese era la lingua ufficiale e formatosi con le letture di Voltaire, Montesquieu, Rousseau – in favore di uno studio approfondito e appassionato della lingua italiana. Dal 1775 egli si immerge in quello che definirà un “vortice grammaticale” che lo porterà a tradurre in italiano i classici latini e greci e a stabilirsi in Toscana per acquisire una piena padronanza della lingua italiana. Che questa scelta per lui non sia stata meramente stilistica, lo dimostra il fatto che la sua “spiemontizzazione” passò dalla cessione di tutti i suoi beni, di tutti i suoi feudi per non essere più vassallo del re di Sardegna. In questi anni in cui andava compiendo queste difficili scelte, andava maturando i suoi due trattati Della tirannide e Del Principe e delle Lettere, in cui si affronta il problema della tirannia politica e il rapporto tra questa e l’esercizio della letteratura. Il suo trasferimento, alla fine del 1787 a Parigi – dove visse fino al 1792 – gli consentì di vivere in prima persona l’esperienza della Rivoluzione Francese, prima l’entusiasmo che si riflette nell’ode Parigi sbastigliato, poi il disgusto per il “mostruoso governo” popolare  dei giacobini. Alfieri, tuttavia, non è ancora un poeta risorgimentale perché egli non nutre speranze liberali ma espone sentimenti libertari; egli rifiuta il potere in quanto tale, ne accusa il carattere demonico, più che interrogarsi su come trasferire il potere da uno a molti. Ecco al definizione che egli dà di Tirannide: «Tirannide insistentemente appellare si debbe ogni qualunque governo in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle con sicurezza d’impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo». La lotta contro la tirannide, in Alfieri, non è quindi una lotta che può tradursi – come accadrà nel Risorgimennto – in moti popolari o in associazioni collettive, ma è una lotta solitaria senza quartiere e senza compromessi. È una lotta elitaria compiuta dal gesto eroico e solitario dell’uomo libero, che può tradursi nel suicidio (basti pensare alle figure di Catone o Seneca) o nel tirannicidio. A differenza del Machiavelli, quindi, Alfieri non ha fiducia in alcun Principe, né crede che le Lettere possano mettersi sotto l’ala protettiva di qualsivoglia principato. Lo scontro politico, l’anelito indomabile alla libertà sono i temi dominanti delle tragedie alfierane, soprattutto il Saul, il sovrano israeliano che si uccide per non cadere in mano ai vittoriosi Filistei. Alfieri è, usando le parole di Francesco De Sanctis «l’uomo nuovo che si pone in atto di sfida in mezzo ai contemporanei: statua gigantesca e solitaria, col dito minaccioso». Difatti, la posizione alfierana per la sua solitudine e tragicità si pone come radicalmente impolitica; per questi motivi egli va posto come preludio più che come coscienza risorgimentale.

 

2) LA LETTERATURA DEL RISORGIMENTO

 

La figura più prossima caratterialmente, ma anche per l’ambivalente rapporto con la Rivoluzione  Francese e col Bonaparte,  all’Alfieri è quella di Ugo Foscolo, che ci porta nel vivo della letteratura risorgimentale. Egli è realmente sintetizzabile nei suoi versi «lo spirto guerrier ch’entro mi rugge»; se Manzoni rappresenterà la riflessione storica e linguistica sul nostro paese, Foscolo è il fuoco dell’amor di patria. Questo fuoco inizialmente si accende per la figura di Napoleone Bonaparte. In ciò egli non manifesta un entusiasmo individuale, ma  si fa portavoce di un sogno, e poi di una delusione, generazionale. Nell’ode A Bonaparte liberatore, egli lo salutava con queste parole:

Ma s’affaccia l’Eroe; sieguonlo i prodi

repubblicano in fronte

Nome vantando con il sangue scritto;

[…]e la fortuna sfida

guerriero invitto, e tra le fiamme pugna

e vince; e Italia libertade grida.

 

Nella lettera di dedica che Foscolo premise, nel 1799, alla ristampa dell’ode A Bonaparte liberatore, scrisse: «Ed ora pur te la dedico non per lusingarti col suono delle tue gesta, ma per mostrarti col paragone la miseria di questa  Italia che giustamente aspetta restaurata la libertà di chi prima la fondò. […]Avrà il nostro secolo un Tacito, il quale commetterà la tua sentenza alla severa posterità». Foscolo, arrestato a diciotto anni per motivi politici e ancor prima per aver protestato contro la ghettizzazione degli ebrei a Venezia, a diciannove anni si arruolò nell’esercito di Bonaparte, nei cacciatori a cavallo della Repubblica Cispadana. Proprio in virtù di questa giovanile ed entusiastica adesione, spetterà a lui dolorosamente cantare la delusione di una generazione di patrioti all’indomani di Campoformio. Nel 1799 combattè contro gli Austro-russi e dalle pagine de “Il Monitore” avanzò l’idea dell’unità e dell’indipendenza d’Italia: «Questa temperanza di moltiplicar le repubbliche, manifestando il piano francese, può far conoscere altresì agli Italiani che la loro unione è temuta, e che da questa unione risulterebbe l’acquisto di un’influenza attiva nel sistema politico, il ritorno di quella dignità che piangiamo da secoli perduta». Attaccato ed osteggiato dal regime napoleonico, verrà perfino criticato dall’amico Vincenzo Monti, che gli aveva consigliato di anteporre all’Aiace una lode all’imperatore («il tuo studio deve essere di conservarti la grazia del principe», gli aveva detto). A Monti, Foscolo rispose: «Vi prego di considerare, mio caro Monti, che appunto alla costanza  d’ogni mia opinione ho sempre sacrificato e sacrifico le comodità della vita, la lusinga d’onori e persino la speranza di morire fra le braccia di parenti, d’amici e di cittadini. […] So che voi minacciate di scuotere la polvere dei miei Sepolcri. Monti mio, discenderemo tutti e due nel sepolcro; voi più lodato certamente, ed io forse più compianto: nel vostro epitaffio parlerà l’elogio, e sul mio, sono certo, si leggerà ch’io sono nato e cresciuto con molte tristi passioni, e ho servato pur sempre la mia penna incontaminata dalla menzogna». Foscolo, e ancor di più il suo alter ego Jacopo Ortis, offriranno un modello mai superato di patriota indomito, che si oppone tenacemente a quegli italiani che si accontentano di cambiare padrone, di scegliere il conquistatore più democratico: «Un’altra specie d’amatori d’Italia si quereli ad altissima voce a sua posta. Esclamano d’essere stati venduti e traditi: ma se si fossero armati, sarebbero stati vinti forse, non mai traditi; e se si fossero difesi sino all’ultimo sangue, né i vincitori avrebbero potuto venderli, né i vinti si sarebbero attentati di comprarli. Se non che moltissimi de’ nostri presumono che la libertà si possa comperare a danaro; presumono che le nazioni straniere vengano per amore dell’equità a trucidarsi scambievolmente su’ nostri campi onde liberare l’Italia. […] Non accuso la ragione di stato che vende, come branchi di pecore, le nazioni: così fu sempre, e così sarà: piango la patria mia,

                                

                                 che mi fu tolta, e ‘l modo ancor m’offende.

 

Nasce italiano, e soccorrerà un giorno alla patria” -; altri sel creda: io risposi e risponderò sempre: “La Natura lo ha creato tiranno: e il tiranno non guarda a patria; e non l’ha”»[1].

Nella lettera del 19 e 20 febbraio da Ventimiglia, Jacopo scrive:

«I tuoi confini, o Italia, son questi! Ma sono tutto dì sormontati d’ogni parte dalla pertinace avarizia delle nazioni. Ove sono dunque i tuoi figli? Nulla ti manca se non la forza della concordia. Allora io spenderei gloriosamente la mia vita infelice per te: ma che può fare il solo mio braccio e la mia nuda voce? – Ov’è l’antico terrore della tua gloria? Miseri! Noi andiamo ogni dì memorando la libertà e la gloria degli avi, le quali quanto più splendono tanto più scoprono  la nostra abbietta schiavitù». Jacopo Ortis è la trasposizione perfetta della dignità incorruttibile del Foscolo, il quale proprio perché era stato oppositore del regime napoleonico, ricevette offerte più che allettanti dal governo austriaco. Gli venne offerta la direzione di una rivista letteraria e per lui, che era stato escluso dai giornali napoleonici, fischiato nei teatri per il suo Aiace, in cui era palese l’allusione al “tiranno” Napoleone, sarebbe stata una rivincita. Eppure, Foscolo capì che agli austriaci non interessava la sua poesia, ma un documento ufficiale che sancisse che l’uomo libero, che Napoleone non era riuscito a piegare, si era chinato ai nuovi padroni. Si voleva fare di lui un mediatore fra i patrioti e il nuovo regime. La sera del 30 marzo 1815 Foscolo si recò, come di consueto, al teatro della Scala a Milano. Qui ebbe conferma che l’indomani sarebbe stato obbligatorio indossare la divisa austriaca e prestare giuramento agli Asburgo. Quella stessa notte lasciò l’Italia. Scrisse alla madre e alla sorella la seguente lettera: «L’onor mio e la mia coscienza mi vietano di dare un giuramento che il presente governo domanda per obbligarmi a servire nella milizia, della quale le mie occupazioni e l’età mie e i miei interessi m’hanno tolta ogni vocazione. Inoltre tradirei la nobiltà, incontaminata fino ad ora, del mio carattere col giurare cose che non potrei attenere, e con vendermi a qualunque governo. Io per me mi sono inteso di servire l’Italia, né, come scrittore, ho voluto parer partigiano di Tedeschi o Francesi, o di qualunque altra nazione: mio fratello fa il militare e dovendo professare quel mestiere ha fatto bene a giurare; ma io professo letteratura, che è arte liberalissima e indipendente, e quando è venale non val più nulla». Credo che queste parole finali riassumano il senso del compito civile della letteratura risorgimentale; come scrisse Carlo Cattaneo, Foscolo diede all’Italia una nuova istituzione: quella dell’esilio. Se questa scelta fu devastante per la vita dell’uomo – Foscolo perse tutte le sue fortune, finì in carcere per debiti, andò vagando vivendo sotto falsi nomi – tuttavia fu l’unica possibilità di vita per il poeta, che in nome della propria coscienza, della nobiltà e dell’onore, diviene coscientemente simbolo e testimonianza per le generazioni future. La libertà è per Foscolo «la passione perpetua» della propria vita. Non a caso, nell’Ortis, citerà le parole di Dante che aveva fatto dell’esilio la testimonianza dell’irrinunciabile libertà del poeta: «Libertà va cercando, ch’è sì cara,/come sa chi per lei vita rifiuta». La patria diviene “bella e perduta”, la cui mancanza riecheggia nei versi più noti dei sonetti foscoliani

A Zacinto

 

Né più mai toccherò le sacre sponde

Ove il mio corpo fanciullesco giacque

[…]

                        ed il diverso esiglio,

per cui bello di fama e di sventura

baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

 

Tu non altro che il canto avrai del figlio,

o materna mia terra; a noi prescrisse

il fato illacrimata sepoltura.

 

 

In morte del fratello Giovanni

                                                                             

Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo

di gente in gente, […]

 

Straniere genti, l’ossa mia rendete

allora al petto della madre mesta.

 

Se Foscolo, emerge per la sua statura e per i suoi tempi come vetta solitaria, la letteratura di Alessandro Manzoni è collocata in un ambiente più maturo e preparato, in cui la sua riflessione linguistica e politica è dialogo culturale fra gli intellettuali che vivificano le pagine de Il Conciliatore, bisettimanale fondato nel 1817 dal gruppo romantico. La polemica, che sarà il sale della vita culturale di questa rivista, tra classici e romantici, diverrà scontro fra due modi di intendere la letteratura: da una parte una concezione meramente contemplativa  e chiusa in un passato impermeabile alle esigenze del presente; dall’altra una letteratura viva e per i vivi, che ripercorre il passato per comprendere il presente e modificare la realtà. In tal modo essere romantici diviene sinonimo di essere liberali. Questi temi si presenteranno con forza nelle pagine di Giovanni Berchet, nella sua Lettera semiseria e nella sua produzione poetica, anch’essa profondamente segnata dall’esperienza dell’esilio all’indomani del fallimento dei moti piemontesi del ’21. Di questa produzione, ricordiamo soltanto  Il giuramento di Pontida : immagine eroica del Medioevo, visto come un’età caratterizzata dalla lotta dei comuni contro gli imperatori, quasi una prefigurazione della lotta dei patrioti contro lo straniero invasore. Di questo fermento, di questo dialogo che è un risvegliarsi collettivo della intellighenzia italiana, Manzoni rappresenta la voce più autorevole, a cominciare dal 1814, anno in cui in risposta al proclama che Gioacchino Murat aveva rivolto agli italiani, perché in nome dell’indipendenza e dell’unità del Paese, favorissero il suo tentativo di conquista dell’Italia centro-settentrionale, compose Il proclama di Rimini, in cui è contenuta la strofa che può servirci come sintesi della sua visione politica: Liberi non sarem se non siam uni.

Più che in Alfieri e in Foscolo, in Manzoni si affaccia l’idea di una libertà non più soggettiva, ma oggettiva – prendendo a prestito il significato hegeliano di questi termini. Oggettiva in quanto si manifesta non nell’intimità di una coscienza o nella possanza di un gesto, ma nella storia di un popolo, nel suo linguaggio e nella sua religione, nelle istituzioni di una società. Con Manzoni la rievocazione storica perde l’affettazione del classicismo e il folklore presente ancora in Berchet e nel Medioevo fantastico di tanti romantici non solo italiani, per divenire ripercorrimento – ancora una volta in senso hegeliano – dello spirito di una nazione. Tanto l’Adelchi quanto I promessi sposi rispondono a questa nuova idea di storia. In una lettera inviata al Fauriel, Manzoni scriveva che il problema centrale dell’ Adelchi erano le «condizioni dei popoli indigeni caduti sotto il giogo, anzi sotto il possesso di altri, che è il punto sul quale la storia è più povera di informazioni, perché, per quel che riguarda i Longobardi, non vengono quasi mai menzionati gli Italiani nella loro storia, che pure si è svolta in Italia». Lo sguardo del Manzoni è quindi sulla storia dei vinti e non su quella dei vincitori, il suo interesse si concentra su «Un’immensa moltitudine di uomini, una serie di generazioni che passa sulla terra, sulla sua terra, inosservata, senza lasciarvi traccia, è un tristo ma importante fenomeno; e le cagioni di un tal silenzio possono riuscire ancora più istruttive che molte scoperte di fatto». Dovremo attendere I promessi sposi per ascoltare la voce di questa immensa moltitudine; nella tragedia manzoniana, essa rimane uno sfondo – non a caso è il coro – dell’azione di re, principi, duchi e regine. Tuttavia, è proprio in un coro, il famoso Dagli atrii muscosi, dai Fori cadenti, alla fine del III Atto, che il tema patriottico si esprime con più forza e liricità: gli Italici «un volgo disperso che nome non ha» si rendono conto ben presto della sostanziale immutabilità della loro condizione, nel passaggio dalla dominazione longobarda a quella franca. Si rendono conto che i Franchi di Carlo Magno non sono venuti a liberarli, ma solo a sostituirsi quali oppressori. È chiaro il riferimento a Napoleone prima e agli austriaci poi. Nel coro, gli Italici appaiono «dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti» sebbene appaia in loro un segno della fiera virtù dei padri. Appare stolta a Manzoni, com’era apparsa stolta a Foscolo dopo Campoformio, la speranza di questi italici, che i Franchi avessero sacrificato le proprie vite, avessero lottato e patito per la libertà del suolo italico.

Tornate alle vostre superbe ruine,

all’opere imbelli dell’arse officine,

ai solchi bagnati di servo sudor.

 

Il forte si mesce col vinto nemico,

col novo signore rimane l’antico;

l’un popolo e l’altro sul collo vi sta.

Dividon i servi, dividon gli armenti;

si posano insieme sui campi cruenti

d’un volgo disperso che nome non ha.

 

Altra pietra miliare della produzione manzoniana è Marzo 1821, scritta da Manzoni all’indomani dell’abdicazione di Vittorio Emanuele I e la reggenza di Carlo Alberto, che aveva fatto sperare in un prossimo intervento in Lombardia dei patrioti piemontesi. In questa ode si affaccia il senso più alto di idea di nazione, che è tale non per un fatto geografico o politico, ma quando è costituita da un popolo che si riconosce accomunato da una tradizione linguistica, culturale, spirituale. Il volgo disperso dell’Adelchi può divenire popolo  solo nella coscienza di essere tutti «fratelli legati ad un patto». L’Ode è dedicata d un poeta-soldato tedesco, Theodo Körner, morto combattendo contro Napoleone, segno che l’amor di Patria non si chiude in nazionalismo, ma accomuna tutti i popoli che lottano per la propria indipendenza. L’ode si apre con un invito accorato: «Non fia loco ove sorgan barriere/tra l’Italia e l’Italia, mai più». La nazione deve essere una, come è la sua gente «una d’arme, di lingua, d’altare/di memorie, di sangue e di cor». Infine, una tonante minaccia agli invasori:

 

O stranieri, nel proprio retaggio

Torna l’Italia, e il suolo riprende;

o stranieri, strappate le tende

da una terra che madre non v’è.

 

[…]

 

Dio rigetta la forza straniera;

ogni gente sia libera[…]

 

 

Cara Italia! Dovunque il dolente

Grido uscì del tuo lungo servaggio;

dove ancor dell’umano lignaggio,

ogni speme deserta non è;

dove già libertade è fiorita,

[…]

 

Quante volte sull’Alpe spiasti

l’apparir d’un amico stendardo!

quante volte intendesti lo sguardo

ne’ deserti del duplice mar!

ecco alfin dal tuo seno sboccati,

stretti intorno a’ tuoi santi colori,

forti, armati de’ propri dolori,

i tuoi figli son pronti a pugnar.

 

Il terzo grande poeta del nostro Risorgimento, Giacomo Leopardi, è quello che maggiormente rievoca i fasti classici, come monito e voglia di riscatto. Il motivo della decadenza dell’Italia, in opposizione alla grandezza della sua tradizione e dei suoi miti, ritorna anche nella canzone Ad Angelo Mai; in essa Leopardi, giusto per contravvenire allo stereotipo che migliaia e migliaia di studenti hanno del poeta di Recanati, non esprime rassegnazione di fronte alla decadenza italica, ma reagisce con l’esaltazione di grandi modelli di italiani (Dante, Colombo, Alfieri), che rappresentano forza, volontà, energia. Angelo Mai, bibliotecario dell’Ambrosiana di Milano e poi della Vaticana, illustre classicista, diviene il simbolo di coloro che vogliono risvegliare «dalle tombe i nostri padri», vogliono contrastare il mutismo dell’attuale etade, con la voce antica de’ nostri. La canzone è un colloquio con i padri, nella sentita convinzione che «Ancora è pio/dunque all’Italia il cielo; anco si cura/di noi qualche immortale». Nella rievocazione degli ingegni italici, Leopardi comincia propria dal «non domito nemico della fortuna, al cui sdegno e dolore fu più l’averno che la terra amica», cioè Dante. La letteratura italiana nasce con lui, anzi nasce proprio dal dolor per l’esilio e dall’anelito alla patria: «Ahi dal dolor comincia e nasce l’italo canto». I temi patriottici in Leopardi torneranno nei Paralipomeni della Batracomiachia, che è una satira dell’intervento austriaco a Napoli dopo la rivoluzione del ’20-’21 e dell’incapacità dei liberali italiani e nella canzone

 

All’Italia (1818)

 

O patria mia, vedo le mura e gli archi

E le colonne e i simulacri e l’erme

Torri degli avi nostri,

ma la gloria non vedo,

non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi

i nostri padri antichi.

 

[…]

 

Piangi, che ben hai donde, Italia mia,

le genti a vincer nata

e nella fausta sorte e nella ria.

 

Accanto a questi giganti della nostra letteratura, occorre ricordare alcuni autori minori, la cui influenza e popolarità presso i contemporanei fu grande: Ippolito Nievo, che partecipò all’impresa dei Mille. Il padre lo avviò alla carriere forense, ma Nievo non la esercitò per non dover fare atto di sottomissione alle autorità austriache. Fin da giovanissimo, aveva aderito alle società mazziniane e nel 1859 partecipò alla seconda guerra di Indipendenza coi Cacciatori a cavallo di Garibaldi e in seguito seguì l’eroe dei due mondo nella spedizione dei Mille, dove ebbe il grado di colonnello. Confessioni d’un italiano, pubblicato col titolo Confessioni di un ottuagenario, per non apparire un libro di propaganda politica, narrala vita di Carlo Altoviti, ma la biografia è un pretesto per narrare gli eventi della storia italiana ed europea: dalla Rivoluzione francese alla Restaurazione, al Risorgimento, passando per la delusione di Campoformio e della tragica parabola della Repubblica partenopea. Massimo D’Azeglio, con i romanzi Ettore Fieramosca e Niccolò de Lapi e poi Goffredo Mameli, Alessandro Poerio, Gabriele Rossetti, Giuseppe Giusti, Luigi Mercantini, la cui tecnica di utilizzare i ritornelli, ha reso le sue poesie un bagaglio della memoria patriottica e scolastica degli itailani. Una poesia per tutte: La spigolatrice di Sapri , dedicata all’impresa di Carlo Pisacane:

 

Eran trecento, eran  giovane e forti,

e sono morti!

Me ne andava al mattino a spigolare

Quando ho visto una barca in mezzo al mare:

era una barca che andava a vapore,

e alzava una bandiera tricolore.

 

[…]

 

Con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro

un giovin camminava innanzi a loro.

Mi feci ardita, e, presol per la mano,

gli chiesi: «Dove vai, bel capitano?».

Guardommmi e mi rispose: «O mia sorella,

vado a morir per la mia patria bella».

 

Un posto di rilievo spetta a Francesco De Sanctis, la cui attività politica e culturale ne fa uno dei padri della nostra patria. Nel maggio 1848 partecipò con i suoi allievi (insegnava alla Nunziatella) all’insurrezione anti-borbonica, a causa del fallimento di questa dovette rifugiarsi a Cosenza. Qui viene arrestato e portato a Napoli nel 1850, nella prigione di Castel dell’Ovo, dove rimase per tre anni. Il suo impegno politico sarà un costante filo rosso della sua attività, e lo porterà a reggere, nell’Italia post-unitaria il ministero della Pubblica Istruzione. La «Storia della letteratura italiana» è un momento in cui si fa l’Italia, si riscopre attraverso il ripercorrimento della sua storia spirituale. Quella di De Sanctis non intende essere «una informa compilazione piena di lacune e d’imprestiti e di giudizi superficiali e frettolosi e partigiani» – secondo quanto egli scriveva a proposito della storia della letteratura italiana scritta da Settembrini, ma una storia nazionale, «che comprenda tutta la vita italiana nelle sue varie manifestazioni». La Storia della letteratura italiana di De Sanctis è una storia della coscienza italiana.

 

 

3) LA COSCIENZA CRITICA DELL’UNIFICAZIONE. Una volta unita l’Italia, vennero ben presto al pettine quei nodi e quei mali che ancora infliggono il nostro paese. La prima voce ad alzarsi contro i compromessi e la mediocrità dell’Italia uscita dal processo di unificazione è quella di Giosuè Carducci. In nome del fuoco degli ideali risorgimentali, Carducci giudica vile l’Italia a lui contemporanea. Nella fase successiva della sua produzione, sebbene i toni si raffineranno e Carducci diverrà monarchico e decisamente più moderato, rimarrà la rievocazione nostalgica della passata civiltà italiana, ma non una rievocazione passiva bensì polemica e animata dalla volontà di riscattare la decadenza dei costumi italiani a lui contemporanei. Nelle Rime nuove, torna il Medioevo che tanto peso aveva avuto nel nostro Risorgimento; tornano i Comuni che trionfarono su Barbarossa (Su i campi di Marengo, La canzone di Legnano).  Il ripensamento sulle modalità di unificazione italiana e soprattutto sulla problematicità della questione meridionale è al centro della letteratura verista di Giovanni Verga e di Federico De Roberto.  Una volta raggiunta la tanto agognata indipendenza e unità, sbiadiscono le parole altisonanti e la retorica di certi ideali e appare il vero, a tinte fosche, difficili, spesso disperanti. La parola, non a caso, passa ai grandi scrittori del meridione, di quel sud che ha patito le maggiori ferite e disillusioni per il processo unitario. L’immensa moltitudine cantata dal Manzoni lascia il passo ai vinti cantati da Verga, la moltitudine travolta dalla «fiumana del progresso»[2]. I Malavoglia possono essere letti come “l’apparir del vero”, dinnanzi alle speranze pre-unitarie. Raccontano, com’è noto, la storia di una famiglia di pescatori di Aci Trezza all’indomani dell’Unità d’Italia (dal 1863 al 1878). Il primo effetto di questa Unità sarà la partenza del giovane ‘Ntoni per il servizio di leva, partenza che grava sulla famiglia di Bastianazzu e Maruzza, composta da altri quattro figli, in quanto le sue giovani braccia erano quelle che davano maggior sostentamento. Accanto al servizio di leva, nel piccolo mondo di Aci Trezza, l’agognata Unità si fa viva solo sotto forma di tasse, dogane e sviluppo della pesca industriale a detrimento della piccola pesca.  Amaro e tragico il bilancio che Verga redige della Sicilia post-unitaria; di certo egli ci lascia nelle memorabili pagine dell’Addio di ‘Ntoni, un triste e veritiero presagio del destino che ha toccato migliaia di giovani meridionali, costretti ad abbandonare gli affetti e il proprio mondo di valori e certezze, per andare a cercare fortuna al Nord. Quella gioventù, che dal 1860 in poi è divenuta davvero come quel mare che «non ha paese nemmen lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare». Paradossalmente, l’Unità d’Italia creava nuovi esuli, con la stessa angoscia del cuore di Jacopo Ortis. De Roberto, invece, non narra i vinti ma i vincitori, cinici e avidi, del processo di unificazione in Sicilia. I viceré narra la storia di una nobilissima famiglia di Catania, gli Uzeda di Francalanza, di origine spagnola, che erano stati viceré della Sicilia ai tempi di Carlo V. La vicenda si svolge tra gli anni 1850 e 1882 ed è oltre che la storia della decadenza di una famiglia, una rappresentazione disillusa della storia italiana tra Risorgimento e unificazione. I momenti della storia italiana, vengono rappresentato dalle tre sezioni del romanzo: la prima si chiude con la caduta del regno borbonico e con l’elezione a deputato di Gaspare Uzeda; la seconda termina con la presa di Roma e con la conversione al liberalismo di Don Blasco; la terza con le prime elezioni a suffragio allargato (1882) in cui trionfa un altro Uzeda, Consalvo, schieratosi opportunisticamente con la sinistra. Questo affresco rappresenta il fallimento degli ideali risorgimentali, perché gli Uzeda, borbonici convinti, rappresentano il peggior trasformismo politico, che ha consentito alle vecchie classi dirigenti di passare indenni attraverso  le rivoluzioni e di restare comunque al potere; il cambiar tutto per far rimanere tutto uguale di Tommasi di Lampedusa. Il motto di questa cinica maniera italiana di far politica, viene riassunto dalla frase di Consalvo: «Quando c’erano i Viceré, gli Uzeda erano Viceré; ora che abbiamo i deputati, lo zio va in Parlamento». Nel dialogo con la vecchia zia Donna Ferdinanda, Consalvo esprime questa concezione – che è quella che De Roberto mette in scena – della storia: «La storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi. Le condizioni esteriori mutano; certo, tra la Sicilia  di prima del Sessanta, ancora quasi feudale, e questa d’oggi pare ci sia un abisso; ma la differenza è tutta esteriore. Il primo eletto col suffragio quasi universale, non è né un popolano, né un borghese, né un democratico: sono io, perché mi chiamo principe di Francalanza». La crisi dei valori e degli ideali risorgimentali è anche al centro de I vecchi e i giovani (1909) di Luigi Pirandello. Sullo sfondo di fatti storici (i Fasci siciliani, lo scandalo della Banca Romana) si confrontano due generazioni: i vecchi, protagonisti del Risorgimento, e i giovani del torbido e confuso periodo post-unitario. Già con Pirandello, è chiaro, siamo cronologicamente fuori dalla letteratura del Risorgimento; ancor di più ci muoviamo in una letteratura sul Risorgimento, come ripensamento e coscienza storica, con Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il gattopardo è stato pubblicato postumo nel 1955, e la sua fortuna ci spiega come e quanto una riflessione sulle modalità in cui si è fatta l’Italia sia un’esigenza di comprensione non esauritasi nel periodo post-risorgimentale. Com’è noto, il romanzo fotografa la Sicilia all’epoca del tramonto borbonico e dell’arrivo di Garibaldi. Attraverso la storia di una famiglia della più alta aristocrazia siciliana,  Tomasi di Lampedusa racconta come si è fatta l’Italia, come si sono accomodati i sogni dei risorgimentali con le istanze degli ex-borbonici, come è ascesa la borghesia. Anche qui non si tratta del popolo, dei vinti verghiani, ma se vogliamo i Salina non sono neanche i vincitori, ma risultano alla lunga anch’essi vinti, spodestati da una borghesia arraffona e volgare, senza valori. La frase più citata, quella emblematica del testo è « Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi» che dice il giovane Tancredi a Don Fabrizio. Poco dopo, meditando su queste parole, il principe di Salina dirà: «Molte cose sarebbero avvenute, ma tutto sarebbe stato una commedia, una rumorosa, romantica commedia con qualche macchia di sangue sulla veste buffonesca. Questo era il paese degli accomodamenti, non c’era la furia francese». Del resto, la chiaroveggenza – commenta qualche capitolo dopo il principe – non era monopolio di casa Salina. Tutti i palermitani, dopo qualche paura e titubanza, si mostrarono felici, ostentando addirittura la loro gioia portando in giro baveri adorni di coccarde tricolori, facendo cortei da mattina a sera. Al principe «queste carnevalate, delle quali pur riconosceva la necessità inevitabile, gli apparivano sciocche e sciape», tuttavia constatò ben presto che  il suo prestigio non era stato minato dall’arrivo dei piemontesi, che «si erano presentati a lui se non addirittura col cappello in mano, come era stato predetto, per lo meno con la mano alla visiera di quei loro berrettucci rossi stazzonati e gualciti quanto quelli degli ufficiali borbonici». Il declino lento ma inesorabile del casato dei Salina e dei nobili siciliani viene presentato da Tomasi di Lampedusa attraverso l’ascesa di Don Calogero Sedara, il sindaco dai modi villani, scaltro ma incolto, i cui crescenti guadagni ne fanno presagire l’avanzamento a nuova classe dirigente. Del resto sarà proprio Don Fanrizio a proporre il nome di Sedara come senatore del regno, al piemontese che gli aveva proposto di candidarsi. La nascita dell’Italia, vista dalla lente siciliana è una nascita goffa, per certi versi scaltra e per altri  ingenua. È una nascita “accigliata” scrive Tomasi di Lampedusa, commentando i brogli relativi al plebiscito. Don Ciccio, il guardiacaccia di casa Salina, aveva votato “No” , ma nello spoglio di quel “no” non si ebbe più traccia. «A questo punto la calma discese di Don Fabrizio che finalmente aveva sciolto l’enigma; adesso sapeva chi era stato strangolato a Donnafugata, in cento altri luoghi, nel corso di quella nottata di vento lercio: una neonata, la buonafede; proprio quella creaturina che più si sarebbe dovuta curare, il cui irrubostimento avrebbe giustificato altri stupidi vandalismi inutili. Il voto negativo di Don Ciccio, cinquanta voti simili a Donna Fugata, centomila “no” in tutto il Regno non avrebbero mutato nulla al risultato, lo avrebbero anzi reso più significativo, e si sarebbe evitata la storpiatura delle anime» […] Don Fabrizio non poteva saperlo allora, ma una parte della neghittosità, dell’acquiescenza per la quale durante i decenni seguenti si doveva vituperare la gente del Mezzogiorno, ebbe la propria origine nello stupido annullamento della prima espressione di libertà che a questo popolo si era mai presentata». Alla fine spetterà proprio a don Ciccio, una riflessione sull’uomo nuovo che trionferà in Italia: «Questo è don Calogero, Eccellenza, l’uomo nuovo come dev’essere; è peccato però che debba essere così». Così «quel mucchietto di astuzia, di abiti mal tagliati, di oro e d’ignoranza» entra a far parte della famiglia Salina, e l’astuzia e la capacità di far soldi sembrano essere le uniche doti dell’uomo nuovo italiano. Al romanzo sono state mosse accuse di conservatorismo, qualunquismo  (basti pensare alla frase «In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di ‘fare’» (p.161) e soprattutto di essere la cifra di un sentimento anti-patriottico. La visita del nobiluomo piemontese Chevalley di Monterzuolo, che tra l’altro offre scenari di meravigliosa ironia, si chiude con la presa di coscienza che tanto il paesaggio quanto l’anima della Sicilia siano “irredimibili”. Ottusa appare a Don Fabrizio la velleità dei piemontesi di modificare alcunché nei costumi dei Siciliani, affetti «da una terrificante insularità di animo»: «Caro Chevalley: i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se si tratti  di Siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla; calpestati da una diecina di popoli differenti essi credono di avere un passato imperiale che dà loro diritto a funerali sontuosi. Crede davvero Lei, Chevalley, di essere il primo a sperare di incanalare la Sicilia nel flusso della storia universale?».

La Sicilia tuttavia, e occorre dirlo per turbare i sogni leghisti, è ne Il gattopardo lo specchio di una modalità di vivere il potere e di nascondersi fra le pieghe della Storia che appartiene a tutta l’Italia. L’amarezza della visione gattopardesca è il disincanto verso l’ipocrisia di una classe dirigente che ha mascherato la propria cupidigia con le parole altisonanti di “patria”, “Unità”, “Nazione”.

Non credo che siano necessariamente sentimenti anti-patriottici, se ci spingono a interrogarci su come risorgere veramente e non a parole, proprio adesso, in questo centocinquantesimo anniversario in cui, con Foscolo possiamo auspicare «il ritorno di quella dignità che piangiamo da secoli perduta».

 

[1] Lettera Patria e libertà, del 17 marzo 1798.

[2] Di Verga ricordiamo anche I carbonari della montagna (1859-1860) narrano di un’insurrezione popolare calabrese contro i Murat; Sulle lagune (1862) sulle vicende dei patrioti veneziani sotto la dominazione asburgica.

 

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3 Comments

  1. Saggio interessantissimo, vengono attraversati 3 secoli di storia d’Italia attraverso la letteratura con grande capacità di sintesi, con giusta dose di passione che rendono la lettura piacevole e coinvolgente su temi che ci appassionano tutti oggi come secoli fa perché sul nostro vivere insieme. Ottima divulgazione, ottima scrittura, come sempre. 🙂

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